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Uk: ex-veterinario condannato a 10 anni per aver ucciso un uomo durante una sessione sadomaso

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Era il 2 marzo dello scorso anno quando una sessione di sesso sadomaso è degenerata in un brutale assassinio. L'Alta Corte di Newcastle (Inghilterra) ha così ora condannato a dieci anni di carcere l'ex veterinario governativo Kirk Thompson (46 anni), ritenendolo responsabile dell'omicidio di David Koch (43 anni).
I due si erano conosciuti su Internet ed avevano assunto un alto quantitativo di crystal meth (una droga derivata dalla metanfetamina) prima di iniziare una sessione di sesso estremo.
Le indagini hanno appurato come l'ex veterinario abbia utilizzato i suoi strumenti chirurgici per praticare numerosi tagli. Gravi lesioni interne sarebbero poi state provocate anche attraverso l'inserimento forzato e violento di uno spazzolino elettrico, di una barra di metello e di alcuni frutti. Persino una volta uccisa la propria vittima, il veterinario non si è fermato ed ha continuato a torturare il suo corpo, spingendosi sino a praticare alcune amputazioni.
Fra le prove depositate alla corte vi era anche un messaggio che lo stesso Thompson ha pubblicato su Internet durante quella sessione: «Sto tagliando, facendo sanguinare e perforando un ragazzo fatto di crystal -si è vantato- Sto avendo una nottata estrema, non credo neppure io a quello che sto facendo».
Sempre quella notte Thompson ha invitato a casa anche un'altro uomo conosciuto su internet, facendo sesso con uli mentre il corpo di Koch giaceva esanime in salotto. Gli inquirenti ipotizzano che un forte quantitativo di droghe sia stato fornito ad entrambi da Thompson nel tentativo di ridurli in uno stato debilitante che gli avrebbe permesso di poter infierire sui loro corpo, anche se si pensa che nel secondo caso gli effetti siano stati diversi da quelli aspettati e che il secondo uomo sia stato molto fortunato a riuscire ad uscire vivo da quella casa.
Il giudice ha sentenziato che l'ex veterinario ha «goduto nell'infliggere dolore agli altri» e che per quel motivo è da ritenersi un pericolo per l'intera comunità. Dal canto suo la difesa non ha portato alcuna giustificazione se non il voler sostenere un sentimento di rimorso per l'accaduto. Una tesi che lo stesso giudice ha voluto respingere: «L'emozione era tutto per te -ha dichiarato- e non ti importava di David Koch o di quanti dovranno convivere con le conseguenze della sua morte». Gli inquirenti hanno anche sottolineato come non vi sia stato alcun pregiudizio verso il sadomasochismo, una pratica sessuale lecita fra persone consenzienti ma certamente ben altra cosa rispetto al delitto commesso.
Kirk Thompson era affetto da HIV e pare che abbia perso il suo lavoro proprio a causa di forti problemi psicologici che sarebbero derivati nell'aver appreso il suo stato sierologico.


Sud Africa: 21enne gay torturato e ucciso mentre alcuni coetanei osservavano in silenzio

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«Venite a vedere come si uccide un fr*cio». È questo l'invito con cui un uomo ha condotto sei ragazzi, tutti di età compresa fra i 14 ai 16 anni, ad assistere ad un brutale assassinio a sfondo omofobico.
Siamo in Sud Africa ed i fatti risalgono al week-end. I ragazzi che si trovavano in un locale hanno deciso di accogliere l'invito dell'uomo e sono stati condotti nei presso di una diga. Ad attenderli c'era la vittima, David Olyn, un ragazzo gay di 21 anni (in foto) che era stato legato ed abbandonato lì. La sua faccia già grondava di sangue e vi erano tracce di bruciature.
I ragazzi sono rimasti fermi ad osservare l'uomo che ha iniziato a compire sulla testa il ragazzo con un mattone, saltando sulla sua faccia gridando: «Vaffan**lo». Ad ogni colpo il giovane emetteva gemiti di dolore, ma i sei sono rimasti fermi ad osservare la scena.
Terminata la tortura, tutti sono tornati a casa come se nulla fosse e solamente il giorno successivo i ragazzi sono andati a verificare se il 21enne era ancora vivo. Era ormai morto. Ma anche questo non li ha spinti a dire nulla dell'accaduto. Solo successivamente hanno raccontato qualcosa ad una donna e da qui è partita la denuncia.
Le autorità hanno fermato il presunto assassino (sarà condotto davanti ai giudici il prossimo 3 aprile) mentre è in giornalista sudafricano a raccontare un'agghiacciante retroscena: il reporter ha cercato di contattare i ragazzi che avevano assistito alla scena, convinto che magari avessero bisogno di aiuto, ma pare li abbia trovati che giocavano tranquillamente a calcio, quasi come se neppure si fossero resi conto della gravità di ciò a cui avevano assistito e della loro omertà.


