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I due mariti di Nerone

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Esattamente 1950 anni fa, il 18 luglio del 64, scoppiò il grande incendio di Roma che infuriò per nove giorni diffondendosi per l'intera città. Una falsa immagine iconografica vuole che fosse stato appiccato da Nerone e che l'imperatore fosse rimasto inerme a suonare la lira dal punto più alto del Palatino mentre Roma bruciava sotto i suoi occhi (un'immagine che nel 2012 venne ripresa anche dalla rivista Tempi come prova definitiva del perché si debba essere contrari ai matrimoni gay).
La verità storica però è ben diversa. Gli studiosi sono concordi nel sostenere che Nerone non abbia avuto nulla a che fare con l'accaduto e che in quel momento si trovasse ad Anzio. Giunto nella capitale mentre le fiamme già dilagavano, si adoperò per prendere le dovute contromisure, organizzando i soccorsi e partecipando in prima persona agli sforzi per spegnere l'incendio.
Allora perché Tempi lo ha denigrato e ha parlato di matrimoni gay? Un aspetto meno conosciuto della storia di Nerone è come l'imperatore fosse sposato con due uomini. Dapprima sposò solennemente («in modum sollemnium coniugiorum» riporta Tacito) un liberto di nome Pitagora, forse una sua guardia del corpo. Poi, dopo la morte della moglie Poppea Sabina, fece castrare un giovane di nome Sporo perché assomigliava alla sua defunta consorte e lo sposò pubblicamente (sebbene si fosse già maritato con Pitagora). Plinio il Vecchio narra come Nerone convivesse con entrambi e come i greci, adulandolo, si spingessero ad augurargli figli legittimi con i due.
Secondo la testimonianza di Dione, Sporo si suicidò dopo la fuga da Roma di Nerone, ormai divenuto il nemico numero uno del Senato che aveva già proclamato Galba imperatore.


Paolo VI verso la canonizzazione. E c'è chi ricorda le voci riguardo alla sua presunta omosessualità

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A pochi giorni dalla canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, giunge la notizia della probabile canonizzazione di Paolo VI. I cardinali e vescovi del dicastero per le Cause dei Santi hanno infatti sostenuto che l'inspiegabile guarigione di un bambino non ancora nato sia da attribuirsi alla sua intercessione.
Secondo la ricostruzione del postulatore, nel 2001 ad una donna statunitense al quinto mese di gravidanza venne prospettata la possibile morte del feto o di gravi malformazioni dovuti alla presenza di liquido nell'addome e l'assenza di liquido nel sacco amniotico. I medici le suggerirono di interrompere la gravidanza, ma lei si rifiutò e si rivolse ad una suora che pregò per l'intercessione di papa Montini. Il bambino nacque in situazioni di salute discrete, motivo per cui la Chiesa ha scelto di parlare di "miracolo".
Ben meno gradite ai palazzi vaticani, però, sono le voci che riguarderebbero la sua presunta omosessualità. Il suo outing è attribuito a Roger Peyrefitte che, in risposta a una condanna dell'omosessualità da parte del papa, nel 1976 parlò di una relazione tra Montini e l'attore Paolo Carlini (ai tempi, un volto noto della televisione). L'ipotesi è che la loro relazione abbia avuto inizio ai tempi dell'episcopato ambrosiano, proseguendo poi anche dopo l'elezione pontificia a causa di un presunto ricatto che l'attore avrebbe messo in atto nei confronti del pontefice. Anche Biagio Arixi, amico del Carlini, ne parlò nel suo libro "Peccati scarlatti", così come le voci vennero poi riprese vent'anni dopo anche in un libro di Franco Bellegrandi, un tempo guardia d'onore del pontefice e corrispondente dell'Osservatore Romano, che raccontò come l'attore avesse libero accesso alle stanze del papa a qualsiasi ora del giorno e della notte.
Parlando si sé in terza persona, Montini corse ai ripari e negò il tutto durante la Quaresima di quell'anno anno: «Noi sappiamo che il nostro Cardinale Vicario e poi la Conferenza Episcopale Italiana vi hanno invitati a pregare per la nostra umile persona, fatta oggetto di scherno e di orribili e calunniose insinuazioni di certa stampa, irriguardosa dell'onestà e della verità». La sua presa di posizione, però, non bastò a far cessare le negazione (in fin dei conti la negazione sarebbe sembrata dovuta a chiunque data la sua posizione e i tempi in cui ha avuto luogo pontificato).


