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Indiana: pastore anti-gay arrestato per molestie ad un altro uomo

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Gaylard Williams è un pastore della Praise Cathedral Church of God di Seymour, in Indiana, nonché un fervente attivista anti-gay. Ai suoi fedeli raccontava che l'omosessualità è un peccato ed una malattia, ma ora è stato arrestato con l'accusa di violenze sessuali nei confronti di un altro uomo.
I fatti risalgono a venerdì scorso. Il ragazzo che ha sporto denuncia era parcheggiato dinnanzi a Cypress Lake quando il 58enne si è avvicinato alla sua autovettura. Non appena abbassato il finestrino, l'uomo gli ha afferrato i genitali e gli ha proposto del sesso orale. A quel punto il ragazzo ha fatto finta di cercare una pistola nel cruscotto ed il pastore è fuggito a gambe levate. Il tempo, però, è stato sufficiente per prendere il suo numero di targa ed è attraverso quello che la polizia è risalita alla sua identità.
Giunti a casa sua, gli agenti riferiscono di aver trovato del materiale pornografico gay all'interno della sua autovettura. Williams sostiene che quei giornali fossero di un amico che glieli aveva affidati, così come ha dichiarato di essersi recato in riva al lago per cercare un altro suo amico che stava pescando.
Ora sarà la Corte Superiore della Contea di Jackson a dover appurare i fatti.


Suicida a 14 anni per paura che la sua sua sessualità non potesse essere compatibile con la sua fede

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«Lizzie era un membro della chiesa, della scuola e della comunità meravigliosamente esuberante e amata. Era una studentessa talentuosa, una sportiva e una musicista estroversa, amava divertirsi e godeva dell'amore e del rispetto di molti amici». Così i genitori ricordano Elisabeth Lowe, una ragazza inglese di soli 14 anni che ha deciso di togliersi la vita perché spaventata.
Era spaventata perché lesbica. Aveva il terrore che i suoi genitori non l'avrebbero accettata se gli avesse rivelato chi era veramente, così come non riusciva a conciliare la sua sessualità con quello che la sue chiesa gli diceva fosse giusto essere. È forse quello il motivo per cui fa così male vedere che il ricordo dei suoi genitori parta proprio dall'appartenenza a quella chiesa che ha gettato le basi della sua prematura morte, presumibilmente colpevole di aver cercato di alimentare la convinzioni che fede ed omosessualità siano due cose inconciliabili.
Alle 23:15 dello scorso 10 settembre, ha preso una corda e si è impiccata nella sua stanza.
La notizia è trapelata solo ora e pare testimoniare la necessità di una seria riflessione da parte dei gruppi che si dicono cristiani ma che si limitano a colpire i più deboli al solo fine di legittimare i propri pregiudizi. La ragazza aveva chiesto aiuto agli amici, aveva raccontato i suoi pensieri suicidi ma non era riuscita a trovare il conforto necessario a superare l'idea che lei potesse non piacere a Dio. «Sentiva sempre come se gli stesse mentendo», racconta uno degli amici.
Come sempre nessuno verrà indagato, anche se non è difficile trovare i mandanti dell'ennesima giovane vita spezzata dall'ignoranza e pigrizia mentale di chi si ostina a sostenere che la normalità debba essere misurata sulla base del proprio vissuto, indifferenti a come le proprie parole possano ferire ed uccidere. E forse la Chiesa stessa dovrebbe interrogarsi su come le proprie posizioni ideologiche possano aver spinto un'adolescente a credere davvero che Dio potesse non amarla solo perché lesbica...


Usa: ragazzo aggredito dai fedeli della sua chiesa, volevano liberarlo dall'omosessualità