Madre accusata di aver ucciso il figlio di 4 anni perché convinta che fosse gay

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Jessica Dutro vive nell'Oregon ed è ora sotto processo per il brutale assassinio del figlio Zachary. Il giudice ha ritenuto ammissibile come prova un messaggio pubblicato su Facebook, nel quale la donna affermava che il piccolo doveva essere punito perché era gay. «Parla come loro e si muove come loro», ha ribadito in un altro messaggio. Zachary aveva solo 4 anni.
L'accusa sostiene che l'omicidio sia stato dettato proprio dal timore della donna che il figlio potesse essere gay, così come il suo odio verso gli omosessuali l'avrebbe portata a picchiare e torturare ripetutamente il piccolo (tutti i suoi figli erano vittime di maltrattamenti, ma pare che Zachary fosse la vittima preferita data la convinzione che fosse gay).
Tra affermazioni e ritrattazioni, non è ancora chiaro quanto accaduto in quel giorno del 2012. I medici hanno trovato Zachary in condizioni disperate: aveva un trauma all'addome e l'intestino risultava strappato. Inoltre il ritardo con cui era stato portato in una struttura sanitaria (ben due giorni dopo l'aggressione) ha vanificato ogni sforzo per tentare di salvare quella giovane vita: due giorni dopo il piccolo è morto.
Il compagno della donna, Brian Canady, è stato condannato per omicidio di primo grado all'inizio del mese proprio in relazione al caso e sconterà 12 anni e mezzo di carcere dopo aver patteggiato la pena in cambio di una testimonianza contro la donna. In un primo momento si era assunto l'intera colpa, sostenendo di aver ucciso il bambino prendendolo a calci nello stomaco, ma quella testimonianza non era compatibile con la versione fornita agli inquirenti da un altro figlio che ha raccontato di aver visto entrambi i genitori picchiare il fratellino.


Uk: ragazzo fa coming out e la madre lo prende a pugni in faccia davanti alla polizia

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Il coming out in famiglia è causa di apprensione per molti gay, dato che la paura di un rifiuto è sempre dietro l'angolo. Nel caso di Scott, però, la vicenda è finita così male da sfociare nel tragicomico.
Siamo a Perth, una città della Scozia, ed una normale festa in famiglia è stata l'occasione in cui il giovane ha deciso di fare coming out e di rivelare ai parenti di avere una relazione con un altro uomo. La madre, Emma Green, 37enne e madre di dieci figli, non l'ha certo presa bene ed i toni si sono subito scaldati sino a spingere i presenti a chiamare la polizia.
Quando gli agenti si sono presentati nell'abitazione, davanti al loro occhi si è palesata una donna che strillava in faccia al ragazzo: «Tu non vali niente. Prendi solo c**zi su per il c**o. Non sei altro che un lurido fr***o». Ed è così che la signora Green è stata dichiarata in arresto, ma proprio in quel momento si è divincolata dalla presa degli agenti ed ha sferrato un pugno in faccia al ragazzo.
Contro di lei non ci sarà alcun processo dato che i familiari si sono rifiutati di testimoniare, ma ciò non ha impedito al giudice di condannarla ad una multa di duecento sterline e a un risarcimento al figlio di cento sterline. L'avvocato della donna, infatti, ha sostenuto che quanto accaduto sia stato solo «un incidente», pur ammettendo che  quelle azioni siano state dettate solo dal pregiudizio nei confronti degli omosessuali.


