Provita Onlus occulta 37 cadaveri e proclama: «Il femminicidio non esiste. È un'invenzione per svilire la figura maschile»



Pare evidente che l'obiettivo primario dell'organizzazione forzanuovista "Provita onlus" sia la strenua promozione dell'odio omofobico in tutte le sue forme. Un business redditizio per quell'imprenditore romano che chiede soldi in cambio si campagne diffamatorie volte ad esasperare le vittime della sua incessante aggressione, spesso accompagnate dall'ossessivo ed esasperante ricorso a termini i intollerabili come «gaystapo» o «omosessualisti» in riferimento a qualunque fatto riguardi un gay.
Ma dato che l'omofobia va spesso a braccetto con la misoginia, non c'è da stupirsi se i camerata dell'organizzazione integralista paiano provare un profondo odio anche contro le donne, arrivando al punto da negare l'esistenza stessa del femminicidio. Una tesi che in passato vanne condivisa anche dal loro precursore, quell'omofobo Pontefix Roma che creò scandalo per il suo sostenere che le donne fossero le reali colpevoli degli stupri subiti.

In un agghiacciante articolo, l'organizzazione integralista di Brandi afferma che:

Il problema del femminicidio, così come ce lo hanno dipinto, non esiste. Esiste l’omicidio, che è un’azione gravissima a prescindere dal fatto che porti alla morte di un uomo oppure di una donna. Il cosiddetto “femminicidio”, che ha meritato pure l’introduzione di un neologismo coniato da Maria Marcela Lagarde, è un fenomeno massmediatico creato ad hoc: si parla con insistenza di un argomento, al fine di far credere alla gente che sia un’urgenza nazionale. E solitamente la gente ci crede. È lo stesso stratagemma utilizzato con le vaccinazioni: bisogna convincere li italiani dell’urgenza di introdurre i vaccini obbligatori? Parliamo a più riprese di persone che contraggono il morbillo o simili…

Mischiando l'antivaccinismo alla promozione della misoginia quali strumenti sempre utili a promuovere le destre neofasciste (quelle stesse destre in cui l'organizzazione è nata e si è sviluppata), l'articolo si lancia nel sostenere che:

Sulle colonne di ProVita abbiamo parlato molto del femminicidio, chiarendo i reali (… numerici!) confini del fenomeno e specificando come il numero degli omicidi riguardasse per circa i due terzi uomini – talvolta anche uccisi da donne, ma il “maschicidio” pare non abbia appeal mediatico… – e come, al tempo stesso, non tutti gli omicidi compiuti nei confronti di donne potessero rientrare nella fattispecie del “femminicidio” compiuto per mano violenta di un partner o ex partner che lo fa per motivi legati al sesso di appartenenza.
Forse per molti, nel fare questo, eravamo degli insensibili visionari, poco inclini alle quote rosa. Eppure in questi giorni sono stati pubblicati i numeri dell’Istat e, ohibò!, avevamo ragione.

Il tutto per sentenziare:

I dati Istat ci dicono che nel 2012 le donne vittime di omicidio erano state il 30,3%; nel 2013 il 35,7% ; nel 2014 il 31,1% e nel 2015 il 30,1%. La percentuale, comunque sempre attorno a un terzo del totale, è dunque in calo. Entrando ancora più nel dettaglio, nel 2015 le donne uccise sono state 156. Se poi si va a vedere le motivazioni alla base dell’omicidio e chi ne è stato l’autore, si scopre che a poter rientrare nella categoria del femminicidio sono 74 casi. Sono tanti, non dovrebbero assolutamente esserci, ma sono un numero pari al 15% del totale degli omicidi compiuti in Italia nel corso dell’anno 2015. Quindi perché parlare con così tanta insistenza del fenomeno femminicidio?

Sarà, ma il 15% di omicidi non sembra certo un dato trascurabile, soprattutto se quegli omicidi sono la punta dell'iceberg di una lunga serie di maltrattamenti e di violenze che spesso non vengono neppure denunciati (motivo per cui sarebbe d'uopo far valutare i dati statistici a chi ne ha le competenze, senza cercare facili dietrologie). E di certo non pare trascurabile il fatto che il 15% degli omicidi si sarebbero potuto evitare con una semplice e sana educazione al rispetto.