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Matthew Fenner, un ragazzo gay cristiano che vive nella Carolina del Nord, ha denunciato un fatto sconvolgente: cinque fedeli che frequentavano la sua stessa chiesa lo hanno aggredito, picchiato e tentato di strangolare «per liberarlo dai demoni dell'omosessualità».
I fatti risalgono ad un anno fa e Fenner, dopo un periodo di silenzio, dice di aver deciso di parlare nella convinzione di non essere stato l'unica persona aggredita da quella gente. Le autorità hanno ora incriminato aggressione e sequestro di persona i cinque sospettati: Sarah Covington Anderson, Adam Christopher Bartley, Brooke McFadden Covington, Justin Brock Covington e Robert Louis Walker Jr., tutti membri della The Word of Faith Fellowship Church di Spindale.
«Sinceramente pensavo di star per morire -ha raccontato il giovane- Sentivo come se la testa stesse per staccarsi e non vedevo più niente. Non riuscivo a respirare. Ho pensato che se non fossi riuscito a liberarmi sarei morto».
Dinnanzi ad una simile denuncia, chiunque sarebbe sentito nel dovere di cercare di appurare i fatti... ma non presso alcune comunità cristiane. I fedeli della sua chiesa, infatti, hanno deciso di voltargli le spalle e persino la madre ed il fratello lo hanno allontanato. L'avvocato della chiesa continua ad affermare che «nessuno ha mai fatto fisicamente del male a Mr Fenner», ma l'aria che si respira è quella della più bieca omertà lobbistica in cui la protezione dei propri associati è più importante di qualunque diritto umano.


Gli jihadisti giustiziano un gay lanciandolo dal tetto

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Gli jihadisti dello Stato Islamico sono tornati ad uccidere un uomo accusato di essere omosessuale. Lo hanno catturato, processato sommariamente e gettato dal tetto di un un edificio al confine tra Iraq e Siria.
La notizia giunge dallo stesso Isis, pronto a rivendicare come «La Corte islamica in Wilayet al-Furat ha stabilito che l’uomo che ha praticato la sodomia deve essere buttato dal punto più alto della città, e poi lapidato a morte». Al comunicato sono state allegate anche le immagini della terribile esecuzione, avvenuta martedì.
Già il 25 novembre scorso l'Isis aveva condannato a morte due giovani, di 18 e 20 anni, accusati di aver avuto rapporti sessuali con persone del proprio sesso. I due erano stati lapidati a morte.


Piacenza: la manifestazione delle Sentinelle si conclude con il pestaggio de contromanifestanti

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Spesso e volentieri le Sentinelle in piedi hanno sostenuto di aver subito presunte violenze da parte dei movimenti lgbt, spesso partendo dall'assunto che la sola presenza di un gay nelle loro vicinanze sia ritenersi tale. La loro tesi pare sia quella di ritenere inaccettabile qualsiasi dissenso al loro incitamento all'odio, sostenendo che le vittime dei loro proclami debbano stare in silenzio senza disturbare le attività di chi manifesta contro il riconoscimento dei loro diritti. A Piacenza, però, pare si sia andato oltre al consueto vittimismo e chi si è opposto alla loro ideologia è stato messo a tacere con aggressioni fisiche.
I fatti risalgono a sabato, quando la città emiliana è stata sede di due manifestazioni distinte. In una le Sentinelle in piedi vegliavano in silenzio contro i diritti dei gay, nell'altra alcuni attivisti facevano lo stesso reggendo cartelli in favore dell'uguaglianza sociale. Evidentemente troppo per alcuni violenti che la stampa locale definisce «militanti di estrema destra» che si sono recato sotto i portici della contromanifestazione ed hanno insultato ed aggredito i contromanifestanti. Alcune immagini trasmesse da Telelibertà mostrano anche il momento esatto in cui il consigliere di Rifondazione Comunista Carlo Pallavicini è stato colpito con un pugno che gli ha provocato la rottura del labbro. Per lui è stato necessario il ricorso alle cure ospedaliere mentre anche altri presenti hanno riportato danni fisici.
Va ricordato che le Sentinelle in piedi rivendicano il diritto all'omofobia come parte integrante della libertà di pensiero, ma sempre più spesso ricordano come quella libertà debba valere solo per loro.

Clicca qui per guardare le immagini dell'aggressione.


Napoli: due ragazzi aggrediti per un bacio gay

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È capitato ancora una volta. Siamo a Napoli, in piazza Dante, dove verso le 22 di lunedì sera due ragazzi sono stati aggrediti ed insultati per la "colpa" di essersi scambiati un bacio.
Stando al racconto dei testimoni, la loro effusione avrebbe scatenato l'ira di un passate che, dopo averli insultati pesantemente, non ha esitato a prendere a pugni uno di loro. Poi, prima dell'arrivo dei soccorsi, si è dileguato. La vittima è dovuta ricorrere alle cure ospedaliere e gli sono stati applicati due punti di sutura al labbro.
«Sono sconvolto per questo atto omofobo avvenuto a ridosso della giornata contro il femminicidio -ha commentato Pino De Stasio, consigliere della II Municipalità con delega alle pari opportunità- ci conferma che a Napoli bisogna fare ancora tanti passi avanti e bisogna ancora lottare per una cultura che contempli i diritti lgbt».
Interessante è notare anche come l'aggressore abbia anche detto alle sue vittime di voler chiamare i carabinieri per farli arrestare a causa del loro bacio. Appare difficile sostenere che le varie campagne discriminatorie lanciate dai giornali cattolici o le discutibili azioni di Alfano (più interessato ad impedire l'amore fra due uomini che contrastare la criminalità) non c'entrino nulla con il clima d'odio che si sta respirando, soprattutto dopo aver osservato come un violento possa pensare di poter chiedere il supporto della forza pubblica per colpire le proprie vittime.