Derubato e picchiato per sfregio: «Ci dava fastidio fosse gay e l'abbiamo punito»

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«Si siamo stati noi ad aggredire quel giovane, eravamo ubriachi. Ci dava fastidio il fatto che fosse gay e l'abbiamo voluto punire». È con queste parole che tre ventenni incensurati hanno confessato di aver picchiato e derubato un trentenne gay per puro sfregio.
Nonostante le indagini siano riusciti ad incastrare i responsabili solo ora, i fatti risalgono alla notte di Capodanno. La vittima ha conosciuto i tre giovani in un noto locale Roma e fra i quattro pareva essere nato un certo feeling. Hanno iniziato a simpatizzare, hanno parlato dei i loro interessi ed hanno appurato di avere gusti musicali... a fine serata il trentenne li ha invitati casa sua ed i tre hanno accettato l'invito. Ma è quando si sono rivotati soli che è iniziato l'incubo: «Ad un certo punto -ha raccontato l'uomo- quei giovani mi hanno apostrofato chiamandomi "brutto frocio". A quel punto ho avuto paura».
Tolta la maschera da bravi ragazzi, infatti, i tre ventenni sono diventati violenti ed hanno iniziato a picchiarlo. Poi, per puro sfregio, gli hanno intimato: «Sporco gay dacci il telefonino e le chiavi della macchina».
All'alba l'uomo ha denunciato l'accaduto alle forze dell'ordine, particolarmente interessate al fatto che i tre ragazzi fossero tutti di un'altezza fuori dalla media. Ed è così che, incoraggiati anche dal ritrovamento di un'impronta rivenuta all'interno dell'appartamento, hanno iniziato ad indagare nel mondo dei giocatori di basket. Ed è proprio grazie ad alcune foto di giocatori romani che la vittima ha riconosciuto i suoi aguzzini, permettendo alle forze dell'ordine di riuscire ad ottenere la loro piena confessione.


Brasile. Uccide il figlio di 8 anni perché effeminato

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Portava i capelli lunghi, aiutava nelle faccende domestiche e si cimentava nella danza del ventre. Ma per il padre questi non erano atteggiamenti maschili, ed è per questo che l'ha picchiato a morte. La terribile storia giunge da un quartiere povero alla periferia ovest di Rio de Janeiro, in Brasile.
Alex aveva solo 8 anni e quando è stato portato in ospedale con un'emorragia interna e il fegato perforato. Il piccolo non ce l'ha fatta e la sua giovane vita si è spenta al pronto soccorso. In un primo momento persino la madre ha provato a coprire il comportamento brutale del marito, raccontando ai medici che il bambino era caduto per le scale. Quella tesi, però, non ha convinto l'Istituto di medicina legale che -oltre a riscontrare segni di malnutrizione- ha trovato quei segni incompatibili con le circostanze raccontate.
A quel punto Andrè Moraes Soeiro, 34 anni, ha raccontato alla polizia che era solito picchiare il figlio perché era «molto disobbediente», ma la testimonianza dei vicini di casa ha permesso di appurare una realtà diversa: a scatenare la furia omicida dell'uomo, infatti, sarebbe stato l'atteggiamento troppo effeminato di Alex. «Ti insegno io come cammina un uomo» sono le parole che l'uomo avrebbe pronunciato prima di picchiarlo a morte.


Milano: ex-marito non paga gli alimenti perché il figlio è gay e «allora può andare a battere»

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«Mio padre mi discrimina perché sono gay. Non versa l'assegno mensile a mia madre perché non vuole aiutarmi negli studi». È questa la testimonianza choc resa da un ragazzo di vent'anni davanti al tribunale di Milano. Il giovane ha spiegato anche che «in realtà mio padre non mi ha mai accettato» e che «quando a 18 anni gli ho detto che sono gay, mi ha risposto: "Sei un fr*cio? Allora puoi andare a battere..."».
Secondo il racconto, l'orientamento sessuale del figlio sarebbe stato uno dei motivi che ha spinto l'uomo a non versare più gli alimenti all'ex moglie, nell'evidente tentativo di impedire la disponibilità economica necessaria al pagamento dei suoi studi presso l'Università Bocconi. «Papà mi ha sempre ripetuto che devo arrangiarmi», ha raccontato il ragazzo.
Il pericolo di un suo ritiro dal corso di studi è stato scampato solo grazie all'intervento di un'anziana amica di famiglia, generosa sino al punto di pagargli la retta e i libri, ma per la vittima non dev'essere stata facile accettare che il padre abbia tentato di distruggergli la vita solo perché gay. Ed è così che è stato proprio lui a sporgere denuncia e l'unico della sua famiglia a costituirsi parte civile, mentre la madre e il fratello pare preferissero rinunciare a chiedere l'adempimento di quegli obblighi pur di non veder rese pubbliche le loro vicende di famiglia.


