Il racconto di un genitore dinnanzi a un coming out transgender



È Cristina Obber di LetteraDonna a raccontarci la storia di una madre che ha deciso di accettare la transessualità della figlia ed ha messo da parte i suoi pregiudizi. Una decisione che non è stata certo facile, tant'è che persino dinnanzi all'iniziale convinzione di avere una figlia a cui piacevano altre ragazze ha sperimentato paura e si è sentita «confusa ma lo era anche lei, per me era importante farle capire che c'ero, che non era sola. Poi le ho detto anche cose che non si dovrebbero dire, di lasciare aperta la porta del cuore, di non parlarne con nessuno e di tenerlo come qualcosa tra me e lei, che poteva trattarsi di una fase. Litigavamo tantissimo perché a lei il mio atteggiamento stava stretto».
Inevitabile è stato il suo domandarsi «dove ho sbagliato?» esattamente come viene automatico fare «quando le cose non rispondono alle aspettative della collettività» e «mettiamo in crisi la nostra capacità di essere brave madri».
La svolta è stato il suo incontro con l'Agedo (associazione di parenti, amici e familiari delle persone lgbt) che le ha permesso di capire che «ero io a dover tenere aperta la porta del cuore e del cervello e mettere in discussione la mia visione del mondo, non lei. Ero io che dovevo capire il suo diritto di esistere per ciò che è e vivere apertamente la sua vita, che dovevo essere orgogliosa della sua fiducia. Da questi passi importanti, dal nostro amore che è una relazione in continuo mutamento ci siamo sentite più forti e lei ne ha parlato in famiglia e a scuola».
Ma la vicenda non era finita lì. Anche se la convinzione di avere una figlia lesbica gli aveva già permesso di fare passi da gigante nel comprendere realtà che le erano sconosciute, le difficoltà si sono fatte sentire quando la ragazza le ha rivelato di essere una persona trans e di voler «abitare un corpo che mi permetta di vivere bene la mia vita». Sua madre l'ha abbracciata perché «volevo che capisse subito che l’amavo tantissimo anche se in quel momento mi sentivo morire. È stata la doccia più gelata della mia vita. Per un mese ho fatto lunghi giri in bicicletta piangendo tutto il dolore e l’ansia che avevo dentro».
A spaventarla era principalmente la scarsa conoscenza del tema dato che «di omosessualità sapevo molto ma sulle persone trans non binarie e su tante altre realtà avevo pochi strumenti di conoscenza. E conoscere è fondamentale per cominciare a mettersi in discussione e capire». Ma a crearle angoscia era anche l'idea che qualcuno «le potesse fare del male e all'inizio il timore della medicalizzazione, la pericolosità di alcuni interventi, di cose che avrebbero potuto in qualche modo ferire il suo corpo. Un corpo che tu genitore ami per quello che è. Per me lei è bellissima e mi spaventava l’idea che qualcuno potesse cambiarla. Poi ho capito che anche la fisicità deve essere vissuta nel miglior modo possibile e che la libertà di autodeterminarsi è un valore fondante della vita».
E poi «dopo quel mese ho scelto lei. Mi sono stufata di piangere e sentirmi fredda dentro e mi sono sciolta nei suoi abbracci pensando che alla vita ogni tanto bisogna dare un tocco di leggerezza. Ho quindi deciso che mi sarei impegnata al suo fianco per condividere una battaglia che stavo iniziando a capire e che avevo l’opportunità di far conoscere». E tutto questo nonostante «l'approccio alla comprensione delle persone non binarie è complesso perché destrutturando i ruoli di genere e uscendo dalla dicotomia maschio- femmina si mette in discussione tutto il proprio vissuto nel contesto esistente. È bene che se ne parli. Mi capita spesso dopo qualche incontro o convegno che si organizza di ricevere delle richieste di aiuto da parte di genitori che inizialmente sono smarriti o disperati e trovano in noi di Agedo un sostegno da parte di chi ci è ha già passato e ha superato positivamente le esperienze».
La donna ha così scoperto come «amare significa anche trovare il coraggio di venire allo scoperto, sostenere figlie e figli, non lasciarli soli e ricambiare la loro fiducia. Capire con loro l’importanza di esistere per ciò che si è. Aiutarli nella battaglia per il diritto alla felicità, a una progettualità di lavoro e di vita, a formare famiglie ed essere genitori se lo vorranno».

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