Visualizzazione post con etichetta cronaca. Mostra tutti i post

Usa: genitori uccidono il figlio dopo mesi di tortura. Lo chiamavano «gay» in segno di disprezzo

Pubblicato il


Los Angeles, Stati Uniti. Gabriel Fernandez aveva solo otto anni quando è stato ucciso dalla madre Pearl e dal suo compagno Isauro Aguirre, rispettivamente di 30 e 34 anni.
Negli ultimi otto mesi di vita il piccolo è stato sottoposto a torture inimmaginabili: in un sol giorno era stato coperto di spray al pepe, costretto a mangiare il proprio vomito e rinchiuso in un armadio con un calzino in bocca per soffocare le sue grida. Ma la ricostruzione delle torture subite non si ferma qui: i genitori lo chiamavano «gay», non gli permettevano di andare in bagno, lo costringevano a mangiare feci di gatto o spinaci andati a male e veniva picchiato con la fibbia della cintura o con spranghe di metallo. Un giorno la madre gli ha fece addirittura saltare i denti colpendolo sulla bocca con una mazza sulla bocca.
La scuola e i servizi sociali inviarono segnalazioni di presunti abusi, ma durante i controlli gli ispettori non trovarono nulla di strano e i suoi fratelli testimoniavano il falso sotto la minancia di ricevere un trattamento simile.
Il 22 maggio 2013 Gabriel non sistemò i suoi giocattoli e bastò questo a scatenare la furia di Pearl e Isauro. «Abbiamo sentito le urla. Poi un tonfo. Infine il silenzio» ha raccontato il fratello tredicenne. Alla polizia raccontarono che il bambino aveva sbattuto la testa, ma in ospedale i dottori rilevarono una frattura del cranio, varie costole rotte, bruciature di sigarette e lividi su tutto il corpo (anche sulle caviglie, segno che il bambino era stato legato). Gabriel morì due giorni dopo.
Quanto rilevato dai medici portò all'apertura di un'inchiesta che oggi rivela tutti quegli agghiaccianti retroscena. I genitori si sono dichiarati non colpevoli ma su di loro pende l'accusa di omicidio e tortura.

Via: Il Messaggero


Leader della Chiesa battista tenta di avere un rapporto sessuale con un cane. Arrestato

Pubblicato il


La Chiesa battista statunitense sostiene che l'omosessualità sia «incompatibile con l'insegnamento biblico» e ha spesso fatto leva sulla sua condanna morale per tentare di osteggiare qualsiasi provvedimento a farover della comunità lgbt. Ma, come spesso accade, chi si arroga di giudicare gli altri è spesso capace di fare cose realmente abominevoli.
Jerald L Hill ha 55 anni, è sposato e sino a due giorni fa era il direttore del Windermere Baptist Conference Centre nel Missouri, una struttura pensata per offrire «un ambiente cristiano per individui, gruppi e famiglie che vogliono avvicinarsi a Dio». Ora è stato arrestato per aver cercato di avere rapporti sessuali con un cane.
Le indagini sono state avviate la scorsa settimana, non appena la polizia si è imbattuta in alcuni messaggi pubblicati su Internet in cui un uomo si diceva alla ricerca di animali con cui avere rapporti sessuali. Un agente dell'ufficio dello sceriffo di Boone ha risposto all'annuncio fingendosi interessato, motivo per cui Hill ha viaggiato sino in Columbia pur di raggiungere il proprio scopo. Una volta giunto all'appuntamento e verificata la sua intenzione di andare sino in fondo, è stato arrestato (salvo poi essere rilasciato dietro il pagamento di una cauzione da mille dollari).
La notizia è presto divenuta di dominio pubblico, motivo per cui il Windermere Baptist Conference Centre si è detto «costretto» a sollevarlo dal suo ruolo di CEO. L'atteggiamento tenuto nei suoi confronti, però, appare molto cordiale, con tanto di parole di «gratitudine e riconoscenza per il lavoro svolto» e la garanzia che per lui ci sarà sempre un posto nella comunità cristiana locale. Riguardo ai fatti, il centro ha ritenuto di liquidare la questione sostenendo che si tratti solo di «un fatto personale». Evidentemente l'accaduto non dev'essere parso degno di una condanna morale simile a quella che viene riservata a milioni di gay (con la differenza che quest'ultimi non vanno in giro a cercare di stuprare degli animali indifesi).