Umbria: insegnante picchia uno studente dopo aver detto che «essere gay è una brutta malattia»

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Mentre il sottosegretario all'istruzione è impegnato ad impedire l'educazione alla diversità, per la terza volta in poche settimane è dal mondo della scuola che ci giunge il racconto di un gravissimo atto di omofoba perpetrato da un insegnante.
Questa volta i fatti si sono svolti in Umbria, dove un ragazzo ha raccontato di essere stato insultato e picchiato da un docente perché gay. I fatti sarebbero già stati confermati anche dalla testimonianza di tre compagni di classe.
Durante la lezione il professore avrebbe iniziato a passeggiare per l'aula prima di fermarsi ed esordire con un «essere gay è una brutta malattia» guardando fisso lo studente. Poi avrebbe ripetuto la frase, questa volta premurandosi di chiamare lo studente per nome e cognome.
A quel punto il ragazzo gli ha chiesto se stesse parlando di lui ed il professore avrebbe replicato: «Certo che dico a te, è brutto essere gay. Tu ne sai qualcosa». In tutta risposta il ragazzo avrebbe detto: «Sicuramente, da quando conosco lei» e quelle parole avrebbero scatenato la furia del docente. Dapprima avrebbe sferrato due calci alle gambe del giovane, poi lo avrebbe colpito con due pugni alla spalla e lo avrebbe preso con forza per il collo.
Il ragazzo ha esitato un po' prima di raccontare il tutto ai genitori ma, una volta fatto, questi lo hanno portato in ospedale (dove è stato riscontrato un grosso ematoma alla coscia, giudicato guaribile in cinque giorni) ed hanno sporto alla polizia. Il preside dell'istituto ha chiesto di poter svolgere un'indagine interna prima di rilasciare commenti, pur avendo già provveduto a spostare il ragazzo in una sezione in cui non potrà incontrare il professore.


Palermo: 20enne fa coming out, il padre lo fa picchiare

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Davide è un ragazzo di 20 anni che vive in un paesino in provincia di Palermo. Qualche mese fa ha si è fatto coraggio e ha di parlare della sua omosessualità alla sua famiglia, così come tanti suoi coetanei si trovano a fare, ma l'epilogo è da pelle d'oca. «Gli dissi che sono gay e mio padre radunò mio fratello e gli zii per farmi picchiare», racconta il giovane.
Il ragazzo racconta anche come la sua decisione di dichiararsi avesse seguito un esplicito invito del padre di affidarsi a lui: «Mi ha chiesto "Ti droghi? Parla con me. Qualsiasi cosa sia, io ci sono"». Ma se il padre sarebbe stato ben disposto ad accettare un figlio drogato, l'uomo non ha trovato altrettanta compressione nell'apprendere che suo figlio non aveva alcun problema serio, ma semplicemente aveva gusti sessuali diversi dai suoi.
Da qui sono iniziati gli insulti e le botte, poi la segregazione in casa e l'assoluto divieto di poter vedere anima viva. Una sera di agosto Davide ha raccolto le sue cose e si è lanciato: «Avevo davanti due scelte -racconta- farmi uccidere o provare a scappare. Ma non mi importava, dovevo scappare. Però avevo paura che mi venissero a cercare».
Neppure la fuga è bastata a spegnere l'odio della sua famiglia. Una zia lo contatta sporadicamente su Facebook per insultarlo: «Mi scrive "impiccati". Secondo loro non devo esistere. Non a queste condizioni». I suoi genitori, invece, non lo cercano neppure.
La buona notizia è che ora Davide sta bene, ha un lavoro e vive con alcuni coinquilini in una casa a Catania. Eppure resta la brutta storia di come possano esistere genitori denaturati capaci di simile brutalità, ennesima testimonianza di come l'orientamento sessuale eterosessuale non sia una sorta di certificazione della capacità di essere genitori migliori (così' come qualcuno prova ancora a sostenere)


