Gianfranco Amato si scaglia contro lo scout gay: «È un empio e Dio chiederà contro al vescovo del perché non l'abbia cacciato»



L'integralista Gianfranco Amato omrai non si accontenta di ordinare ai suoi proseliti di offrire trenta denari a qualunque sacerdote rinneghi Dio per abbracciare la sua strenua promozione dell'odio, ma ormai attacca nominalmente e ferocemente persone di cui fornisce persino nome e cognome.
Questa volta il suo obiettivo è lo scout gay che non ha abbandonato tutto ciò che aveva costruito nonostante un parroco si fosse messo a sbraitare istericamente che doveva essere cacciato perché gay.  E se c'era già da avere la nausea dinnanzi ai violenti attacchi che Avvenire e Famiglia Cristiana avevano ordito contro il giovane quasi fossero dei bulli  che sfruttano il loro essere parte branco per aggredire, offendere e diffamare un povero ragazzo indifeso, l'integralista è stato capace di una ferocia ancor maggiore.
Nonostante sia facile presumere che Gianfranco Amato abbia potuto sposare chi volesse e abbia organizzato la cerimonia come desiderava, il suo efferato attacco parte da una critica ad un ricevimento che sosteneva dovesse essere ridimensionato perché un gay non merita alcuna dignità. Ed il bello è che l'attacco è contro un ragazzo che probabilmente Amato manco conosce, riprova di quanto sia falso il suo sostenere che una legge contro l'omofobia sarebbe una forma di privilegio... quale privilegio dovrebbe esserci nel dover subire attacchi diffamatori da persone che manco si conoscono e che si sentono legittimate a criticare a mezzo stampa la vita altrui sulla base della loro ossessione per il sesso?
Fatto sta che l'aggressione di Gianfranco Amato, ossia di quel cavaliere dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme che grazie alle sue donazioni si è acquistato il diritto di passo nelle chiese e il saluto della guardia svizzera, scrive:

Tale Luca Bortolotto, consigliere comunale di maggioranza del ridente borgo, e Marco Di Just si “uniscono” civilmente in questo nuovo istituto giuridico inventato dalla cd. Legge Cirinnà. Si tratterebbe di una banale e ordinaria storia di omofilia, se non fosse che Di Just ricopre la carica di capo unità della locale associazione scout. Nonostante i due avessero pubblicamente manifestato l’intenzione di dare all’evento un basso profilo, sono stati più di trecento gli invitati alla cerimonia celebrata in pompa magna dallo stesso sindaco Riccardo Marchesan in fascia tricolore nel salone comunale, e ripresa da decine di macchine fotografiche, telecamere, iPad, telefonini e strumenti elettronici vari. Vi era persino una band che ha accolto l’inconsueta coppia al suono di Somewhere Over the Rainbow, la celebre canzone di Harold Arlend che da colonna sonora del film Il Mago di Oz (1939) è finita per diventare l’inno del movimento omosessualista. Sempre per mantenere il tono minimalista e discreto invocato dai protagonisti, la vicenda è finita sul quotidiano locale “Il Piccolo” con un nutrito servizio fotografico di ben dodici immagini.

L'integralista non si limita a criticare la festa ma si lancia in una serie di asserzioni offensive piene zeppe di virgolette che possano togliere dignità alle parole. Amato pare infatti sapere bene che gran parte dei suoi proseliti sono disposto a votare per lui solo ed esclusivamente perché lui li incoraggia a poter offendere, denigrare e insultare i gay dicendo che Dio sia felice nel vedere così tanto odio contro chi si ama. Ed è così che, sostenendo che per essere prete sia necessario odiare i gay ed apprezzare chi sposa più mogli a Las Vegas, pontifica:

Un primo dato interessante è costituto dal saluto che don Genio Biasol, guida degli scout, ha voluto rivolgere alla “coppia” precisando di essere presente alla cerimonia «sia come amico, ma anche come prete», e premurandosi di sottolineare «che la Chiesa oggi ha tante difficoltà a riconoscere queste scelte».
Di diverso parere è apparso, invece, il reverendo confratello don Francesco Maria Frangiacomo, Parroco di Staranzano che, dopo aver puntualmente avvisato dell’accaduto l’arcivescovo di di Gorizia, mons. Carlo Maria Redaelli, ha dato voce al proprio dissenso sul bollettino parrocchiale [...] Insomma, per don Frangiacomo non ci sono più le condizioni per consentire a Marco Di Just di continuare a svolgere il suo ruolo di educatore.

Sostenuto che uno stupratore potrebbe essere un ottimo educatore dato che fa sesso solo con donne e che un gay non dovrebbe poter ricoprire quel ruolo in virtù di come sia sgradito all'integralismo e alla sua credenza in una qualche divinità che risulterebbe iraconda ed ossessionata dal sesso, Gianfranco Amato inizia a stracciarsi le le vesti e lamenta che l'arcivescovo di Gorizia non abbia dato ragione al parroco omofobo e non abbia chiesto l'allontanamento del gay. Citata la sua lettera, sentenzia:

Quasi tremila parole (2.942 per la precisione) per decidere di non decidere, amplificando dubbi e perplessità in tema di dottrina della fede. L’esortazione al «coraggio» contenuta nella frase finale di una simile lettera, rischia, poi, di suscitare un’amara ilarità. Siamo al comico involontario.
Beh, don Francesco Maria Frangiacomo, che certo non può definirsi un prete “tiepido”, non ci sta ed esprime per iscritto, attraverso una coraggiosa lettera aperta all’Arcivescovo, le proprie perplessità. I propri “dubia”, termine che purtroppo sta sempre più diffondendosi nell’attuale fase storica della Chiesa. 