Honduras: una troupe televisiva riprende il pestaggio di una transessuale

Pubblicato il


Fa riflettere come in alcuni Paesi i diritti lgbt siano calpestati nella più totale indifferenza. Una troupe televisiva dell'Honduras ha ripreso, senza intervenire, un violento pestaggio ai danni una transessuale. La immagini giungono dalla città di San Pedro Sula, nel nord-ovest del paese, e mostrano due uomini che prendono a calci e pugni la donna. Uno di loro appare un membro della polizia militare, l'altro indossa abiti civili ed è il responsabile di quello che appare come un tentativo di strangolarla in mezzo alla strada.
Secondo il quotidiano locale La Prensa, la vittima è una transessuale che lavora prostituendosi per le strade della città. Sarebbe stata aggredita dopo aver rotto il finestrino dell'alto di un cliente che non la voleva pagare.
Un portavoce delle forze armate, Antonio Sanchez, ha negato qualsiasi coinvolgimento da parte di militari e ha sostenuto che la presenza di uomini in uniforme non sia un dettaglio da prendere in considerazione dato che il filmato è a suo dire «fuorviante» e «manipolato».
Al momento nessuno è riuscito a risalire all'identità della vittima o dei suoi aggressori, anche se le premesse lasciano immaginare che  a nessuna della autorità civile interessi realmente appurare la reale dinamica dei fatti.

Clicca qui per guardare il filmato dell'aggressione (attenzione: il filmato contiene immagini forti che potrebbero urtare la sensibilità)


Docente cagliaritana attacca uno studente gay: «commette un peccato mortale e deve farsi curare»

Pubblicato il


Una docente dell'istituto tecnico Martini di Cagliari è stata condannata per diffamazione a causa di alcune esternazioni omofobe rivolte ad un suo alunno. Parlando con quattro ragazze della stessa scuola, l'insegnante ha sostenuto che il ragazzo presentava «manifestazioni di peccato mortale e divino, contrarie a precisi dettati morali e religiosi» e che in quanto gay «andrebbe curato da uno psichiatra».
Il giudice di pace Maria Grazia Argiolas l'ha condannata ad una multa di 700 euro e al risarcimento delle spese processuali.
Questo è quanto raccolta L'Unione Sarda anche se a far riflettere sono i soprattutto i commenti lasciati dai lettori. C'è chi esprime «tutta la propria stima» nei confronti dell'insegnante per aver «dichiarato quello che la Chiesa Cattolica dice da duemila anni», chi non sostiene che «non si può negare» come «moltissimi gay siano stati indirizzati [a diventare tali] a seguito di violenze in età in cui la sessualità non era ancora ben definita».
C'è addirittura chi chiama in causa fantomatiche «potenti lobby gay» (che si specifica pure sia formata da «personaggi del jet set internazionale») impegnata nel nascondere come «questo disturbo è causato da violenze fisiche e/o psichiche subite nell'infanzia» pur di far passare «il messaggio che sia normale rivolgere la propria sessualità verso lo stesso sesso».
Il quadro che ne esce è deleterio, con un'ignoranza e una disinformazione sbandierata ai quattro venti. Mentre i cattolici continuano ad impegnarsi perché nelle scuole non si possano colmare simili lacune culturali, appaiono sempre più palpabili gli effetti dell'incitamento all'odio lanciato da gruppi che godono di appoggi religiosi e politici. Perché appare incredibile che nel 2014 ci siano persone ancora pronte a credere e promuovere l'idea che l'omosessualità possa essere una "malattia" o che le cause siano riconducibili a traumi infantili.
Preoccupante è anche constatare come come dei docenti nel pieno svolgimento dei propri incarichi didattici possano istigare degli studenti all'odio sulla base delle proprie credenze religiose, attraverso tesi disconosciute scientificamente e da relegare al mero pregiudizio.


Verona: batterista 19enne insultato e picchiato all'esterno di un locale perché gay

Pubblicato il


Un grave episodio di omofobia si è consumato a Bussolengo (VR) nella notte fra sabato e domenica scorsa. La vittima è Andrea, un ragazzo di 19 anni che aveva appena finito di esibirsi con la sua band all'interno di un locale. Una volta uscito, si è trovato accolto da risatine e sberleffi rivolte al suo orientamento sessuale. La sua reazione infastidita è bastata come pretesto perché il branco passasse all'attacco.
«Al di fuori del locale a Bussolengo dove ci siamo esibiti -raccontano su Facebook i compagni della band- un gruppo di circa dieci ragazzi ha cominciato a provocare il nostro batterista con frasi volte ad attaccare il suo orientamento sessuale. Dopo vari insulti da entrambe le parti, uno di loro lo ha fatto cadere per terra e un altro gli ha calciato ripetutamente la testa con forza facendolo svenire. Prima dell'arrivo dell'ambulanza e dei carabinieri sono tutti magicamente spariti, anche i due che hanno detto "noi abbiamo le palle, e restiamo qui"».
Portato al pronto soccorso di Bussolengo, i medici gli hanno diagnosticato un colpo di frusta con una prognosi di 15 giorni. I carabinieri, invece, sono già al lavoro per cercare di individuare i responsabili dell'aggressione attraverso le immagini delle telecamera di videosorveglianza installate nella zona.
«Non si può continuare così, le cose vanno cambiate -hanno aggiunto i membri della band- Va eliminato questo tumore dell'umanità, gli omofobi non sono persone ma animali che quando si ritrovano in branco cercano di distruggere (moralmente o fisicamente) l'oggetto delle loro ansie: il gay (o il bisex, la lesbica, il trans). Andrea non si è fatto abbattere, avete solo alimentato la sua volontà di combattere queste ingiustizie, ed ora è più determinato che mai».