Texas: 17enne picchiato dai suoi amici perché gay

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Dylan Beard è un ragazzo texano di diciassette anni. Ed è gay. Tanto è bastato perché divenisse vittima di una violenta aggressione da parte di persone che reputava amiche.
Una ragazza che Dylan reputava amica l'ha invitato in un parco, ma quando il giovane è giunto all'appuntamento l'ha trovata in compagnia d i altri due suoi compagni di scuola. I tre hanno iniziato a lanciargli insulti omofobi, svelandogli come fosse caduto in un'imboscata premeditata. Da lì a poco le parole sono diventate fatti ed i tre hanno iniziato a picchiarlo con violenza. «Mi hanno buttato a terra, colpito e dato un pugno », racconta. «Il suo viso era gonfio, il naso era rotto, si era morso con la sua stessa lingua, i suoi denti inferiori erano scheggiati, le ginocchia erano piene di ferite», racconta la madre, rimasta sotto shock nel vederlo tornare a casa in quelle condizioni.

E mentre la stampa locale si indigna per l'accaduto e le associazioni lgbt puntano il dito contro la scelta della polizia di ignorare le testimonianze di chi ha da subito raccontato di aver udito insulti omofobi, nelle stesse ore dell'accaduto il senatore texano Ted Cruz era impegnato a commentare ai microfoni della CNBC il coming out di Tim Cook, sostenendo come la sua omosessualità «sia una scelta personale». Inutile a dirsi, il pregiudizio non è un qualcosa che nasce dal nulla ed è difficile poterlo combattere quando le istituzioni stesse si impegnano con così tanta dedizione a diffonderlo. Cruz non avrà forse chiesto a quei ragazzi di picchiare il loro amico, ma è andato a raccontare loro che l'omosessualità è un qualcosa che si sceglie e non è da ritenersi una naturale variante dell'orientamento sessuale come la scienza afferma da decenni.


Azerbaijan: 19enne taglia la gola alla sorella dopo aver scoperto che era lesbica

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L'omofobia che impera in Azerbaijan ha raggiunto livelli così intollerabili da dover aver paura dei propri familiari. Se lo scorso agosto una famiglia tentò di dar fuoco al figlio gay, questa volta è un 19enne ad aver sgozzato la sorella una volta venuto a conoscenza della sua omosessualità.
L'assassino si chiama Parvana Nuriyevanin ed è stato arrestato dalle autorità per l'omicidio della sorella Günel Nuriyevan, 20 anni. Secondo la ricostruzione, i due avrebbero lottato prima del tragico epilogo. L'omicidio è avvenuto nella loro casa, a Baku (capitale del Paese).
Nel tentativo di difendersi, Parvana ha dichiarato alla polizia: «Lei veniva spesso a casa con delle lesbiche e dormiva con loro nel letto di nostra madre. Quando l'ho scoperto, le ho chiesto di smetterla ma lei non lo fece. Un demone si è insediato in me e attraverso i miei sogni mi ha detto che era giunto il tempo di uccidere mia sorella. Non riuscivo più a sopportarla».
A sottolineare il clima omofobo che vine in quelle terre è anche il rapporto della polizia, nel quale ci si è rifiutati di indicare l'omosessualità della vittima preferendo apostrofarla come «appartenente ad una minoranza sessuale».
In Azerbaijan l'omosessualità è stata depenalizzata nel 2001 anche se non si è mai fatto nulla per tentare di arginare le discriminazioni e le persecuzioni delle persone lgbt. Ovviamente non vi è alcun riconoscimento giuridico per le coppie gay né alcuna legge contro la discriminazione di gay e lesbiche.