La "cura" dell'omosessualità in epoca nazista

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Nonostante ogni evidenza scientifica, alcuni prelati, cattolici e politici si ostinano a sostenere che l'omosessualità sia da considerare una "malattia" e che esistano fantomatici trattamenti in grado di "guarirla". Forse sarebbe il caso di ricordare loro che le loro affermazioni non paiono altro che un rigurgito delle aberrati teorie sulla razza ariana elaborate in epoca nazista.
Ai tempi, infatti, ogni atto omosessuale venne vietato attraverso il tristemente noto paragrafo 175 (rimasto in vigore per ben 24 anni dopo la fine della guerra) e lo stesso Himmler non mancò di definire l'omosessualità come una «malattia contagiosa» dato che i gay non avrebbero fornito giovani da arruolare fra le fila dell'esercito.
Esperimenti per la "cura" dell'omosessualità vennero condotti nel campo di concentramento di Buchenwald a partire dal luglio 1944. A condurli un medico danese delle SS di nome Carl Peter Vaernet, pronto a condurre esperimenti sugli esseri umani pur di sostenere che l'impianto di massicce dosi di testosterone sui deportati omosessuali li avrebbe resi eterosessuali.
Tracce storiche documentano almeno 17 interventi in cui alle cavie venne impiantata sottopelle una speciale "ghiandola artificiale" brevettata da Vaernet, con differenze nei diversi dosaggi di testosterone impiegati sui diversi soggetti. La quasi totalità di lor morì nelle settimane successive all'intervento.
Dettagli ancor più aberranti emergono da una lunga lettera di Vaernet inviata il 30 ottobre 1944 al comandante del servizio medico delle SS Grawitz, nella quale afferma: «Le operazioni a Weimar-Buchenwald sono state effettuate il 13 settembre 1944 su cinque prigionieri omosessuali. Di questi due sono stati castrati, uno sterilizzato e due non "trattati". A tutti è stata impiantata la "speciale ghiandola sessuale" maschile».


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Paragraph 175

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Si intitola "Paragraph 175" ed è un documentario realizzato nel 2000 da Rob Epstein e Jeffrey Friedman per raccontare gli arresti di gay e lesbiche effettuati dai nazisti sulla base del paragrafo 175, una norma che introduceva il reato di sodomia del codice penale tedesco.
La prima stesura della legge risale al 1871, ma i nazisti provvedettero ad inasprirlo: tra il 1933 e il 1945, furono ben 100mila le persone arrestate sulla base del loro orientamento sessuale. Alcuni di loro vennero imprigionati, altri mandati in campo di concentramento. Si stima che solo 4mila di loro riuscirono a sopravvivere.
Oggi anche i gli ultimi superstiti si sono spenti, ma nel 2000 vi era la possibilità di raccogliere la testimonianza di una decina di persone ancora in grado di portare una testimonianza diretta dell'accaduto, cinque dei quali decisero di farlo all'interno del documentario. Karl Gorath, Heinz Dormer, Pierre Seel, Albrecht Becker, Heinz F. sono da ritenersi dunque le ultime testimonianze della vita di gay e lesbiche sotto il Terzo Reich.

Clicca qui per guardare il documentario.


Adolf Hitler era gay? Un viaggio fra storie, miti, negazionismo e revisionismo

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Si celebra oggi la Giornata della memoria, una ricorrenza internazionale istituita per commemorare le vittime del nazismo, dell'Olocausto, dell'Omocausto e per ringraziare quanti hanno sacrificato la propria vita per proteggere i perseguitati.
Durante il regime nazista, furono almeno 50.000 gli omosessuali internati in campi di concentramento, contraddistinti dagli altri prigionieri attraverso un triangolo rosa cucito sul petto. Il senso della giornata odierna è quella di rafforzare la memoria di quanto accaduto, per impedire che quell'orrore possa ripetersi. L'importanza di impedire che il passato possa essere avvolto da una nube d'oblio è testimoniata da chi già oggi cerca di vedere solo ciò che vuole, ipotizzando tesi negazioniste o tentando di riscrivere l'accaduto.
Per quanto riguarda il mondo omosessuale, una delle tesi più odiose è rappresentata da quanti cercano di ricamare all'ipotesi che Adolf Hitler fosse gay. Anzi, uno dei cavalli di battaglia del Revisionismo e del Negazionismo è sostenere che che ci fossero numerosi omosessuali fra le SS, che l'omocausto non sia mai esistito ed che i gay fossero protetti dal nazismo (se non addirittura loro a comandare).
La realtà appare un po' diversa se si considera come Himmler, parlando di come gli omosessuali non facessero figli da reclutare nell'esercito, asserì che «il nostro popolo sarà annientato da questa malattia contagiosa» o di come, alla fine della guerra, molti di loro vennero imprigionati in carceri civili a causa del loro orientamento sessuale (il divieto all'omosessualità introdotto dai nazisti con il paragrafo 175 rimase in vigore per ben 24 anni dopo la fine della guerra). Anche gli americani ed inglesi bollarono i gay come «criminali comuni» a cui non era dovuta alcuna libertà.
Non appare dunque un caso se la propaganda cominternista scelse di accusare Hilter di omosessualità con l'intendo di screditarlo, portando quelle voci ad uscire ben presto dai confini dell'Urss e del Comintern.