Eppure la tesi a cui voleva arrivare Provita è più aberrante di qualunque fantasia:

Quel che si vede è un continuo tentativo di svilire la figura maschile (già in crisi), dipingendola come violenta e pericolosa, con l’intento di andare a intaccare il legame uomo/donna. Divide et impera, come ci insegna la storia da qualche secolo a questa parte. Si crea una società di persone sole, isolate, che non si fidano l’una dell’altra. Una persona singola è maggiormente “manovrabile”, consuma di più, ma soprattutto è innocua, non può fare nulla di incisivo.

Insomma, la loro tesi è che l'uomo venga snaturato se non gli viene permesso di poter pendere a sberle sua moglie o trascinarla per i capelli giù dalle scale (tanto al pronto soccorso dirà che è caduta).


I dati. A riprova della sua tesi, l'organizzazione politica riporta un link a dei dati pubblicati dall'Istat. Ma anche qui qualcosa non sembra tornare.
Va premesso che con "femminicidio" si indica qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l'identità attraverso l'assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte. Data la definizione, non pare comprensibile perché mai Provita citi dei dati statitici che parlano di quante donne siano state uccide e non della modalità del loro omicidio.
E dato che in quelle tabelle non c'è alcuna specifica evidenza dei casi di femminicidio, difficile è comprendere da dove abbiano tratto quel dato riguardo ai 74 casi che sostengono siano avvenuti nel 2015. Una semplice ricerca in rete di quel dato ci porta ad imbattersi solo su un dato parziale comunicato nel 2016 dal Viminale riguardo dei primi sei mesi dell'anno. Non solo, il Ministero dell'Interno comunicava che «nei primi sei mesi di quest'anno in Italia ci sono stati 74 femminicidi, il 22,92% in meno dello stesso periodo del 2015, quando furono 96». Se nei primi sei mesi del 2015 si sono verificati 96 femminicidi, com'è possibile che l'organizzazione di Brandi possa sostenere che nell'intero anno ce ne siano stati solo 74?

Interessante è anche osservare come i loro ragionamenti a sostegno del "maschicidio" si basino sul mischiare indifferenziatamente i casi in cui una donna è stata uccisa dal marito a quelli in cui un uomo è stato ucciso in seguito ad un tentativo di rapina. E pensare che sarebbe bastato anche solo leggere il sunto sul lato del grafico per trovare chiaramente scritto che «al contrario degli uomini, per le donne l’assassino non è quasi mai un estraneo: nella metà dei casi si tratta del partner o di un ex partner, nel 25,5% dei casi di un altro parente». Non solo. Un altro dato che pare non aver interessato Provita è quello in cui l'Istat osserva che «rispetto al 2014 la quota degli omicidi di donne aumenta nel Mezzogiorno e significativamente nel Nord-est, che presenta l'incidenza più elevata».
A spiegarci i reali dati del fenomeno e a dimostrarsi come il femminicidio esista (checché ne dica l'organizzazione omofoba di Brandi) è il sito della Polizia di Stato, il quale riporta non solo come nel 2015 ci siano state 111 uccide dal compagno, ma anche come gli atti persecutori (al 76% in danno delle donne) sono stati 11.758, i maltrattamenti in famiglia (al’81% in danno delle donne) sono stati 12.890 e le violenze sessuali (per oltre il 90% in danno delle donne) sono state 4.000. Solo riguardo alle denunce per percosse pare esserci maggior parità di genere con 15.249 denunce di cui il 46% in danno delle donne.
Non sapremo mai perché Brandi abbia deciso di negare l'esistenza di 37 donne uccide per femminicidio, ma sappiamo come ciò avvenga da parte di un'organizzazione a cui lo stato permette di operare esentasse in virtù di un insiepgabile riconoscimento come "onlus".
1 commento