Spagna: due ragazzi gay aggrediti e presi a sassate dai compagni di classe

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La violenza omofoba sta assumendo dimensioni sempre più preoccupanti. Questa volta la stori arriva dalla regione di Murcia, in Spagna, dove una ragazza adolescente è finita in ospedale dopo essere stata assalita e presa a sassate da alcuni compagni di classe. La sua unica colpa era quella di essere lesbica.
I fatti risalgono a lunedì scorso, nella città di Caravaca de la Cruz, quando la ragazza stava tornando a casa da scuola in compagnia di un amico gay. Tre compagni di classe li hanno seguiti e ad un tratto hanno sferrato l'attacco. Dapprima li hanno assaliti verbalmente, apostrofandoli con parole come «checca», «frocio» e «pervertiti». Poi, dato che i due ragazzi avevano scelto di ignorarli, hanno iniziato ad aggredirli lanciandogli addosso delle pietre
«Una delle pietre ha colpito la ragazza alla testa -racconta Rubén López, un portavoce dell'associaizone gay FELGTB- Ha perso coscienza ed è caduta a terra. Hanno dovuto portarla d'urgenza in ospedale».
L'aggressione è stata placata solo dall'intervento di alcuni passanti: la ragazza ha subito gravi contusioni, mentre il ragazzo viene descritto come «impaurito, intimidito, umiliato e sopraffatto».


Pastore sosteneva di poter "curare" l'omosessualità. Arrestato per abusi su un 16enne

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Il pastore Rex Allen Murphy lavorava come insegnante presso la Polly Ann Church of God di Eubank, in Kentucky (Stati Uniti) e tra le sue competenze vantava anche la capacità di poter "guarire" l'omosessualità. Peccato che questa caratteristica fosse probabilmente un mero pretesto per identificare le sue vittime.
La polizia l'ha infatti arrestato con l'accusa di violenze sessuali nei confronti di un ragazzo di soli 16 anni. Gli abusi si protraevano da circa sei mesi ed il giovane ha subito almeno dieci violenze, una delle quali consumata all'interno della chiesa.
Per ottenere il suo silenzio, l'insegnante aveva raccontato al ragazzo di essere il discendente di un'antica famiglia di stregoni e che lo avrebbe ucciso con i suoi poteri se gli fosse sfuggita anche solo una parola.
Nonostante i reati siano stati confessati dall'accusato, la scuola continua a negare che le violenze possano essere state consumate all'interno della chiesa ed hanno cercato di liquidare le proprie responsabilità limitandosi ad affermare che l'uomo non è più parte del corpo docenti. Ma resta il fatto che il giovane è stato consegnato nelle mani dell'uomo grazie al pregiudizio di chi ancora reputa l'omosessualità «una malattia», al punto da essere disposti ad affidare i propri figli nelle mani del primo ciarlatano che asseconda i propri pregiudizi.


India: due ragazzi uccidono una transessuale in sedia a rotelle gettandola giù dal treno in corsa

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Mahadevi era una transessuale indiana di soli 22 anni. Era paralitica e costretta su una sedie a rotelle. Alle 13:30 di mercoledì era salita su un intercity, partito da Hubli alla volta di Bangalore, con l'intenzione di chiedere l'elemosina ai passeggeri. Due ragazzi l'hanno vista, l'hanno aggredita e l'hanno spinta giù dal treno in piena corsa. È morta sul colpo.
I passeggeri sono intervenuti ed hanno picchiato gli assassini. Poi hanno cercato di consegnarli alla polizia, anche se i due sono riusciti a dileguarsi prima dell'arrivo degli agenti.
La polizia ferroviaria ha dichiarato: «Ci è giunta notizia di un sui binari e abbiamo appurato il caso. Ora stiamo cercando di appurare se Mahadevi sia caduta dal treno o se sia stata spinta alla morte». I testimoni oculari interpellati New Indian Express, però, non hanno dubbi nel raccontare come i due ragazzi abbiano approfittato delle sue condizioni fisiche per compiere intenzionalmente quel'atto criminale.


Aggressione omofoba a Philadelphia: sospettati anche studenti cattolici e la figlia di un capo della polizia

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Negli Stati Uniti sta tenendo banco la vicenda di una coppia gay brutalmente aggredita nel centro di Philadelphia. L'11 settembre scorso, intorno alle 22:45, due uomini in compagnia di alcune donne si sono avvicinati alla coppia (di 27 e 28 anni) per chiedergli se fossero fidanzati. Quando una delle vittime ha risposto di «sì», il branco li ha attaccati con calci e pugni inflitti in faccia, in testa e al torace. Ricoverati in ospedale, uno dei due ragazzi è stato dimesso in nottata, l'altro è stato operato a causa delle fratture multiple riportate agli zigmi e alla mascella.
La polizia è riuscita a reperire un video in cui erano riconoscibili i volti dei presunti aggressori e, grazie ad un tam-tam lanciato su Twitter, si è ben presto riusciti a risalire alla loro identità. Ed è qui che il vaso di Pandora è stato aperto.
Gli aggressori si sono rivelati studenti della Archibishop Wood High School, una scuola cattolica della zona, ed anche l'assistente del coach della squadra di Basketball è risultato coinvolto nell'accaduto. Ma non solo. Tra le tre persone già arrestate dalla polizia (Philip Williams di 24 anni, Kevin Harrigan di 26 anni e Katherine Knott di 24) figura anche la figlia di un capo della polizia del luogo, già sotto inchuiesta per conto dell'ospedale per cui lavora in seguito ad presunta violazione del dovere di segretezza professionale.
I tre sono ora accusati di associazione a delinquere, aggressione aggravata, aggressione semplice e comportamento irresponsabile.