Attore porno arrestato per contrabbando: aveva 226 grammi di crystal meth nascosti nel retto

Pubblicato il


L'attore pornografico Bruno Knight (all'anagrafe Phillip Gizzie) è stato arrestato all'aeroporto di Los Angeles dopo aver tentato di imbarcarsi su un volo della Virgin Atlantic diretto in Inghilterra trasportando 226 grammi di crystal meth all'interno del proprio retto.
I fatti risalgono al 16 giugno scorso, quando l'attore di origine britannica è stato fermato dai funzionari della dogana su segnalazione della Drug Enforcement Administration. Gli agenti riportano come i sospetti siano cresciuti durante l'interrogatorio dato che Knight continuava a «muoversi in maniera irregolare», appariva «sudato» e non aveva con sé alcun bagaglio per quel volo transatlantico.
Alla fine ha ceduto alla pressione, dapprima raccontando di aver passato qualche giorno a West Hollywood con alcuni amici e di aver assunto varie sostanze stupefacenti (metamfetamina, cocaina, marijuana e GHB), poi confessando di avere tre pacchetti di crystal meth all'interno del proprio corpo.
Ad un tratto Knight ha detto agli ufficiali che non riusciva più a controllare i suoi movimenti intestinali e, così come riferito dal rapporto della polizia, «ha espulso nei pantaloni due grossi contenitori fuoriusciti dal suo ano». Per recuperare il terzo è stato necessario un ricovero al Centinela Hospital di Inglewood, dove l'uomo è stato sottoposto ad un clistere.
Una volta arrestato, Knight ha rinunciato al diritto di un'udienza preliminare, un gesto che potrebbe indicare la volontà nel cercare un patteggiamento. La corte federale, infatti, potrebbe accusarlo della detenzione di oltre 50 grammi di metanfetamine finalizzata alla vendita, un crimine che negli Stati Uniti è punito con pene detentive che vanno dai dieci anni all'ergastolo.


Aggressione omofoba nei pressi del Padova Pride Village. La vittima è un 29enne

Pubblicato il


Una gravissima aggressione omofoba si è verificata giovedì notte nei pressi del Padova Pride Village. La vittima è un ragazzo di 29 anni, originario di Firenze e trasferitosi a Padova lo scorso febbraio, aggredito e picchiato brutalmente a poca distanza dall'uscita del locale. Gli aggressori lo hanno abbandonato in una pozza di sangue, gridandogli frasi omofobe: «Fr*cio di m***, fin*cchio schifoso». Ripresosi dallo shock, è stato lui stesso a chiamare il 118: ha riportato la rottura del naso e si è resa necessaria l'applicazione di tre punti di sutura, per un totale di 20 giorni di prognosi.
«Sono uscito dal Pride Village attorno alle 2 al termine della serata -ha raccontato il giovane- e mi sono fermato davanti all'entrata a parlare con un amico. A un certo punto si sono avvicinati due ragazzi sui 25 anni. Volevano partecipare alla conversazione, ma siccome mi sembrava che avessero bevuto gli abbiamo gentilmente detto che preferivamo continuare a parlare tra noi e così questi si sono allontanati». Fumata una sigaretta, il ragazzo si è avviato a piedi verso casa ma «all'inizio del ponte ho rivisto i due ragazzi che si erano avvicinati, credevo fossero italiani e gli ho detto: "Scusate per prima ma io e il mio amico stavamo chiacchierando". Uno dei due mi ha risposto brutalmente che non accettava scuse. "Vogliamo i soldi" hanno aggiunto. Ho detto che non ne avevo e a quel punto ho continuato a camminare. Verso la fine del ponte ha iniziato a vibrare il cellulare che avevo in tasca. Ho abbassato la testa per prenderlo e rispondere. Neanche il tempo di rialzarla che dalle spalle mi è arrivato un calcio volante in pieno viso. Sono caduto a terra, ero pieno di sangue e non capivo la gravità della situazione. I due, che sentendoli parlare sono sicuro fossero dell'Est, sono fuggiti correndo a piedi e gridando insulti sulla questione della mia omosessualità».
Non appena si sarà ripreso, la vittima ha intenzione di sporgere denuncia: «Non possono passarla liscia. È stato un episodio troppo grave».