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La tomba dove ancor oggi riposano Pico della Mirandola e il suo compagno

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Chi dovesse visitare la chiesa di San Marco, a Firenze, potrebbe scorgere la tomba in cui è stato sepolto Giovanni Pico della Mirandola. Nato il 24 febbraio 1463 e morto il 17 novembre 1494, in vita ebbe un'«affettuosa amicizia» con l'umanista Girolamo Benivieni.
La loro relazione viene liquidata in poche parole dalla maggior parte delle biografie, ma pare che ai tempi il loro amore fosse risaputo (probabilmente fu quello il motivo che spinse Girolamo Savonarola a sostenere che l'anima di Pico non aveva potuto andare subito in Paradiso, ma avrebbe dovuto soggiornare per un certo tempo nel Purgatorio a causa di «certi peccati»).
Ben più aperta a quella relazione appaiono invece i fatti: i due vennero sepolti nella stessa tomba e nell'incisione è ancor oggi possibile leggere: «Qui giace Giovanni Mirandola, il resto lo sanno anche il Tago e il Gange e forse perfino gli Antipodi. Morì nel 1494 e visse 32 anni. Girolamo Benivieni, affinché dopo la morte la separazione di luoghi non disgiunga le ossa di coloro i cui animi in vita congiunse Amore, dispose d'essere sepolto nella terra qui sotto. Morì nel 1542, visse 89 anni e 6 mesi».

Via: Ubi tu Gaius, ego Gaia


I matrimoni gay religiosi dell'Italia ottocentesca

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È noto che i matrimoni fra persone dello stesso sesso fossero diffusi nell'antica Roma, nel periodo paleocristiano e in varie società (come gli indiani d'America). Ma se oggi il mondo della politica pare fermo nel volerli impedire, è da un'epoca spesso considerata bigotta ed arretrata che ci giungono notizie di celebrazioni religiose che hanno voluto riconoscere e sancire quell'amore.
Tante paiono le testimonianze di un matrimonio fra persone dello stesso sesso che sarebbe celebrato da un prete di campagna al Mugello, in Toscana, verso la fine dell'800. Ed è quell'evento ad essere stato raccontato nel cortometraggio "Ubi tu gaius ego gaia" (la vecchia formula latina con cui ci si sposava), realizzato dal regista Matteo Tortora e presentato nella scorsa edizione del Florence Queer Festival.
«La mia volontà è quella di portare alla luce l'episodio e far riflettere -ha dichiarato il regista- Quanto fosse moderna e del tutto atipica la società locale che ha accettato questo prete e questi matrimoni in confronto alla nostra moderna società italiana, in cui l'idea di un unione tra persone dello stesso sesso è ancora e purtroppo "soltanto" fonte di discussione infinita. Deve far riflettere il peso di una chiesa locale, a contatto con le persone, in grado di accettare e accogliere le diversità sessuali e sociali, per di più in un periodo così bigotto e ancora poco moderno in confronto alla chiesa sovrana e globale che oggi lancia giudizi e attacca le diversità in quanto tali, senza beneficiare da esse della loro stessa esistenza».
Ma questo non è tutto. A far riflettere è anche come la Toscana sia stata la prima terra italiana ad aver approvato una legge contro l'omofobia (mentre oggi uno dei suoi simboli sarà concesso a gruppi omofobi che non vogliono far passare i moderni progetti di legge, ndr), così come il filosofo rinascimentale Pico della Mirandola venne seppellito a Firenze insieme a Girolamo Benivieni, l'uomo che aveva amato in vita. Ancor oggi sulla lapide della loro tomba, custodita presso la Chiesa di San Marco, si legge: «la morte non separi coloro i cui animi in vita congiunse Amore».

Clicca qui per guardare il trailer del film.


Cinquant'anni fa la tragedia del Vajont

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Sono le 22:39 del 9 ottobre 1963. Parte del monte Toc crolla nel nuovo bacino idroelettrico artificiale costruito nel Vajont, innescando un'onda di oltre 200 metri che scavalca la diga e scende a valle distruggendo tutto ciò che incontra sul proprio cammino, compreso il paese di Longarone. Si calcola che l'energia prodotta in quell'occasione fu doppia rispetto a quella generata dalla bomba di Hiroshima. Le vittime accertate sono 1.910 (di cui 1450 solo a Longarone).
La frana scatenatasi nella notte del 1963 era già stata individuata nell'estate del 1959 e, nonostante i responsabili cercarono di dar la colpa della tragedia alle scarse piogge di quel periodo, la magistratura stabilì che l'evento era prevedibile. Insomma, tutti coloro che avevano le informazioni necessarie per poter prevenire l'imminente tragedia avevano preferito girare la testa e far finta di nulla.
Sull'argomento non si può dimenticare anche il bellissimo monologo di Marco Paolini, realizzato il 9 ottobre 1997 in occasione del trentaquattresimo anniversario del disastro (qui e qui il video). Lo speciale sarà trasmesso questa notte alle 24 su Rai 2 e sabato alle 21.15 su Rai 5. Questa sera, inoltre, Rai Movie proporrà alle 21.15 il film "Vajont" di Renzo Martinelli.