Usa: Prete cattolico si rifiuta di dare l'estrema unzione ad un 63enne gay in crisi cardiaca

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La crociata contro l'omosessualità di alcuni cattolici continua a mietere vittime. Questa volta a finire nel loro mirino è stato Ronald Plishka, un uomo di 63 anni di Washington (Stati Uniti). Ricoverato d'urgenza per un attacco cardiaco, le sue condizioni disperate lo avevano spinto a chiedere che il cappellano gli impartisse l'estrema unzione. Ed è così che padre Brian Coelho si è recato al suo capezzale ma, dopo aver appreso nel corso della confessione che l'uomo era omosessuale, si è rifiutato di imparatigli il sacramento.
«Ha detto che l'unica cosa che poteva fare era fermarsi a pregare assieme a me -ha spiegato l'uomo- A quel punto mi sono arrabbiato e l'ho cacciato dalla mia camera. E pensare che gli avevo anche detto che mi piaceva molto il Papa per il suo atteggiamento nei confronti dei gay e per aver detto: Chi sono io per giudicare?».
A quel punto la direzione dell'ospedale ha inviato un altro sacerdote, questa volta non più cattolico ma metodista, che ha somministrato senza problemi il sacramento richiesto. Il 63enne è poi riuscito superare la crisi cardiaca, avendo l'occasione di denunciare quanto accaduto in quei concitati momenti.


Roma: vietato protestare contro Putin

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Forti tensioni si sono registrate a Roma in occasione della preannunciata manifestazione organizzata ieri sera davanti all'ambasciata russa. Un centinaio di persone si erano date appuntamento per protestare contro le leggi anti-gay del Paese, contro il fermo di Vladimir Luxuria, ma anche contro l'omicidio di giornalisti scomodi, il genocidio in Cecenia e sterminio di cani randagi per ripulire le strade delle Olimpiadi di Sochi.
I testimoni raccontano che ad attenderli c'era un cordone di agenti di polizia, tutti in tenuta anti sommossa, schierati per impedire di poter raggiungere l'ambasciata. I manifestanti hanno così optato per un sit-in pacifico in loco, ma anche dinnanzi a quel gesto la polizia avrebbe scelto di rispondere con una carica. Alcuni manifestanti sarebbero poi stati prelevati e portati in commissariato. «La nostra richiesta era semplice: fare sventolare la rainbow davanti ai russi», racconta uno dei presenti.
Solo verso le 22 le trattative con gli agenti avrebbero permesso di ottenere che «due, massimo tre persone» protesero portare la bandiera simbolo dell'orgoglio gay in via Gaeta. Una "concessione" assai misera a fronte di immagini troppo simili a quelle già viste in Russia, in uno stato che sulla carta dovrebbe essere democratico e permettere la libertà di manifestazione a tutti.

Via: Spetteguless


La procura verso l'archiviazione del caso di Andrea, il «ragazzo dai pantaloni rosa» suicidatosi a 15 anni

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Andrea, noto alle cronache come «il ragazzo dai pantaloni rosa» non era gay e non si è ucciso per perché vittima di bullismo. È questa la conclusione a cui è giunta la procura di Roma, pronta a sostenere che il 15enne si sia impiccato a causa di una delusione d'amore inflittagli da una ragazza. Tutti i suoi professori sono stati così prosciolti dall'accusa di mancata vigilanza.
Fin dal primo momento i suoi genitori avevano immediatamente sostenuto che il figlio non fosse gay e che usasse smalto rosa semplicemente perché era allegro, così come i suoi compagni avevano raccontato che la pagina Facebook in lo si derideva perché omosessuale fosse stata creata con la sua complicità.
Sorpresa è stata espressa da Fabrizio Marrazzo, portavoce del Gay Center, che ha dichiarato: «Ci sorprende la richiesta di archiviazione, ci sorprende ancora di più la certezza che viene dalla procura che Andrea non sia stato vittima di azioni di bullismo o di omofobia. Su questo, tra l'altro, c'è un procedimento in corso davanti al Tribunale dei Minori. L'archiviazione è la dimostrazione che di fronte a casi di discriminazioni omofobe cala un muro di silenzio».
La tesi a cui sono giunti i pm, infatti, pare scontrarsi anche con le indiscrezioni emerse dall'inchiesta parallela che si sta occupando di appurare le responsibilità dei compagni di classe. In quel caso, infatti, pare sia emerso come la pagina Facebook in cui il giovane veniva deriso non fosse certo stata create con il suo consenso, così come sul social network siano state trovate numerose minacce ed insulti riguardo al suo presunto orientamento sessuale. Anche il suo banco di scuola al liceo Cavour di Roma è stato posto sotto sequestro dopo il ritrovamento di scritte omofobe a lui rivolte.
Curioso è anche notare quanta attenzione sia stata data al voler appurare il suo orientamento sessuale (un dato che probabilmente conosceva solo lui, dato a quell'età è normale che molti gay cerchino di nascondersi dietro finte storie etero) anche se l'omofobia non colpisce di certo solo solo gli omosessuali ma anche chi viene percepito come tale.