Via: Il Mattino di Padova


I comitati denunciano: «Insegnante licenziata perché sospettata di essere lesbica»

Pubblicato il


La denuncia arriva dai Comitati Trentini che hanno sostenuto la lista L'Altra Europa con Tsipras, alle quali si è rivolta in cerca di aiuto una giovane insegnante che si non si è vista rinnovare il contratto perché sospettata di essere lesbica.
La ragazza aveva insegnato per cinque anni presso l'Istituto Comprensivo Sacro Cuore, ottenendo il rispetto di alunni e genitori. Ma allo scadere del suo contratto si è sentita dire che il rinnovo sarebbe stato vincolato ad una sua dichiarazione «di innocenza» o alla sua volontà di «trovare l'aiuto adeguato per risolvere il suo problema» con la propria sessualità. L'insegnante non ha accettato e non ha voluto dare spiegazioni della sua vita privata, motivo per cui si sarebbe inaspettatamente ritrovata senza lavoro.
«Ciò che desta preoccupazione e sdegno -afferma il comitato- è la violazione dell'articolo 3 della Costituzione, compiuta all'interno di una scuola paritaria, cioè una scuola che eroga un servizio pubblico, riuscendo ad ottenere congrui finanziamenti dalla Provincia Autonoma di Trento grazie alla garanzia di servizi agli studenti, che la scuola pubblica non può offrire a causa dei ripetuti e molteplici tagli ai fondi.
Quindi, denaro pubblico utilizzato per finanziare una scuola che discrimina i docenti sulla base delle proprie scelte di vita privata, ignorandone le competenze didattiche [...] Denaro pubblico utilizzato per sostenere una scuola che, alla pari delle altre scuole, svolge funzione educativa, con il compito di contribuire a formare futuri cittadini, consapevoli del proprio ruolo nella società, responsabili, autonomi e democratici».
L'episodio non lascia dubbi sul rischio di educazione alla discriminazione che corre chi è iscritto in quell'istituto».
Il comitato ha invitato il presidente della Provincia (che ha delega all'istruzione) ad intervenire e a porre pubbliche scuse alla docente discriminata. L'istituto si è limitato a dichiarare che il licenziamento era già stato deciso e pianificato con i sindacati da molto tempo.


Roma. Attacco omofobo alla sede di Dì Gay Project: «Morirete tutti, vi bruceremo, fr*ci»

Pubblicato il


Mercoledì sera, poco prima delle 23, la sede di Dì Gay Project è stato letteralmente presa d'assalto da 10-12 ragazzi, di età compresa tra i 15 e i 40 anni, che hanno fatto irruzione durante le prove teatrali del Laboratorio di Maria Chiara Cucinotta, lanciando escrementi, cassette di legno, bastoni ed ortaggi. la matrice omofobica del gesto è stata sottolineata anche dalle loro frasi ingiuriose e minacce. «Morirete tutti, vi bruceremo, fr*ci», hanno urlato.
All'interno c'erano 13 persone, tra ragazzi e ragazze. «I ragazzi si sono spaventati molto -ha raccontato Maria Laura Annibali, presidente dell'associazione- ma nonostante questo, quando il gruppo di assalitori è fuggito, tre hanno iniziato a correre loro dietro, salvo poi perderne le tracce».
La Annibali ha anche sottolineato come «l'attacco a sfondo omofobo ha colpito un bersaglio eterogeneo perfettamente autointegrato, in quanto il nostro gruppo è composto da attori, anche eterosessuali, che lavorano per i diritti indipendentemente dall'orientamento sessuale, secondo lo spirito dell'Associazione DGP».
«Questo è il primo attacco alla nostra sede in tredici anni di attività -ha commentato Imma Battaglia, fondatrice e presidente onoraria dell'associazione- mi chiedo se questo raid faccia parte dell'ennesimo giro di violenze che ci sono in questa città e per le quali abbiamo chiesto un incontro urgente al sindaco. Forse questi omofobi sono venuti perché in Comune si è iniziato a discutere di unioni civili? O perché c'è stata la settimana rainbow? Quello che è certo, è che a Roma, ormai, c'è un allarme omofobia e bisogna intervenire».