Immagini: [1] [2] [3]


Matthew Shepard

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Il caso di Matthew Shepard è diventato un vero e proprio simbolo contro l'omofobia e la discriminazione, anche grazia alla decisione dei suoi genitori di non voler mettere a tacere l'accaduto, preferendo parlare in pubblico di come il figlio sia stato ucciso per il semplice fatto di essere gay.
Nato a Casper il 1º dicembre 1976, Shepard si diplomò nel nel 1995, iscrivendosi poi al primo anno di scienze politiche presso l'Università del Wyoming a Laramie. Poco dopo la mezzanotte del 7 ottobre 1998, incontrò in un bar Aaron James McKinney e Russell Arthur Henderson. Durante il processo McKinney dichiarò che il ventunenne chiese loro un passaggio a casa, ma non vi fece mai ritorno. Venne derubato, picchiato selvaggiamente, legato ad una staccionata e lasciato lì a morire. I due aggressori trovarono l'indirizzo del suo appartamento e lo svaligiarono.
Shepard fu trovato solo 18 ore dopo da un ciclista di passaggio, vivo ma in stato di incoscienza. Il cranio era stato fratturato dalla nuca fino oltre l'orecchio destro, parte del cervello era stata compromessa sino ad impedire al suo organismo di gestire correttamente il battito cardiaco e sulla testa erano state riscontrate almeno dodici gravi ferite. L'immagine che si presentò al ciclista fu agghiacciante: l'intero volto risultava coperto di sangue, ad eccezione di dove era stato lavato dalle sue lacrime.
Le sue condizioni risultarono così gravi da spingere i medici a non operarlo: non riprese mai conoscenza e morì alle 0:53 del 12 ottobre 1998 all'ospedale Poudre Valley di Fort Collins, in Colorado.
Nonostante il loro tentativo di crearsi un alibi con l'ausilio delle proprie fidanzate, Aaron James McKinney e Russell Arthur Henderson vennero arrestati e processati. Ed è in aula che ammisero di aver torturato Shepard soltanto perché gay. Entrambi vennero ritenuti colpevoli dell'omicidio.


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Dal 26 al 30 luglio torna Mr Gay Europa

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Dal 26 al 30 luglio sarà Praga a far da sfondo all'ottava edizione di Mr Gay Europa. Il concorso, fondato nel 2005 da Tore Aasheim e Morten Rudå si è svolta per la prima volta ad Olso, in Norvegia ed ha incoronato quell'anno l'olansede Alexander van Kempen.
L'edizione seguente, vinta dal ventinovenne ungherese Nándi Gyöngyösi, si è disputata ad Amsterdam, seguita nel 2007 dall'incoronazione tenutasi a Budapest (all'interno della più ampia manifestazione della "Isola dell'Orgoglio d'Europa") del tedesco Jackson Netto. E poi, ancora, è stato il diciannovenne madrileno Antonio Pedro Almijez ad aggiudicarsi la vittoria nel 2008 (ancora una volta a Budapest), seguito nel 2009 dallo spagnolo Sergio Lara (ad Oslo, in Norvegia).
Nel 2011 è stata la città di Braşov, in Romania, ad accogliere l'incoronazione del primo italiano ad essersi aggiudicato il titolo: il siciliano (ma romano d'adozione) Giulio Spatola, oggi vicepresidente della manifestazione. Lo scorso anno, infine, è stato nuovamente uno spagnolo a conquistare il titolo, con l'elezione a Roma di Miguel Ortiz.