Roma: gay aggrediti al grido di «Andate via dall'Italia, tanto morirete di Aids. Viva il Duce»

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Ancora una volta è la città di Roma a fare da scenario ad un'aggressione omofoba. Secondo la denuncia presentata dal Gay Center, lo scorso 12 gennaio Luca, il suo compagno (con il quale si è sposato in Spagna) ed un amico si trovavano in via Celio Vibenna (non distante dal Colosseo) quando «sono stati rincorsi da un gruppo di una decina di ragazzi tra i 20 e i 25 anni, che hanno iniziato a insultarli gridando frasi come "ecco un frocio, ecco un altro, andate via dall'Italia, tanto morirete di Aids"». Ad un certo punto «uno degli aggressori ha minacciato i due con una bottiglia mentre il gruppo gridava "Viva il Duce"».
Una volta riusciti a scappare, i ragazzi hanno sporto denuncia alla polizia ed hanno contattato la Gay Help Line per informarli dell'accaduto.
«Ancora una volta siamo di fronte a un episodio di omofobia e di violenza a Roma -si legge nella nota rilasciata dall'associazione- Ci sono bande di bulli, gruppi che usano la violenza, ma anche molti che rimangano inerti a osservare senza reagire, come se condividessero tali azioni aspettiamo l'esito delle indagini augurandoci che questi aggressori vengano identificati, ma il dato delle denunce di aggressioni verbali o fisiche è purtroppo alto».


Brasile: gay ucciso a colpi di skateboard

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Dopo l'episodio del 16enne ucciso da una banda di skinhead, la città di San Paolo (in Brasile) è stata lo scenario di un nuovo delitto compiuto nei confronti di un gay. Questa volta la vittima è Bruno Borges de Oliveira, un 18enne che è stato brutalmente aggredito e picchiato da un gruppo di giovani mentre tornava a casa insieme a due amici. Quest'ultimi sono a fuggire e a chiamare aiuto, ma per il ragazzo non c'è stato nulla da fare: i ripetuti colpi in testa inflettigli con uno skateboard dal branco lo hanno portato alla morte. La sua unica "colpa" era quella di essere gay.
I fatti si sono verificati nel centralissimo quartiere di Bela Vista, dove una telecamera di sorveglianza ha ripreso l'accaduto ed ha permesso agli inquirenti di individuare alcuni responsabili. Pare che i ragazzi abbiano già confessato il proprio coinvolgimento nel delitto e abbiano fatto i nomi dei loro complici.
Agghiaccianti sono anche le dinamiche: non era la prima volta che il gruppo agiva e le loro vittime erano accuratamente selezionate fra ragazzi omosessuali. La banda li aggrediva, li picchiava e li derubava di tutto, spesso anche dei vestiti e dell'abbonamento ai mezzi pubblici pur di umiliarli nel costringerli a tornare a casa nudi e a piedi.