Francia: condannati a 30 mesi di carcere gli aggressori di Wilfred de Bruijn

Pubblicato il


Ricordate il caso di Wilfred de Bruijn? È il giovane francese che venne aggredito a Parigi nella notte fra il 6 e il 7 aprile 2013: la sua unica colpa era di camminare a braccetto con il proprio ragazzo. La brutalità dell'attacco fu tale da portare i presenti a temere che fosse morto. Era ricoperto di sangue, aveva molteplici fratture alle ossa del volto e alcuni denti mancanti. Nonostante il trauma psicologico subito lo avesse portato a chiedere al compagno di rimuovere tutti gli specchi di casa, trovò il coraggio di pubblicare una foto del suo viso martoriato su Facebook per denunciare tutta la violenza dell'omofobia che, in Francia come in Italia, viene negata proprio da chi la alimenta.
Nonostante gli indizi fossero pochi, la polizia è riuscita a risalire a quattro sospettati. Le prime conferme giunsero con le testimonianze di chi raccontò come si fossero vantati di aver picchiato un gay. Davanti al giudice, però, la difesa le ha provate un po' tutte: inizialmente si è negato ogni ricordo della serata a causa dell'alcool. «Dieci whisky e cola, quindici vodka e due canne», hanno dichiarato. Peccato che la dovizia di particolari abbia spinto l'accusa a chiedersi come potessero ricordare così bene ciò che avevano bevuto e non chi avevano incontrato. Da qui si è passati alla teoria della "memoria selettiva" sino all'ammissione dell'aggressione ma non il movente omofobico. «Non abbiamo nulla contro i gay. L'abbiamo picchiato, così...».
Alla fine la corte è giunta in questi giorni al verdetto finale, riconoscendo sia la colpa dell'aggressione, sia il movente omofobico del gesto.
Taieb K. e M. Abdelmalek, di 19 e 20 anni, sono stati condannati a 30 mesi di carcere e 15 di libertà vigilata. Al 21enne T. Kide è stata riconosciuta la mancata partecipazione al pestaggio, ma è stato condannato a sei mesi di condizionale per non aver impedito e denunciato il crimine. Un quarto imputato era minorenne ai tempi dei fatti ed il suo caso è in attesa di sentenza presso un tribunale minorile.


Londra: sette ragazzini aggrediscono una coppia gay

Pubblicato il


Siamo a Whitechapel, nella zona est di Londra. Il 13 giugno scorso, il 23enne Walter Adrian stava tornando a casa da una festa in compagnia del suo compagno. In strada sono stati avvicinati da sette ragazzini che hanno iniziato ad insultarli. «Non ci stavamo neppure tenendo per bano, o baciano o altro -ha raccontato Adrian- ma tutto che dicevano si basava sull'assunto che fossimo gay».
Quando i due hanno cercato di andarsene, i ragazzini sono partiti all'attacco e li hanno stretti un un angolo prima di iniziare a picchiarli brutalmente. Adrian è rimasto privo di sensi con ematomi sul viso e sullo stomaco, il compagno ha riportato varie ferite e lesioni alla mascella.
La polizia ha immediatamente parlato di un'aggressione omofoba, mettendosi immediatamente sulle tracce dei responsabili. Le indagini hanno così ora portato al fermo di due ragazzini di 16 anni.
«Siamo terrorizzati che un fatto simile possa ripetersi -ha aggiunto Adrian- ma semplicemente non dovrebbe essere così». I due, infatti, hanno sottolineato di non essere particolarmente visibili e che è assurdo dover preoccuparsi dell'abbigliamento o dell'atteggiamento per timore di essere picchiati per strada.


Prete gay denuncia i suoi ricattatori. Trasferito

Pubblicato il


L'omofobia della Chiesa è tornata a ritorcersi contro i suoi stessi ministri. Il rettore del santuario della Madonna della Bozzola di Garlasco, nella diocesi di Vigevano, è stato ricattato da alcuni malviventi che erano entrati in possesso di alcune registrazioni di telefonate erotiche e filmati intercorse con persone del suo stesso sesso. Per ottenere il silenzio, il sacerdote 70enne aveva versato 250 mila euro (probabilmente attinti dalle risorse delle santuario, particolarmente floride date le numerose offerte, donazioni ed introiti dalla vendita di santini e souvenir religiosi).
Questo è avvenuto quasi un anno fa, ma gli estorsori hanno deciso di rincarare la dose ed hanno chiesto altri 250mila euro. Il tutto attraverso un intermediario individuato in un sacerdote 35enne, promotore di giustizia del tribunale diocesano di Vigevano che ha assunto incarichi anche presso l'ufficio antiriciclaggio della Santa Sede.
Il prete di Garlasco ha deciso di non cedere nuovamente al ricatto e si è rivolti ai carabinieri. I militari dell'Arma hanno così organizzato un appuntamento-trappola che ha portato all'arresto dei due estorsori.
La diocesi ha commentato i fatti con un laconico comunicato stampa: «Il protrarsi e il moltiplicarsi di segnalazioni di episodi di moleste insistenze nella ricerca di denaro nei confronti di responsabili di comunità cristiane e di persone fragili hanno indotto la Curia di Vigevano a chiedere la collaborazione delle Forze dell'ordine». Il sacerdote coinvolto, però, è stato allontanato «per motivi di salute» e non gli è stato permesso neppure di celebrare i matrimoni programmati nel fine settimana.
Inutile a dirsi, quest'ultima mossa appare quasi come un'intimidazione volta a chiedere di mantenere il segreto a qualsiasi costo, prospettando ripercussioni per la propria carriera se si dovesse lasciar trapelare come l'omosessualità sia presenta anche all'interno di una realtà che la condanna incessantemente.