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28 giugno 1969: i moti di Stonewall

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Era la notte tra il 27 e il 28 giugno 1969. Poco dopo l'1.20, la polizia irruppe allo Stonewall Inn con la scusa di un controllo sugli alcolici. Si trattava di uno dei pochi bar dell'epoca dedicato a gay e transessuali ed era noto a tutti come quei controlli fossero organizzati al solo scopo di dar fastidio agli avventori (alle volte i nomi registrati dalla polizia venivano anche pubblicati sui quotidiani).
Quella notte furono otto gli ufficiali del primo distretto (dei quali uno solo in uniforme) ad entrare con l'intenzione di arrestare «coloro i quali si trovavano privi di documenti di identità, quelli vestiti con abiti del sesso opposto, e alcuni o tutti i dipendenti del bar». Ed è così che condussero tutti i presenti in strada per i controlli di rito.
Si dice che fu Sylvia Rivera a scatenare la protesta, lanciando una bottiglia addosso ad un agente che l'aveva presa a manganellate. Leggenda vuole che in quel momento nel bar corressero le note di "Over the rainbow" di Judy Garland, motivo per cui quella canzone divenne presto in un vero e proprio inno gay.
In quel momento, in un bar di Christopher Street nel Greenwich Village, ha avuto inizio il movimento di liberazione gay moderno. Quel giorno si decise di reagire e di non sottostare alle continue umiliazioni e violenze perpetrate della polizia ed accettate dalla società civile dell'epoca.
La scintilla si era ormai accesa e la folla iniziò a sopraffare la polizia. Gli agenti si rifugiarono all'interno del bar: alcuni cercarono di appiccare il fuoco al locale, altri usarono dei parchimetro come ariete per sfondare le porte. La notizia della rivolta iniziò a diffondersi e sempre più folla accorse sul luogo.
La polizia isolò e picchiò molti effeminati e, solo nella prima notte, vennero arrestate 13 persone e vennero feriti quattro agenti di polizia (più un numero imprecisato di manifestanti, alcuni picchiati selvaggiamente dagli agenti). Bottiglie e pietre vennero lanciate al grido di «Gay Power!» e circa 2.000 persone si batterono contro 400 poliziotti.
Arrivarono i rinforzi dalla Tactical Patrol Force (una squadra anti-sommossa originariamente addestrata per contrastare i dimostranti contro la Guerra del Vietnam) ma anche loro vennero respinti dei dimostranti. Si dice che furono alcune drag queen a bloccargli la strada.
All'alba le proteste scemarono, ma ripresero la notte seguente ed, ancora, a cinque giorni di distanza dalla retata. La rabbia per i maltrattamenti subiti dalla comunità lgbt da parte delle forse dell'ordine (che avrebbero dovuto difenderli e non esserne i carnefici) era ormai venuta a galla e per le strade si iniziarono a distribuire volantini con scritto «Via la mafia e gli sbirri dai bar gay!».
Era l'inizio di una nuova era. E da quell'anno, ogni anno, i Gay Pride rievocano quanto avvenuto quella notte, ricordandoci come il mondo sia stato cambiato da chi è stato pronto a scendere in strada e a metterci la faccia nel dire «no» a chi voleva negargli il diritto all'esistenza. Perché non è restando in poltrona e sopportando gli insulti che si può far la differenza.

Immagini: [1] [2] [3] [4] [5] [6] [7] [8]


La bandiera rainbow

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La bandiera rainbow (o bandiera arcobaleno o freedom flag) è attualmente il simbolo più usato dai movimenti gay di tutto il mondo. Spesso viene confusa con la bandiera della pace, ma le due si differenziano per l'assenza della scritta "pace", per la disposizione speculari dei colori (nella bandiera lgbt il rosso è in alto, mentre in quella della pace è in basso) e per il numero di colori (sei nella bandiera lgbt, sette in quella della pace). La similitudine viene facilmente spiegata dal fatto che entrambe le bandiere derivino dai colori dall'arcobaleno.
Ideata nel 1978 dall'artista Gilbert Baker di San Francisco, originariamente era composta da otto strisce orizzontali di diverso colore, ognuno simboleggiante un aspetto caro alla simbologia new age: sessualità (rosa), vita (rosso), salute (arancione), luce del sole (giallo), natura (verde), magia (turchese), serenità (blu) e spirito (viola). Tinta a mano dallo stesso Gilbert Baker, sventolò per la prima volta in strada il 25 giugno 1978, in occasione del Gay Pride di San Francisco.
L'assassinio del consigliere comunale Harvey Milk, avvenuto il 27 novembre 1978, portò ad una maggiore richiesta di quelle bandiere e la Paramount Flag Company iniziò a vendere una versione a sette strisce, rimuovendo quella rosa dato che la stoffa di quel colore non era disponibile nei suoi magazzini.
Nel 1979 la bandiera subì un'ulteriore modifica: se appesa verticalmente, infatti, il palo ne copriva la striscia centrale e si penò dunque di riportare ad un numero pari i colori, in modo da ovviare al problema. Ed è così che il turchese è venne abbandonato e la versione più popolare è divenuta quella a sei strisce (rosso, arancione, giallo, verde, blu e viola).
Dal punto di vista del significato, la rainbow flag è universalmente riconosciuta come simbolo dell'orgoglio gay. Un orgoglio che non è un concetto astratto, ma alla sua origine è stato sintetizzato in tre punti ben precisi: le persone dovrebbero essere fiere di ciò che sono, la diversità sessuale è un dono e non una vergogna e l'orientamento sessuale e l'identità di genere sono innati e non possono essere alterati intenzionalmente.