Colombia: 16enne gay spinto al suicidio dalla scuola cattolica che frequentava

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Sergio Urrego aveva solo 16 anni quando il mese scorso ha deciso di togliersi la vita. Ora la madre, Alba Reyes, ha deciso di raccontare alla stampa ciò che l'ha spinto a quel tragico gesto.
L'incubo ha avuto inizio nel maggio scorso. Un professore della scuola cattolica che frequentava, il collegio Castillo Campestre di Bogotà (Colombia), ha trovato sul suo cellulare una foto che lo ritraeva mentre si stava baciando con un compagno. Il telefono gli è stato confiscato ed entrambi i ragazzi sono stati mandati dallo psicologo.
La scuola ha poi costretto Sergio a rivelare ai suoi genitori di essere omosessuale. Lui avrebbe voluto ritirarsi, ma l'istituto si è rifiutato di rilasciargli i risultati accademici che gli avrebbero permesso di trasferirsi in un'altra scuola. Da lì in poi la sua vita scolastica è divenuta un vero e proprio inferno: è stato continuamente sospeso dalle lezioni, è stato più volte mandato dallo psicologo ed ha ricevuto varie accuse di molestie sessuali da parte dei professori.
Incapace di far fronte a quella situazione, Sergio ha affidato alla sua pagina Facebook l'ultimo saluto agli amici: «La mia sessualità non è il mio peccato, è il mio paradiso», ha scritto. Poi, la mattina del 4 agosto, si è lanciato nel vuoto dalla terrazza del centro commerciale Plaza Titán. È morto tre ore dopo in ospedale.
Il Ministro della Pubblica Istruzione, Gina Parody, ora ha annunciato che ci sarà un'inchiesta. In Colombia le scuole godono di un'ampia autonomia, ma il ministro ha precisato che «nessun istituto di istruzione può violare la Costituzione».
Il direttore del Liceo Normandia, dove Sergio frequentò le elementari, lo ricorda come «uno studente brillante, grande compagno e amico. Per il suo incredibile impegno è stato premiato con una borsa di studio all'eccellenza che glia avrebbe consentito di proseguire gli studi per o prossimi sei anni». Attraverso Facebook il 16enne si rivolse anche a lui in cerca di aiuto, chiedendo un suo intervento per riuscire a cambiare scuola. Il direttore racconta di aver tentato di aiutarlo, ma gran parte delle sue azioni si persero nel nulla a causa di continui intoppi burocratici nel cercare di far interessare il Ministero e gli organi di controllo al suo caso.