Linciato perché gay. È successo nel Ghana

Pubblicato il


Le leggi del Ghana puniscano l'omosessualità con tre anni di reclusione, ma evidentemente la paura generata dall'omofobia di stato è tale da spingere alcune persone a cercare di farsi "giustizia" da sé.
Ed è così che ancora una volta la cronaca ci porta il racconto di un uomo lapidato a morte dalla sua stessa comunità semplicemente perché gay.
Ora la polizia sta indagando sul crimine, ma gli inquirenti non hanno molte speranze di riuscire a trovare i responsabili data l'omertà che circonda questi crimini. Anzi, si sospetta che il gruppo di assassini responsabili della morte dell'uomo si sia messo sulle tracce di quello che presumono potesse essere il suo partner, probabilmente con l'unico scopo di togliergli la vita.
Paiono dunque questi gli effetti di una campagna anti-gay portata avanti negli anni dal Governo (pronto a prometterne «lo sradicamento») e dalla la chiesa pentecostale del Ghana (che con apposite pubblicazioni si è spinta a sostenere che «Dio è eterosessuale ed odia i gay.»).

Via: Gay.it


Milano: sotto sequestro i Magazzini Generali per i troppi partecipanti alla serata gay

Pubblicato il


Il nucleo della polizia amministrativa di Milano ha posto sotto sequestro i "Magazzini Generali" di Milano. I controlli erano scattati nella notte di sabato, quando presso il locale era in corso la serata gay (in quell'occasione ad ingresso gratuito).
Gli agenti avrebbero «accertato nuovamente» il superamento del numero massimo di persone consentito all'interno dello stabile, fissato a 800 persone e risultato di 1.100 partecipanti (distribuiti sui 940mq del locale) nonché la presenza di transenne davanti alle uscite di emergenza e l'ostruzione degli scivoli per disabili. Ed è così che, nella giornata di domenica, ne è stato disposto il sequestro.


Scritte omofobe sul muro della Chiesa Valdese che ospiterà una veglia di preghiera contro l'omofobia

Pubblicato il


In occasione della giornata mondiale contro l'omofobia e la transfobia, la Chiesa Valdese di Piazza Cavour a Roma aveva esposto una bandiera rainbow sulla facciata in previsione dell'incontro di preghiera organizzato sabato insieme alla Refo (Rete Evangelica Fede ed Omosessualità). Ed è proprio quel simbolo ad essere stato preso di mira durante un blitz notturno di alcuni militanti di estrema destra.
La facciata principale del tempio è stata imbrattata con della vernice nera, mentre su un muro laterale è stata tracciata una scritta omofoba firmata con una croce celtica. A chiamare le forze dell'ordine è stato il pastore della chiesa, accortosi dell'accaduto poco prima delle 9. Sul posto è intervenuta la polizia e i carabinieri.
«A seguito del gesto omofobo che ha imbrattato oggi la nostra bella facciata appena restaurata -si legge sito della Chiesa Evangelica Valdese- vogliamo solo dire che siamo addolorati. Ogni segno di ostilità è una barriera fra le persone. Dio ci ha amati per primo e ci ha accolti per grazia. Noi desideriamo che le persone vivano in pace e nel rispetto della dignità di tutti e tutte, senza odio e senza discriminazione. L'amore di Dio vince ogni timore e vincerà anche la paura delle diversità. Non bisogna arrendersi ma continuare nell'accoglienza fraterna di tutti e tutte secondo la parola del Signore. "Nell'amore non c'è paura; anzi, l'amore perfetto caccia via la paura, perché chi ha paura teme un castigo. Quindi chi ha paura non è perfetto nell'amore. Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo". I Giovanni 4,18-19».
«È un gravissimo attacco -ha commentato Fabrizio Marrazzo, portavoce di Gay Center- Alla Chiesa Valdese da sempre sensibile e attenta a questi temi va la nostra solidarietà. Quest'azione deve trovare una condanna unanime da parte di tutti, dalle istituzioni all'opinione pubblica. Ci sono gruppi omofobi spesso di estrema destra che pensano di intimidire e spaventare, ma non possono riuscirci, anche se questo episodio come altri sono un campanello d'allarme».