Justin Bieber è stato arrestato

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Stamattina, alle 4 di notte secondo l'locale della Florida, le manette che sono scattate attorno ai polsi di Justin Bieber. La Polizia lo ha infatti fermato mentre, ubriaco, aveva affittato una Lamborghini per sfidare in una gara di velocità clandestina una Ferrari. Gli agenti gli hanno così formalizzato le accuse di guida in stato di ebbrezza e corsa automobilistica illegale.
Il cantante 19enne pare ormai fuori controllo. In serata aveva speso 75mila dollari in uno strip club di Miami Beach, mentre la settimana scorsa il suo appartamento in California era stato perquisito dalla polizia dopo che il cantante era stato sorpreso a lanciare uova contro la villa del vicino: il ritrovamento di cocaina da parte degli agenti portarono all'arresto di un suo amico.
Voci di corridoio sostengono anche che la sua separazione da Selena Gomez sia dovuta proprio ad un abuso di droghe da parte del giovane, così come il suo manager pare abbia cercato di convincerlo ad andare in rehab. Persino sua madre, nel corso di un'intervista rilasciata al Sun, ha espresso preoccupazioni per il suo stato di salute. Da considerare, infatti, è come i recenti fatti non siano che la punta dell'iceberg di una serie di "bravate" divenute sempre più frequenti e gravi nel corso del tempo.


Brasile: adolescente gay torturato ed ucciso da una banda di skinhead

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Kaique Batista dos Santos aveva solo 16 anni ed era gay. Pare sia stato torturato ed ucciso da una banda di skinhead, poco distante dallo stadio di San Paolo (Brasile) che la prossima estate ospiterà la cerimonia di apertura della Coppa del Mondo di calcio. «Questi teppisti godono nel picchiare e torturare a mani nude i gay e si compiacciono nell'ucciderli» è lo sfogo della sorella.
I suoi denti sono stati strappati con delle pinze, nella sua gamba è stato conficcato un paolo di ferro ed il suo corpo è stato martoriato sino a quando la morte lo ha strappato dalle mani dei suoi aggressori.
Kaique in quel momento si trovava da solo. Aveva perso il portafogli e il telefono cellulare durante una festa in discoteca e i suoi amici si erano separati per aiutarlo a cercarli. È in quel momento pare sia avvenuta l'aggressione.
La famiglia denuncia come la polizia abbia cercato di archiviare il tutto come un caso di suicidio. Ora quella tesi potrebbe essere rimessa in discussione grazie alla determinazione dei suoi famigliari nel voler scoprire la verità di fronte incongruenza di alcuni dettagli (da quando un suicida si strappa i denti, si conficca una spranga nella gamba e si procura una serie di ematomi?). Attualmente il Dipartimento della Pubblica Sicurezza ha preferito chiudersi nel silenzio sostenendo che il loro rapporto è ancora da ritenersi "confidenziale".
Nonostante il Brasile abbia legalizzato le unioni far persone dello stesso sesso, l'omofobia rimane una vera e propria emergenza, spesso incoraggiata anche da chi dovrebbe difendere la comunità lgbt (si stima che il 17,6% delle aggressioni omofobe siano attuate dalla polizia stessa). Lo scorso maggio la Chiesa Evangelica portò in piazza circa centomila fedeli, pronti a manifestare contro i matrimoni gay e contro l'omosessualità in sé.


Nuova aggressione omofoba a Roma

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I fatti risalgono a venerdì scorso, quando due stati aggrediti nel pieno centro di Roma, nei pressi di ponte Garibaldi, per il solo fatto di essere gay. Gli aggressori, due persone probabilmente di origine russa, hanno inseguito le loro vittime sino a raggiungerle, per poi prenderle a calci e pugni. Uno di loro ha riportato la frattura del naso con una prognosi di 25 giorni, mentre il suo compagno ha avuto due punti al labbro e 10 giorni di prognosi.
«È un attacco gravissimo, che colpisce tutti -fa sapere Fabrizio Marrazzo, portavoce del Gay Center- Ci preoccupa la dinamica dei fatti, l'inseguimento da parte degli aggressori e il ritardo nei soccorsi[...] Qualora gli aggressori fossero russi, questo sarebbe un ennesimo campanello d'allarme di come la crescente omofobia russa con le leggi anti gay approvate da Putin sia pericolosa».


Roma: trovato morto l'attivista gay scomparso da casa

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Daniele Fulli -28enne di origini pugliesi ed attivista gay- è stato trovato morto sul viadotto della Magliana, a Roma. Era scomparso da casa lo scorso 4 gennaio e del suo caso si era occupato anche la trasmissione televisiva "Chi l'ha visto?".
«Il volto massacrato e i pantaloni abbassati: è stato trovato così dalle forze dell'ordine il cadavere del ragazzo gay scomparso tre giorni fa da casa -scrive Imma Battaglia sul suo profilo Facebook- Resto incredula di fronte all'efferatezza di questo omicidio che dimostra ancora una volta quanto sia prioritario il tema della sicurezza a Roma».
Al momento le indagini sono ancora corso e la polizia non esclude alcuna ipotesi. Anche se sarà solo l'autopsia a determinare i motivi della morte, gli ematomi e i fori trovati sul corpo (presumibilmente causati da un'arma di piccolo calibro) fanno già propendere per l'ipotesi dell'omocidio.
Le associazioni gay romane hanno già organizzato una marcia in suo ricordo: sabato 11 gennaio ci si ritroverà alle ore 16 in via della Pescaglia per un corteo a piedi sino al punto in cui è stato ritrovato il corpo senza vita di Daniele.