E se il clima da regime in cui la vita di una persona viene messa alla gogna e viene giudicata da neppure lo conosce basterebbe a domandarsi perché mai non ci sia un intervento della magistratura contro questi processi sommari ed illegali, l'attacco di Amato prosegue con una lode al «coraggioso parroco» e alla sua ossessiva aggressione a mezzo stampa. Il tutto per pontificare una nuova condanna di quel vescovo che osa non essere allineato al suo pensiero unico e che quindi deve essere punito ed accusato di aver «ritenuto di opporre un serafico e poco pastorale silenzio».

A quel punto Amato si auto-proclama detentore della verità divina, sostenendo che lui sappia meglio di Dio chi abbia diritto di vivere (lui e chi lo vota) e chi non debba poterlo fare (quelli che perseguita per convenienza politica). Ed è così che torna a lanciarsi nel pontificare:

Ora, premettendo che dobbiamo sempre pregare per la conversione dei nostri Pastori, l’atteggiamento tenuto dall’Arcivescovo di Gorizia su questa triste vicenda non appare davvero edificante. Anziché essere tiepido, avrebbe dovuto quantomeno decidere se essere freddo o caldo, ovvero se optare per la menzogna o per la Verità.
In questo il presule è apparso poco evangelico. In particolare, non sembra aver ascoltato le parole del Maestro quando invitava, su questioni attinenti alla Verità, a parlare in maniera chiara ed inequivoca: «Sit autem sermo vester: “Est, est”, “Non, non”; quod autem his abundantius est, a Malo est» (Mt. 5,37). L’Arcivescovo avrebbe dovuto, quindi, limitarsi a dire sì o no, perché tutto il resto, com’è noto viene dal Maligno. Le lunghe, ambigue, elusive, equivoche e perniciose digressioni contenute nel documento dell’Arcivescovo, invece, ricordano troppo da vicino quell’«abbundantius» di cui parla il Signore nel Vangelo di Matteo. Per decidere sul caso di Starazzano Gesù non avrebbe certo impiegato le tremila parole usate dall’Arcivescovo di Goriza per concludere, tra l’altro, con il suo pilatesco “non liquet”.
A proposito di Sacre Scritture, appare opportuno citare anche quel passo di Ezechiele in cui il Padreterno ricorda quanto segue: «Se io dico all’empio: Empio tu morirai, e tu non parli per distoglier l’empio dalla sua condotta, egli, l’empio, morirà per la sua iniquità; ma della sua morte chiederò conto a te» (Ez. 33, 8). Ammonire i peccatori non è soltanto una delle sette opere di misericordia spirituale (anche se ultimamente alquanto dimenticata), ma è soprattutto un dovere per ogni cristiano, in particolare se responsabile di anime, dovere del quale saremo tutti chiamati a rispondere. Nell’originale latino il passo biblico rende ancora più drammatica questa responsabilità: «Sanguinem autem eius de manu tua requiram». Dio ci chiederà conto del sangue del peccatore morto a causa della nostra omissione. E ognuno risponderà in virtù del grado di responsabilità. Un laico sarà giudicato in quanto laico, un semplice sacerdote in quanto sacerdote, ed un vescovo in quanto vescovo.
Davvero non vorrei trovarmi nei panni di mons. Redaelli quando il buon Dio gli chiederà conto dell’anima di quel povero peccatore che lui non ha voluto ammonire. L’Arcivescovo di Gorizia ha fatto come Ponzio Pilato. Non ha voluto prendere alcuna decisione sul caso. Non ha voluto esprimere la posizione della dottrina. Non ha voluto interessarsi della salvezza eterna di Marco Di Just. Non ha voluto dissipare i dubbi. Non ha voluto rispondere all’accorato appello di un suo figlio.
Se fossi in lui questa notte prima di addormentarmi un serio esame di coscienza me lo farei.

Per giustificare i suoi pregiudizi Gianfranco Amato ha avuto bisogno di 2294 caratteri mentre Gesù ci mise molto meno a dire: «Amerai il prossimo tuo come te stesso».
Certo, poi tutti conosciamo la filastrocca da avvocato con cui Amato ama ripetere che lui si comporterebbe così perché ama i gay e non vuole possano sbagliare nell'essere diversi da lui... ma a quel punto anche noi dovremmo avere il diritto di poter dire che Gianfranco Amato sta peccando contro Dio e sta violentando il suo nome in un'opera al servizio del maligno. Ma tanto probabilmente sarebbe tutto inutile dato che ci sarebbe da domandarsi se Amato possa davvero crede nel Dio dei Vangeli e dormire la notte dopo ciò che ha fatto a danno del prossimo.
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