Prete ortodosso adescava e ricattava sacerdoti gay

Pubblicato il


L'omofobia della Chiesa può essere un business. È quanto deve aver pensato Diego Caggiano, un prete ortodosso 37enne originario di Tornimparte (AQ), ora rinviato a giudizio per estorsione aggravata e continuata in concorso nei confronti di alcuni preti gay.
Insieme ad un complice (che ha già scelto il patteggiamento, ottenendo una condanna a tre anni di reclusione convertiti nell'affidamento ai servizi sociali), l'uomo utilizzava Facebook per individuare le proprie vittime. Chiedeva l'amicizia a sacerdoti di ogni religione ed ordine e, una volta conquistatasi la loro fiducia, cercava di ottenere confidenze intime sulla loro sessualità o su quella dei loro colleghi. In quest'ultimo caso utilizzava la scusa di un presunto obbligo morale nel segnalare le «tonache peccatrici» alle competenti autorità ecclesiastiche.
Quando riusciva ad estorcere dettagli sull'omosessualità di un religioso, scattava il ricatto. Per mantenere il silenzio venivano inizialmente chieste piccole cifre, ma l'entità delle richiesta cresceva a dismisura nel corso del tempo.
Al momento gli investigatori hanno individuato un unico vaglia con cui un sacerdote avrebbe pagato i due ricattatori, mentre sono ancora in corso gli accertamenti nei confronti degli altri undici prelati ricattati (tutti in età compresa tra i 40 e i 50 anni).
Il prete ortodosso ed il suo complice avevamo anche fondato un gruppo Facebook chiamato "Grido di verità". Nastoti dietro un presunto «Osservatorio di abusi da parte di sacerdoti», i due aguzzini avevano l'occasione di raccogliere denunce e testimonianze in grado di fornirgli i nomi di altri religiosi da poter ricattare in cambio del loro silenzio.


Finisce in carcere l'ex medico militare che torturò otre 900 soldati gay sudafricani

Pubblicato il


Aubrey Levin è un ex psichiatra dell'esercito sudafricano dell'apartheid che tra il 1970 e il 1980 ha tentato di "curare" l'omosessualità costringendo numerosi soldati gay bianchi ad operazioni di riassegnazione di genere, castrazione chimica, scosse elettriche e un'altra serie pratiche mediche tutt'altro che etiche.
Il numero pazienti non è noto, ma alcuni ex chirurghi militari stimano che tra il 1971 e il 1989 siano stati più di 900 i soldati costretti ad operazioni chirurgiche di "riassegnazione sessuale" come parte di un programma top-secret volto a sradicare l'omosessualità dall'esercito.
Con la fine dell'apartheid, però, l'esercito ha riconosciuto la barbaria di quegli esperimenti e nel 1990 Levin ha deciso di lasciare il Sudafrica alla volta del Canada, dove ha potuto tranquillamente riprendere ad esercitare la professione medica.
Nel marzo 2010, però, il Collegio dei Medici e dei Chirurghi di Alberta ha revocato la sua licenza in seguito alle denunce di un paziente maschio che l'aveva segretamente filmato mentre il medico gli ha rivolto alcune avances sessuali. Altri 20 ex pazienti avallarono le accuse si molestie e dieci hanno testimoniato contro di lui al processo che ne è seguito.
Solamente la scorsa settimana si è concluso il processo di appello ed il medico -ormai 74enne- è stato condannato a cinque anni di carcere. Levin continua a sostenere di non aver fatto nulla di male sia in Sudafrica che in Canada, mentre la pena sembra assai ben poca cosa rispetto al male generato.


Uk: ex-veterinario condannato a 10 anni per aver ucciso un uomo durante una sessione sadomaso

Pubblicato il


Era il 2 marzo dello scorso anno quando una sessione di sesso sadomaso è degenerata in un brutale assassinio. L'Alta Corte di Newcastle (Inghilterra) ha così ora condannato a dieci anni di carcere l'ex veterinario governativo Kirk Thompson (46 anni), ritenendolo responsabile dell'omicidio di David Koch (43 anni).
I due si erano conosciuti su Internet ed avevano assunto un alto quantitativo di crystal meth (una droga derivata dalla metanfetamina) prima di iniziare una sessione di sesso estremo.
Le indagini hanno appurato come l'ex veterinario abbia utilizzato i suoi strumenti chirurgici per praticare numerosi tagli. Gravi lesioni interne sarebbero poi state provocate anche attraverso l'inserimento forzato e violento di uno spazzolino elettrico, di una barra di metello e di alcuni frutti. Persino una volta uccisa la propria vittima, il veterinario non si è fermato ed ha continuato a torturare il suo corpo, spingendosi sino a praticare alcune amputazioni.
Fra le prove depositate alla corte vi era anche un messaggio che lo stesso Thompson ha pubblicato su Internet durante quella sessione: «Sto tagliando, facendo sanguinare e perforando un ragazzo fatto di crystal -si è vantato- Sto avendo una nottata estrema, non credo neppure io a quello che sto facendo».
Sempre quella notte Thompson ha invitato a casa anche un'altro uomo conosciuto su internet, facendo sesso con uli mentre il corpo di Koch giaceva esanime in salotto. Gli inquirenti ipotizzano che un forte quantitativo di droghe sia stato fornito ad entrambi da Thompson nel tentativo di ridurli in uno stato debilitante che gli avrebbe permesso di poter infierire sui loro corpo, anche se si pensa che nel secondo caso gli effetti siano stati diversi da quelli aspettati e che il secondo uomo sia stato molto fortunato a riuscire ad uscire vivo da quella casa.
Il giudice ha sentenziato che l'ex veterinario ha «goduto nell'infliggere dolore agli altri» e che per quel motivo è da ritenersi un pericolo per l'intera comunità. Dal canto suo la difesa non ha portato alcuna giustificazione se non il voler sostenere un sentimento di rimorso per l'accaduto. Una tesi che lo stesso giudice ha voluto respingere: «L'emozione era tutto per te -ha dichiarato- e non ti importava di David Koch o di quanti dovranno convivere con le conseguenze della sua morte». Gli inquirenti hanno anche sottolineato come non vi sia stato alcun pregiudizio verso il sadomasochismo, una pratica sessuale lecita fra persone consenzienti ma certamente ben altra cosa rispetto al delitto commesso.
Kirk Thompson era affetto da HIV e pare che abbia perso il suo lavoro proprio a causa di forti problemi psicologici che sarebbero derivati nell'aver appreso il suo stato sierologico.