Adolescente gay brutalmente assassinato in Brasile. Si segue la pista omofoba

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Il corpo senza vita di João Antonio Donati, un ragazzo gay di soli 18 anni, è stato ritrovato mercoledì mattina in un campo di Inhumas, nella regione di Goiânia (in Brasile). Il volto era coperto di lividi, il collo era rotto e in bocca aveva un sacchetto di plastica, forse utilizzato proprio per commettere l'omicidio. La polizia sta ora seguendo la pista della matrice omofoba.
Secondo quanto riportato dal quotidiano Terra, le autorità brasiliane avrebbero smentito le prime indiscrezioni della stampa riguardo alla presunta rottura di entrambe le gambe del giovane. Nessuna smentita ufficiale è al momento giunta riguardo al ritrovamento sul luogo del delitto di un biglietto contenente un messaggio omofobo.
Fra i suoi ultimi messaggi pubblicati su Facebook si legge: «Determinazione, coraggio e fiducia in se stessi sono fattori decisivi per il successo. Non importa quali ostacoli e difficoltà incontreremo, se si avrò una determinazione incrollabile saremo in grado di superarli». Insomma, aveva sogni e progetti come tutti gli adolescenti... ma quai sogni sono stati spezzati da chi ha deciso di portargli la via solamente perché era gay.
Le associazioni lgbt brasiliane hanno organizzato manifestazioni in tutto il Paese per ricordare la giovane vittima. Sabato prossimo scenderanno nelle strade di San Paolo per chiedere una rapida approvazione del progetto di legge per la criminalizzazione dell'omofobia, attualmente in discussione presso il Congresso Nazionale a Brasilia. Sulla pagina Facebook dell'evento si legge: «Questa protesta è per te, João, e per tutti i tuoi familiari, amici e parenti che piangono una perdita prematura così tragica e cruenta. La criminalizzazione dell'omotransfobia è una risposta che dev'essere data a tutte le persone lgbt di San Paolo. Siamo in tanti e abbiamo dei diritti».
In Brasile le aggressioni e le violenze registrate nei confronti della comunità lgbt sono numerosissime (solamente la scorsa settimana una discoteca gay venne data alle fiamme, a gennaio un altro adolescente venne torturato e ucciso da una banda di skinhead). L'attuale ondata omofoba pare sia stata alimentata anche dalla propaganda anti-gay sostenuta da vari gruppi religiosi in occasione della legalizzazione dei matrimoni fra persone dello stesso anno, approvata lo scorso anno.

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Londra: condannato a 14 anni il ragazzo cattolico che prese a martellate il coinquilino gay

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«L'ho fatto. L'ho ho colpito sulla testa con un martello mentre dormiva». È questa la telefonata ricevuto lo scorso marzo dalla polizia del Kent, nella quale in il 21enne Joseph Williams li informò di aver ucciso il proprio coinquilino.
Giunti sul posto, gli agenti trovarono Connor Huntley (18 anni) in una pozza di sangue, ancora coricato nel proprio letto e con un grosso martello conficcato nel cranio. Miracolosamente era ancora vivo. Il ragazzo è stato immediatamente portato in ospedale dove è stato curato per una frattura al cranio e una lesione cerebrale penetrante.
Williams ha affermato di essere affetto da una malattia mentale psicotica al momento dell'attacco, sostenendo di non avere alcuna intenzione di uccidere o danneggiare seriamente la sua vittima. La teoria, però, è stata smontata dagli psichiatri che lo avevano visitato due settimane prima ed immediatamente dopo l'arresto. La corte ha quindi avvalorato l'ipotesi che la sua azione si imputabile al suo background cattolico e all'astio che provava nei confronti dell'omosessualità del nuovo coinquilino. Le indagini hanno infatti appurato come Williams si fosse lasciato andare più volte a dichiarazioni anti-gay legate all'integralismo cattolico, così come lo stesso imputato ha più volte puntato il dito contro l'omosessualità della sua vittima durante il processo.
La giuria lo ha ora dichiarato colpevole di tentato omicidio. Il giudice Jeremy Donne lo ha così condannato a 14 anni di reclusione, molti dei quali dovranno essere passati presso un ospedale psichiatrico.
Le indagini hanno anche appurato come fossero stati inflitti almeno due colpi prima che il martello si incastrasse nel cranio. «Colpire ripetutamente nel sonno qualcuno dimostra chiaramente l'intenzione di uccidere», ha dichiarato il pubblico ministero.
La convivenza di Williams ed Huntley era stata decisa dal proprietario dell'appartamento. Solamente una settimana prima Huntley raccontò ad un vicino di casa che non era certo se sarebbe riuscito a convivere con un gay senza finire con il fargli del male.
La vittima era perfettamente in salute quando quella sera si coricò nel suo letto. Ora dovrà convivere per il resto della sua vita con cranio rientrato a causa dei colpi subiti, epilessia e problemi di movimento e deambulazione.


Minaccia a due gay di Desenzano del Garda: «Se non ve ne andate vi bruciamo il locale»

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«Fr*oci ascoltateci bene... che state rovinando i nostri figli... Se non andate via al più presto vi bruciamo il locale... non scherziamo». È questo il contenuto di un messaggio anonimo recapitato ad una coppia gay che gestisce un locale di Desenzano del Garda.
La lettera anonima è stata ritrovata all'ingresso del locale lunedì pomeriggio, poco prima dell'orario di apertura. I due ragazzi hanno già sporto denuncia per l'accaduto.
Ancora una volta pare si stia assistendo alle gesta di chi pretende di poter imporre la discriminazione con la forza, magari infastidito nell'osservare come esistano persone che non hanno motivo di impedire a due gay di lavorare o che non hanno intenzione di giudicarli  sulla base di ciò che fanno fra le coperte.
Su Facebook è partita una vera e propria gara di solidarietà, con centinai di like e di commenti con cui si è espressa la propria solidarietà alle vittime dopo la vergognosa minaccia.