Il primo soldato gay espulso dall'esercito statunitense

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Gotthold Frederick Enslin è un tenente che prestava servizio nell'esercito continentale del generale George Washington. Era il febbraio del 1778 quando il soldato Anthony Maxwell venne portato davanti alla corte marziale con l'accusa di aver diffuso notizie malevole sul suo conto: il processo terminò con la completa assoluzione dell'imputato e con un rinvio a giudizio per Enslin, ora accusato apertamente di sodomia.
Il tribunale si riunì per discutere il suo caso ed il 15 marzo emise il suo verdetto di condanna. Il comandante del suo reggimento optò per la sua espunzione dall'esercito e, di fatto, si trattò del primo caso documentato di un allontanamento legato all'orientamento sessuale di un soldato.
I diari del tempo riportano con dovizia di particolari anche la modalità adottata per l'esecuzione di quella decisione: accompagnato dal suono di tamburi e pifferi, il tenente Gotthold Frederick Enslin venne letteralmente spogliato della sua uniforme e condotto oltre le rive del fiume Schuylkill. L'ordine perentorio che gli venne dato fu quello di non farsi mai più rivedere, mentre il suo cappotto venne simbolicamente rigirato dalla parte sbagliata.


Il triangolo rosa

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Si celebra oggi la Giornata della memoria, un'occasione per ricordare una delle pagine più oscure della storia moderna e per impedire che gli errori del passato possano essere ripetuti. Una memoria da urlare con forza a fronte di quanti pensano che possa bastare il negazionismo o il relativismo per poter riproporre un modello di esaltazione della persona sulla base di appartenenza religiona, colore della pelle o orientamento sessuale.
È di difficile, ad esempio, non pensare all'assurda legge anti-gay in discussione in Russia o alle continue esecuzioni perpetuate nei Paesi che ancor oggi reputano l'omosessualità un reato. Ma anche a casa nostra le cose non vanno certo meglio, con un numero sempre crescente di soggetti pronti ad urlare in piazza il loro sentirsi migliori degli altri. Proprio a loro va ricordato che un simile atteggiamento può portare solo verso conseguenze drammatiche, come in passato furono l'olocausto o l'omocasto.
In epoca fascista, infatti, in Germania venne approvato il famigerato paragrafo 175 del codice penale, secondo il quale «un uomo che ricopre un ruolo attivo o passivo in affettuosità con altri uomini è punito con la reclusione». Ciò portò numerosi gay ad essere imprigionati o condotti nei campi di concentramento sulla base del loro orientamento sessuale.
Per riconoscerli, i nazisti gli imposero un distintivo raffigurante un triangolo rosa, colore scelto per scherno nei loro confronti. Alle lesbiche internate, invece, vennero consegnate divise contrassegnata con il triangolo nero delle "asociali". È questo il motivo per cui, una volta nato il movimento di liberazione omosessuale, quel simbolo venne rivendicato ed utilizzato come simbolo politico della comunità gay.
La storia ci ricorda che, anche al termine della guerra, ai gay non vennero riconosciuti i propri diritti e, contrariamente a quanto avvenne per le vittime ebree, il governo tedesco non risarcì mai i "triangoli rosa". Anzi, chi continuò a dichiararsi apertamente gay venne nuovamente imprigionato anche dopo il nazismo, come nel caso di Heinz Dörmer che subì complessivamente 20 anni di reclusione (prima nei campi di concentramento nazisti e poi nelle carceri della Repubblica Federale Tedesca) o come Helmut Corsini che dal campo di Buchenwald passò direttamente alle carceri nazionali. L'emendamento nazista al paragrafo 175, infatti, restò in vigore per ben 24 anni dopo la fine della guerra.