Sud Africa: 21enne gay torturato e ucciso mentre alcuni coetanei osservavano in silenzio

Pubblicato il


«Venite a vedere come si uccide un fr*cio». È questo l'invito con cui un uomo ha condotto sei ragazzi, tutti di età compresa fra i 14 ai 16 anni, ad assistere ad un brutale assassinio a sfondo omofobico.
Siamo in Sud Africa ed i fatti risalgono al week-end. I ragazzi che si trovavano in un locale hanno deciso di accogliere l'invito dell'uomo e sono stati condotti nei presso di una diga. Ad attenderli c'era la vittima, David Olyn, un ragazzo gay di 21 anni (in foto) che era stato legato ed abbandonato lì. La sua faccia già grondava di sangue e vi erano tracce di bruciature.
I ragazzi sono rimasti fermi ad osservare l'uomo che ha iniziato a compire sulla testa il ragazzo con un mattone, saltando sulla sua faccia gridando: «Vaffan**lo». Ad ogni colpo il giovane emetteva gemiti di dolore, ma i sei sono rimasti fermi ad osservare la scena.
Terminata la tortura, tutti sono tornati a casa come se nulla fosse e solamente il giorno successivo i ragazzi sono andati a verificare se il 21enne era ancora vivo. Era ormai morto. Ma anche questo non li ha spinti a dire nulla dell'accaduto. Solo successivamente hanno raccontato qualcosa ad una donna e da qui è partita la denuncia.
Le autorità hanno fermato il presunto assassino (sarà condotto davanti ai giudici il prossimo 3 aprile) mentre è in giornalista sudafricano a raccontare un'agghiacciante retroscena: il reporter ha cercato di contattare i ragazzi che avevano assistito alla scena, convinto che magari avessero bisogno di aiuto, ma pare li abbia trovati che giocavano tranquillamente a calcio, quasi come se neppure si fossero resi conto della gravità di ciò a cui avevano assistito e della loro omertà.


Madre accusata di aver ucciso il figlio di 4 anni perché convinta che fosse gay

Pubblicato il


Jessica Dutro vive nell'Oregon ed è ora sotto processo per il brutale assassinio del figlio Zachary. Il giudice ha ritenuto ammissibile come prova un messaggio pubblicato su Facebook, nel quale la donna affermava che il piccolo doveva essere punito perché era gay. «Parla come loro e si muove come loro», ha ribadito in un altro messaggio. Zachary aveva solo 4 anni.
L'accusa sostiene che l'omicidio sia stato dettato proprio dal timore della donna che il figlio potesse essere gay, così come il suo odio verso gli omosessuali l'avrebbe portata a picchiare e torturare ripetutamente il piccolo (tutti i suoi figli erano vittime di maltrattamenti, ma pare che Zachary fosse la vittima preferita data la convinzione che fosse gay).
Tra affermazioni e ritrattazioni, non è ancora chiaro quanto accaduto in quel giorno del 2012. I medici hanno trovato Zachary in condizioni disperate: aveva un trauma all'addome e l'intestino risultava strappato. Inoltre il ritardo con cui era stato portato in una struttura sanitaria (ben due giorni dopo l'aggressione) ha vanificato ogni sforzo per tentare di salvare quella giovane vita: due giorni dopo il piccolo è morto.
Il compagno della donna, Brian Canady, è stato condannato per omicidio di primo grado all'inizio del mese proprio in relazione al caso e sconterà 12 anni e mezzo di carcere dopo aver patteggiato la pena in cambio di una testimonianza contro la donna. In un primo momento si era assunto l'intera colpa, sostenendo di aver ucciso il bambino prendendolo a calci nello stomaco, ma quella testimonianza non era compatibile con la versione fornita agli inquirenti da un altro figlio che ha raccontato di aver visto entrambi i genitori picchiare il fratellino.