Un altro gay si suicida a Roma

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Un ragazzo gay di 21 anni si è tolto la vita lanciandosi dal settimo piano di uno stabile in via Casilina, nel quartiere di Torpignattara, a Roma. Secondo le prime ricostruzioni, il ragazzo soffriva di depressione da circa un anno dopo una delusione amorosa che lo avevano spinto ad abusare di droghe ed alcool. Ed è così che la sabato pomeriggio una banale discussione sul suo alito che sapeva di vino lo avrebbero spinto a tentare gettarsi dalla finestra. I genitori lo avrebbero fermato in tempo ma il ragazzo avrebbe poi ritentato l'estremo gesto pochi minuti più tardi, questa volta riuscendo nel suo intento.
Pare che l'omosessualità del giovane fosse ben accettata in famiglia, ma il suo attivismo nel chiedere l'approvazione della legge contro l'omofobia lo avevano portato a ricevere molte critiche su Internet. Nel suo ultimo messaggio pubblicato su Facebook si domandava: «Perché offendere un gay non è reato?».
«I carabinieri ritengono che il giovane non avesse problemi perché gay nemmeno fuori di casa» afferma il Corriere della Sera, ma le indagini non escluderanno a propri la pista omofoba.
D'altra parte non è difficile notare come il suo gesto estremo non abbia placato gli animi di persone pronte ad offenderlo anche dopo la morte. Su Facebook, infatti, non mancano commenti di chi afferma che «È solo una moda... 'ste cose non succedevano 50 anni fa» o che «Gli etero si sentono ormai minoranza discriminata... si lanceranno dalle cantine? I piani alti sono molto affollati dall'altra sponda». Ed ancora: «Perché offendere un normale cristiano non è reato? Basta con 'sti gay», «Ci sono mille problemi che vengono prima delle presunte offese ricevute dal gay in questione», «Povero fr*cio». C'è addirittura chi gli addossa la colpa, sostenendo che «Non ha avuto un educazione religiosa giusta».
Commenti più che sufficienti a far riecheggiare l'ultima domanda lanciata dal ragazzo: perché in Italia offendere un gay non è reato e perché lo Stato permette che migliaia di cittadini si ritrovino a veder quotidianamente calpestata la propria dignità solo perché schiere di omofobi provano piacere nel lanciare insulti e nel tentare di rovinare la vita altrui?


Picchiato perché gay. Nuova aggressione omofoba a Roma

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È stato aggredito e picchiato perché gay. Questa volta la vittima è un 20enne, aggredito nei pressi di Porta Maggiore da un uomo sui 30 anni che lo «ha colpito all'improvviso rompendogli anche gli occhiali e provocandogli contusioni varie, sino a farlo cadere mentre gli gridava "fr*cio!"». Poi, una volta rialzatosi, è stato inseguito dall'aggressore sino a quando non è riuscito a trovare rifugio in un posto di polizia. La denuncia arriva dal Gay Center che, attraverso gli avvocati della Gay Help Line, sta seguendo il caso del giovane.
Ancora una volta, dunque, Roma è risultata teatro di un'aggressione omofoba mentre dalla politica mancano risposte concrete e giungono persino richieste di moratorie che consentano di rimandare di un anno qualsiasi discussione che riguardi il fenomeno. Il bilancio tracciato dall'associazione è pesantissima: nell'ultimo anno sono state oltre 50 le aggressioni verificatesi nella capitale, a cui si sommano gli oltre cento casi di bullismo e sette casi di suicidio o tentato suicidio (ci cui solo quattro noti alle conche).
Sono inoltre oltre 20mila le richieste d'aiuto giunte alla Gay Help Line da tutta Italia, moltissime delle quali da parte di giovani che non hanno ancora fatto coming out in famiglia e che decidono di non denunciare le violenze subite per timore che i genitori possano scoprire il loro orientamento sessuale.
«Sul contrasto all'omofobia -ha commentato Fabrizio Marrazzo, portavoce di Gay Center- c'è bisogno di un sempre maggiore intervento da parte delle Istituzioni, che supporti anche l'azione dei volontari e delle associazioni. Su questo chiediamo un incontro con il sindaco Ignazio Marino e con l'assessore Cattoi. A Roma non possiamo depotenziare gli strumenti esistenti ma al contrario vanno sostenuti».