I diari segreti di Sergej M. Ėjzenštejn

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Sergej Michajlovič Ėjzenštejn (Riga, 23 gennaio 1898–Mosca, 11 febbraio 1948) è stato un regista e sceneggiatore sovietico fra i più influenti della storia del cinema. A lui si devono capolavori come "La corazzata Potëmkin", "Alexander Nevskij", "Lampi sul Messico" e "Ottobre".
Si sposò per ben due volte, a quanto pare dietro forti pressioni politiche, ma pare che non li consumò mai. È quanto si apprende da alcuni suoi diari, tenuti gelosamente segreti per anni, in cui il grande registra avrebbe parlato liberamente della propria omosessualità e delle sue infatuazioni per molti ragazzi eterosessuali che lo circondavano (a cominciare dal suo giovane assistente, Grigori Alexandrov). Fu anche questo uno dei motivi che lo spinse a decidere di passare molto tempo insieme a giovani registi, gustando la loro compagnia e insegnando loro le varie tecniche professionali.
La carriera di Ėjzenštejn conobbe alti e bassi per via dell'altalenarsi di esaltazione e biasimo mostrati dal regime verso i suoi lavori. Nel 1930 la Paramount Pictures lo invitò ad Hollywood per realizzare una versione cinematografica di "Una tragedia americana". Divergenze nella scelta del cast, però, portarono alla rottura contrattuale ancor prima dell'inizio delle riprese. Ėjzenštejn andò così in Messico per produrre un documentario, ma Stalin lo richiamò in Unione Sovietica ad opera ancora incompiut. Lui partì chiedendo che il materiale girato gli venisse inviato a Mosca per il montaggio: ma la pellicola non gli venne mai spedita e venne utilizzata per produrre -senza il suo consenso- una serie di altri film (con diversi livelli di osservanza delle intenzioni del regista).
In patria ritrovò il favore di Stalin con "Ivan il terribile", ma la seconda e terza parte del film non piacquero e l'incompiuto "Ivan il terribile III" venne addirittura sequestrato ed in parte distrutto.


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La storia d'amore fra il faraone e il suo generale

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Neferkare (detto Pepi II, nato nel 2284 a.C. circa) divenne faraone della VI dinastia egizia all'età di sei anni. Il suo regno fu uno dei più longevi dell'epoca: alcune fonti parlano di sessant'anni, altre addirittura di novanta. Fra i documenti sopravvissuti al tempo, vi è anche un frammento di papiro che racconta la sua storia d'amore con il generale Sisene.
Nel testo viene citata la testimonianza di Teti, un cittadino comune, che asserisce di aver visto il faraone uscire di soppiatto dal proprio palazzo per recarsi presso la casa del suo generale. Qui avrebbe poi dato un segnale segreto (un sasso lanciato in aria ed il piede battuto per terra) al seguito del quale il suo amante gli avrebbe poi calato una scala per consentirgli di raggiungere la sua finestra.
La testimonianza parla di un incontro iniziato verso la quarta ora della notte (ossia le 22) e proseguito per quattro ore, al termine del quale il faraone ha poi fatto ritorno al proprio palazzo.
Se da un lato il documento sottolinea la clandestinità del loro rapporto, dall'altro Perpi II non viene in alcun modo criticato per aver fatto sesso con un altro uomo. La testimonianza, dai toni neutri e documentaristici, viene fornita con l'unico intento di sostenere le voci che circolavano all'epoca riguardo a regolari incontri segreti fra i due.


Scienziati inglesi chiedono la riabilitazione di Alan Turing, condannato nel 1952 perché gay

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In una lettera aperta pubblicata dal The Daily Telegraph, undici scienziati britannici hanno chiesto al governo la riabilitazione del matematico Alan Turing: «Chiediamo al Primo ministro di concedere ufficialmente la grazia a questo eroe britannico, cui il Paese deve tanto e le cui scoperte in campo informatico sono attuali ancora oggi».
La richiesta odierna ricalca quella già avanzata lo scorso febbraio e sottoscritta da 23mila firme, respinta da David Cameron con la motivazione che è «impossibile» riabilitare una persona condannata per quello che all'epoca era un reato penale.
Alan Turing, infatti, venne arrestato il 31 marzo 1952 con l'accusa di omosessualità, dopo aver rivelato il proprio orientamento sessuale in risposta ad alcune pressanti domande della polizia. Durante il processo si difese asserendo semplicemente che «non scorgeva niente di male nelle sue azioni». La pena fu severissima: venne condannato ad una castrazione chimica che lo rese impotente e gli causò lo sviluppo del seno. Conseguente che probabilmente lo portarono da lì a poco a suicidarsi, a soli 41 anni. Per farlo scelse di mangiare una mela avvelenata con cianuro di potassio (presumibilmente con un riferimento a Biancaneve, la sua favola preferita). L'omosessualità venne depenalizzata in Gran Bretagna solo nel 1967.
A lui si deve la decifrazione dei codici nazisti durante al Seconda Guerra Mondiale, la formalizzazione dei concetti di algoritmo e la Macchina di Turing, progenitore dei moderni computer.


