Stefano Gabbana torna a denigrare la comunità gay perché si considera superiore ad essa



Non è la prima volta che Stefano gabbana attacca la comunità gay. Ai microfoni del Tg1 raccontò che la sua visione di famiglia è basata sull'unione esclusiva di un uomo e una donna e che quindi lui aborriva l'idea che ai gay potessero essere concessi i medesimi diritti di cui Mario Adinolfi gode grazie ai suoi due matrimoni con una donna mollata per un'altra donna che non è la terza donna che oggi giace nel suo letto. Attaccò ferocemente l'omogenitorialità e insultò i figli delle coppie formate dallo stesso sesso. Venne anche lodato per il suo contributo all'ideologia sulla supremazia eterosessuale dal giornale ciellino Tempi.
Chissà, forse è solo per cercare ancora un po' di visibilità per quei quattro stracci che vende a prezzi da capogiro che Stefano Gabbana ha deciso di creare nuove polemiche nell'annunciare che produrrà magliette con la scritta "I am a man, I am not a gay", ossia "Sono un uomo, non un gay".
Al Corriere della Sera racconta tutto tronfio che «la parola gay è stata inventata da chi ha bisogno di etichettare e io non voglio essere identificato in base alle mie scelte sessuali». Tra le righe si legge dunque la volontà di attaccare un'etichetta, ma nei fatti si legge un attacco alla parola «gay» e alla connotazione negativa che la società odierna ancora gli conferisce. Sarebbe un po' come se un mancino volesse magliette con scritto "Sono un uomo, non un mancino" perché si dice infastidito da quella che è una sua caratteristica naturale.
Peccato che sia molto facile fare facile demagogia quando si è in una posizione privilegiata come quella di Gabbana, mentre il suo rilanciare gli stessi slogan con cui Pillon incita l'odio omofobico potrebbe avere danni devastanti per chi non è trincerato all'interno di stanze dorate. Ed anche i termini paiono importanti, con un Gabbana che definisce la sua naturale sessualità come una «scelta sessuale», quasi volesse strizzare l'occhio a chi segue i discorsi d'odio della De Mari è il suo sostener che i gay "scelgano" di esserlo e quindi sia doveroso perseguitarli.
Gabbana  si pone dunque come se si ritenesse un gay migliore degli altri, perché lui non ha bisogno di etichette. Chi se ne frega di tutte le battaglie per ottenere quei pochi diritti civili che solo l'identità ha reso possibile. Chi se ne importa se numerosi adolescenti hanno bisogno di un termine per trovarsi a fare parte di una comunità che definisca ciò che sono. Ora il ricco o potente Gabbana ci dice che la sua omosessualità è da lui ritenuta un fatto privato che lui vive nella sua camera da letto, esattamente come sostiene Pillon quando chiede che quel "fatto privato" non debba poter uscire da quelle stanze per ottenere pari dignità giuridica. L'eterosessuale può baciare una ragazza per strada, un gay deve giustamente rischiare di essere massacrato di botte perché non ha tenuto la sua natura chiusa in camera da letto.
Ma alla beffa si aggiunge il danno non appena Gabbana tocca il punto più basso della sua intervista con l'affermare: «La politica è meglio che non si occupi di certe cose». E perché mai dovrebbe, tanto non è certo una persona privilegiata come lui ad avere bisogno di tutele giuridiche?
L'intervista non tralascia di presentare un Gabbana che racconta di essere stato vittime di insulti e umiliazioni come gran parte dei gay. Racconta del bullismo subito e della difficoltà nell'accettarsi e nel farsi accettare accettare. Poi l'ascesa, i soldi e un bel mondo ovattato in cui anche il peggior omofobo tacerebbe dinnanzi a lui nella speranza di poter attingere ad una fetta della sua ricchezza.
Eppure nel leggere quelle frasi emerge un'immagine di un uomo che a 55 anni non pare aver accettare completamente la sua omosessualità. Ha sofferto ma chiede non si faccia nulla per salvare le nuove generazioni da quel calvario. È  gay ma non vuole che quella parola possa essere pronunciata a voce alta perché lui la percepisce come una parola negativa, incompatibile con i valori inculcategli da chi gli ha sempre detto che c'era qualcosa di sbagliato in lui. Insomma, il tipico caso di omofobia interiorizzata.

Naturalmente l'omofobia organizzata sta già cercando di mettere a frutto quelle frasi. Il sito integralista Aleteia si aggrappa alle sue parole e si pone nell'ottica di chi sostiene che i gay non vorrebbero essere considerati uomini. Falso, ovviamente, dato che l'essere gay non è nulla di diverso dall'essere mancini ed anche un mancino non nega il suo essere uomo perché scrive con la destra... semplicemente è una delle sue caratteristiche naturali. Eppure è con l'evidente intento di inneggiare all'ideologia integralista di un mondo in cui sia contemplata solo l'eterosessualità, in una rubrica denominata "stili di vita" scrivono:

Fatto sta che lo stilista italiano tra i più amati al mondo, pure da quella parte che cavalca senza pudore la sella del politically bla bla…, intende far arrivare a chi vorrà sentirlo il suo secco rifiuto all’imposizione di una parola che non serve. E non esiste nemmeno, in senso stretto. Gay.
Bellissimo l’accento, sì anche quello milanese che sentirete nel video riportato, ma soprattutto quello che mette sulla vera parola chiave.
Essere. Sono. È.
E non ci si scappa. Un uomo è un uomo, una donna è una donna. Non vuole che un sacco di gente in giro per il mondo e il web si senta buona affibbiandogli un termine che lui (e chissà quanti altri) disconosce categoricamente. Né che ci sia bisogno di sentirsi buoni parlando di lui e dei suoi omologhi come di una categoria a sé. Le uniche due categorie innegabili e negate con arroganza da un po’ di tempo a questa parte, sono uomo e donna

La paura di pronunciare una parole non fa che accrescere la paura verso ciò che quella parola significa. Ed è così che se Gabbana non riesce a chiamarsi per nome a voce alta, il branco è lì pronto a reinterpretare il suo pensiero e a sostenere che bisognerebbe annullare l'esistenza stessa dei gay. La parola non va detta, i gay non esistono e l'eterosessualità va elevata all'unica realtà che merita di poter esistere alla luce del sole. Ciò che non ha un nome non esiste.
Eppure l'ipocrisia è tanta, dato che ad abbracciare quella tesi è un giornale cristiano che dice di volere una politica cristiana che difenda i valori cristiano per una comunità più cristiana. Eppure non stampano magliette con scritto "Sono un uomo, non un cristiano" e non raccontano che il loro definirsi parte di un gruppo sarebbe in contrasto con l'essere uomo. Un caso?
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