Ed i parà intonano l'inno fascista...

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La Nazione non ha avuto dubbi a definirla una «goliardata», ma il vedere i parà del 186° reggimento Folgore che intonano inno dal chiaro sapore fascista non ha esattamente l'area di un gioco, così come è difficile credere che le vittime del regime ridano nel vedere simili immagini.
Il caso è scattato a luglio, dopo la diffusione su YouTube di un video che si presume sia stato registrato 15 giugno. Nelle immagini si vede un anziano con il basco che dirige una trentina di ragazzi in uniforme che fieramente cantano l'inno fascista "Se non ci conoscete".
Da brividi è notare una simile fierezza e foga nel recitare frasi come «lo sai che il paraca ne ha fatta una grossa… si è pulito il cu*lo con la bandiera rossa… bombe a mano e carezze col pugnal», così come non passa inosservata la presenza di una lunga serie di saluti romani.
Lo Stato Maggiore dell'Esercito ha annunciato l'avvio di un'inchiesta e minaccia che qualche testa protrebbe saltare. Il maggiore Marco Amoriello, capo ufficio stampa della Folgore, l'ha etichettato come «un gesto stupido, che ci amareggia e ci mortifica, dando vita ad un'immagine che non ci appartiene e che col lavoro serio che portiamo avanti tutti i giorni, in Italia e all'estero, pensavamo cancellata. I primi ad essere danneggiati siamo noi, semplicemente perché non siamo quelli rappresentati in quel video. È in corso un'indagine interna per individuare i responsabili e capire se tra questi ci sono eventualmente appartenenti alla forza armata. Se ci fossero saranno presi i provvedimenti del caso».
Eppure è difficile non soffermarsi a riflettere sul rigurgito fascista che si sta sempre più insinuando nelle istituzioni, con tanto di quotidiani pronti ad assolvere i responsabili quasi si trattasse di divertenti reminiscenze di un'epoca passata.

Clicca qui per guardare il filmato.


Usa: genitori uccidono il figlio dopo mesi di tortura. Lo chiamavano «gay» in segno di disprezzo

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Los Angeles, Stati Uniti. Gabriel Fernandez aveva solo otto anni quando è stato ucciso dalla madre Pearl e dal suo compagno Isauro Aguirre, rispettivamente di 30 e 34 anni.
Negli ultimi otto mesi di vita il piccolo è stato sottoposto a torture inimmaginabili: in un sol giorno era stato coperto di spray al pepe, costretto a mangiare il proprio vomito e rinchiuso in un armadio con un calzino in bocca per soffocare le sue grida. Ma la ricostruzione delle torture subite non si ferma qui: i genitori lo chiamavano «gay», non gli permettevano di andare in bagno, lo costringevano a mangiare feci di gatto o spinaci andati a male e veniva picchiato con la fibbia della cintura o con spranghe di metallo. Un giorno la madre gli ha fece addirittura saltare i denti colpendolo sulla bocca con una mazza sulla bocca.
La scuola e i servizi sociali inviarono segnalazioni di presunti abusi, ma durante i controlli gli ispettori non trovarono nulla di strano e i suoi fratelli testimoniavano il falso sotto la minancia di ricevere un trattamento simile.
Il 22 maggio 2013 Gabriel non sistemò i suoi giocattoli e bastò questo a scatenare la furia di Pearl e Isauro. «Abbiamo sentito le urla. Poi un tonfo. Infine il silenzio» ha raccontato il fratello tredicenne. Alla polizia raccontarono che il bambino aveva sbattuto la testa, ma in ospedale i dottori rilevarono una frattura del cranio, varie costole rotte, bruciature di sigarette e lividi su tutto il corpo (anche sulle caviglie, segno che il bambino era stato legato). Gabriel morì due giorni dopo.
Quanto rilevato dai medici portò all'apertura di un'inchiesta che oggi rivela tutti quegli agghiaccianti retroscena. I genitori si sono dichiarati non colpevoli ma su di loro pende l'accusa di omicidio e tortura.

Via: Il Messaggero