Sedicenti cristiani e neo-lingua dell'odio



Un tempo esitavano personaggi come Martin Luther King che erano pronti a sacrificare la propria vita pur di affermare il principio che tutti gli uomini fossero uguali. Oggi abbiamo gente come Mario Adinolfi che va in giro a rivendicare il suo presunto "diritto" a sostenere che gli altri siano sbagliati perché diversi da lui.
L'evidenza di come Adinolfi conduca la sua crociata d'odio attraverso il costante uso di oggetti sacri non è un fatto marginale, è il sintomo di una religione che pare si sia ormai trasformata in una setta in cui gli appartenenti credono di valere più degli altri e difendono il loro potere politico attraverso l'elargizione di giudizi morali contro chiunque metta in discussione il loro potere. Dio non c'entra più nulla, c'entra solo la convenienza politica di alcuni leader e lo sfruttamento della credenza popolare, magari cavalcata con chi si pone come un profeta in grado di promettere la salvezza a chiunque aderisca al suo pensiero unico e ostenti la propria passione per le donne. E di certo è più facile portarsi a letto una o più mogli piuttosto che offrire quell'accoglienza e quell'amore predicati da un Gesù ormai rottamato da chi lo nomina come giustificazione ad ogni persecuzione, magari sostenendo pure che sia proprio lui a garantire il presunto "diritto" ai pregiudizi e all'odio verso il prossimo.

Fa riflettere anche un integralismo che promuove una neo-lingua che possa negare la realtà delle cose per forgiarle a propria convenienza. Se Adinolfi ha tramutato una cosa bella come la "famiglia" in un oggetto ideologico che lui sostiene serva solo a garantire indottrinamento e paura per chiunque non sia conforme al suo pensiero unico, altri versano fiumi di inchiostro per condannare chiunque si rivolga ai gay attraverso parole rispettose che non racchiudano in sé una negazione stessa della loro esistenza. Lo fa Formiche.net ostentando disappunto verso due cardinali statunitensi che hanno osato utilizzare l'acronimo "lgbt" al posto di riferirsi all'omosessualità come ad una "condizione" in quell'accezione in cui si cerca di sostenere un'implicita condanna morale. lamentano:

I cardinali Kevin Farrell e Joseph Tobin, e il vescovo Robert McElroy, sdoganano un termine che per il suo connotato movimentista enfatizza la diversità delle culture omosessuali. Quel termine nei documenti ufficiali sul tema mai compare in positivo. Ora il tabù si infrange nelle recensioni editoriali firmate dai vertici dell’episcopato al nuovo libro del gesuita James Martin che, ancora in attesa di uscire in libreria, già promette di infiammare il dibattito. Il volume si intitola Building a bridge “Costruire un ponte”. Esplicita il sommario: “Come la Chiesa e la comunità Lgbt possono entrare in una relazione di rispetto, compassione e delicatezza”. Le ultime tre parole sono le stesse del Catechismo. “Comunità Lgbt”, no. Ma i tre monsignori gli aprono la porta sulla via indicata da Martin, definendo il suo lavoro “coraggioso”, “necessario” e “ispiratore”.

Chiaramente tale posizione non è gradita a chi spera che basti condannare la vita del prossimo per garantirsi la salvezza. motivo per cui l'articolo passa immediatamente a sostenere che il papa odi i gay e non reputi che non intenda conferire loro alcuna dignità in virtù di come essa sia riservata solo a chi come Adinolfi ha eiaculato nelle vagine delle sue due mogli. Ed è giustificando la discriminazione dei gay e sostenendo che scrivono:

Il termine “gay” Francesco lo ha usato spesso. Di ritorno dal Brasile (2013), con il famoso “chi sono io per giudicare?”, e dall’Armenia (2016). In quest’ultimo, nei giorni successivi alla strage al night club di Orlando, ha affermato che i cristiani devono chiedere scusa ai gay, ma ha voluto precisare di non dire nulla di diverso rispetto a quanto riporta il Catechismo: gli omosessuali “non vanno discriminati, devono essere rispettati, accompagnati pastoralmente”. E ha ammesso: “Si possono condannare, non per motivi ideologici, ma per motivi di comportamento politico” e per “certe manifestazioni un po’ troppo offensive per gli altri”. Quindi ha ripetuto esattamente le stesse parole di tre anni prima: “Se il problema è una persona che ha quella condizione, che ha buona volontà e che cerca Dio, chi siamo noi per giudicarla?”.

Insomma, l'invito è a discriminare ma con giri di parole. Non si deve dire che i gay cono cattivi, ma sostenere che lo siano perché vivono da gay al posto di avere un paio di mogli come Sant'Adinolfi da Roma. Si crea una neolingua, si rifiuta di chiamare le cose con il proprio nome e si fa proselitismo su un qualcosa che in realtà è solo violenza. Perché il dato oggettivo è uno e uno solo: perché mai da anni ci sono eterosessuali che dedicano la loro vita a cercare scuse per poter dire che gli omosessuali sbagliano a non essere come loro? Sarebbe "cristianesimo" il cercare di teorizzare una sorta di nuova razza ariana in continui giudizi morali elargiti verso il prossimo dopo essersi auto-esaltati contro gli inviti di Gesù?
In Luca 14,1.7-11 Gesù era stato chiaro: "Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato".
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