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Elagabalus, l'imperatore transgender

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Marco Aurelio Antonino (detto Elagabalus) venne incoronato imperatore di Roma il 16 maggio 218, all'età di soli quattordici anni. Originario della Siria, era per diritto ereditario anche l'alto sacerdote del dio sole di Emesa, la sua città d'origine.
Il suo regno -durato sino all'11 marzo 222- fu fortemente segnato dal suo tentativo di voler importare quel culto anche a Roma, ottenendo una forte opposizione alla sua politica religiosa. I cittadini romani faticarono anche a comprendere il suo voler intrecciare l'aspetto religioso a quello sessuale (così come comunemente avveniva nella cultura orientale), facendo sì che le sue pratiche sessuali venissero spesso considerate scandalose e stravaganti. Tra queste figuravano anche le orge, la prostituzione (considerata sacra) e i rapporti omosessuali e transessuali.
Sposò e divorziò da cinque donne ma, secondo i racconti del senatore e storico contemporaneo Cassio Dione Cocceiano, la sua relazione più stabile fu quella con Ierocle, uno schiavo biondo proveniente dalla Caria del quale l'imperatore parlava come di suo marito. La Historia Augusta, scritta un secolo più tardi, riporta che Elagabalus sposò, attraverso una cerimonia pubblica tenutasi nella capitale, anche un altro uomo: un atleta di Smirne chiamato Zotico.
A palazzo impose che i mimi dovessero realizzare e non solo simulare gli atti sessuali durante i loro spettacoli, così come pare fosse solito voler interpretare personalmente il ruolo di Venere durante le rappresentazioni del mito di Paride, durante il quale si spogliava nudo davanti al pubblico prima ricevere una penetrazione. Fece anche costruire dei bagni pubblici negli edifici del palazzo, ammettendovi il popolo anche al fine di trovare quelli che lui chiamava Onobeli, ossia uomini dotati di spiccata virilità.
A mettere in discussione la sua identità di genere, però, è il fatto che Eliogabalo fosse solito dipingersi le palpebre, depilarsi ed indossare parrucche prima di prostituirsi nelle taverne e nei bordelli della città. Cassio Dione Cocceiano sostiene che tale pratica avvenisse anche nello stesso palazzo imperiale: «Riservò una stanza nel palazzo e lì commetteva le sue indecenze, standosene sempre nudo sulla porta della camera, come fanno le prostitute, e scuotendo le tende che pendevano da anelli d'oro, mentre con voce dolce e melliflua sollecitava i passanti».
Venne spesso descritto anche mentre «si deliziava di essere chiamato l'amante, la moglie, la regina di Ierocle» e pare abbia offerto metà dell'Impero romano al medico che fosse riuscito a dotarlo di genitali femminili. Motivo per cui Eliogabalo viene spesso descritto dagli scrittori moderni come transgender.


John Addington Symonds

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John Addington Symonds è da molti considerato uno dei padri del movimento gay. Nato a Bristol (Inghilterra) il 5 ottobre 1840, durante l'adolescenza fatica ad accettare la crescente consapevolezza della propria omosessualità.
Durante i suoi studi alla Oxford University, incontra il pensiero di John Conington (il suo professore di latino che approvava i rapporti tra uomini e ragazzi) e gli scritti omoerotici di William Johnson Cory.
Inizia a collaborare anche con gli studi sulla sessualità di Havelock Ellis, firmando assieme a lui il primo volume dedicato alla "inversione sessuale" (i suoi eredi chiederanno ed otterranno poi la rimozione del suo nome dall'opera) e due libretti sull'omosessualità: "A problem in Greek ethics" (1883, in dieci copie), e "A problem in modern ethics" (1891, in 50 copie). Symonds scrive anche un'autobiografia assai esplicita sui suoi amori omosessuali, pubblicata solo nel 1984.
La cattedra ottenuta come professore di latino, inoltre, gli permetterà anche di dedicarsi quasi esclusivamente allo studio dei classici. Nel 1877, però, perde quel posto perché considerato troppo "intimo" con gli studenti. Decide così di abbandonare l'Inghilterra e di rifugiarsi in Italia.
Symonds muore a Roma il 19 aprile 1893, lo stesso giorno in cui appare il suo ultimo libro intitolato "Walt Whitman. A Study".


Lo spot gay che la Guinness negò di aver realizzato

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Era il 1995 e la Guinness realizzò un divertente spot con due gay come protagonisti. Il tutto, però, non venne mai mandato in onda: ai tempi la notizia finì nelle mani di alcuni giornali che ne chiesero conto, facendo sì che l'azienda non solo decidesse di non trasmetterlo, ma arrivasse anche a negarne l'esistenza.
Solo anni dopo, grazie anche al progresso culturale della società civile, il video è stato reso pubblico su Internet.
Nelle immagini -tutte in bianco e nero per riprendere i colori della birra- era possibile vedere un ragazzo disordinato che si aggirava per casa, mentre due mani infilate in guanti di gomma ripulivano il tutto. Ad un certo punto appariva anche la scritta "Uomini e donne non sono fatti per vivere insieme, sono animali del tutto differenti", lasciando immaginare che ad indossare quei guanti fosse una ragazza. Solo alla fine si svelava la sorpresa, mostrando che i due protagonisti erano entrambi uomini e che convivevano assieme.

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