Milano: arrestato un 19enne per i suoi «raid squadristi» contro i gay

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Cristian B., un ragazzo moldavo di 19 anni anni, è stato arrestato dalle forze dell'ordine dopo essere stato ritenuto responsabile dei «raid squadristi» con cui intendeva "ripulire" dalla presenza di gay i giardinetti in via Carlo Bo, a Milano.
L'ordinanza di custodia cautelare gli è stata notificata direttamente in carcere, dove il giovane risulta già rinchiuso per un'altra aggressione simile. Secondo la ricostruzione, ad aiutarlo nei pestaggi sarebbero stati quattro minorenni (tre italiani ed un albanese, tutti in età compresa tra i 15 e i 17 anni) che al momento sono stati denunciati dai carabinieri.
Il 12 maggio scorso è stato un quarantenne a subire la sua aggressione, così come anche il 25 agosto altro quarantenne ed compagno indiano sono stai brutalmente picchiati e lasciati a terra senza sensi (l'uomo ha subito la frattura della mandibola e della scapola). Pare anche che per compiere quei raid Cristian B. sia evaso dagli arresti domiciliari a cui era stato condannato.

Via: Repubblica.it


Aggressione omofoba in Sardegna

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Dalle pagine di cronaca ci giunge notizia di una nuova aggressione omofoba, questa volta verificatasi a Quartu (in Sardegna). Secondo la ricostruzione, due uomini di 30 e 40 anni stavano tranquillamente camminando per le vie cittadine quando sono stati avvicinati da un gruppo di bulli che hanno iniziato a lanciargli insulti rivolti al loro orientamento sessuale. Dato che i due non hanno subito in silenzio, il branco ha deciso di reagire e di passare all'aggressione fisica.
Ad avere la peggio è stato il 40enne, picchiato selvaggiamente con pugni e calci sino a perdere i sensi: ricoverato in ospedale, i medici gli hanno diagnosticato trenta giorni di prognosi.
La coppia ha deciso di sporgere denuncia e le prime indagini del Commissariato di Quartu hanno portato all'identificazione di due dei presunti colpevoli, due giovani di 17 e di 19 anni. Ora dovranno rispondere dell'accusa di lesioni aggravate in concorso.
«Siamo esasperati -ha commentato Flavio Romani, presidente di Arcigay- ogni giorno raccogliamo segnalazioni di discriminazioni e violenze di natura omotransfobica e ogni giorno rivolgiamo appelli al Governo e al Parlamento. Tutto inutile: le nostre parole cadono nel vuoto [...] Tutto questo ha dell'incredibile. Mentre l'elenco di queste violenze si aggiorna con una velocità impressionante, la politica è impantanata nel guado di una legge contro l'omotransfobia del tutto inadeguata e che sembra scritta mezzo secolo fa. Un testo che ci viene rappresentato con toni trionfalistici ma che in realtà è lo specchio di una politica che corre dietro ai violenti senza riuscire minimamente ad affrontare il problema della violenza alla radice. Una politica senza progetto, insomma, che si fa lustro con gesti simbolici o di testimonianza ma che poi non fa i conti con la propria totale inefficacia. Cosa fanno questo Governo e questo Parlamento per migliorare la quotidianità delle persone lgbt? Quali sono le azioni che mettono in campo? Come ne verificano l'efficacia? Queste domande sono da sempre per noi senza risposta. Per questo il 7 dicembre prossimo il movimento lgbt manifesterà a Roma per alzare la voce contro questa politica irresponsabile. Diventa perfino imbarazzante inoltrare oggi l'ennesimo messaggio di solidarietà alle vittime, senza poter fare loro nemmeno una promessa su un futuro migliore. Ministri, onorevoli, senatori dovremo attendere il pestaggio di un vostro amico o congiunto per auspicare una seria presa in carico del problema dell'omotransfobia in questo Paese?».