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Spagna: due ragazzi gay aggrediti e presi a sassate dai compagni di classe

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La violenza omofoba sta assumendo dimensioni sempre più preoccupanti. Questa volta la stori arriva dalla regione di Murcia, in Spagna, dove una ragazza adolescente è finita in ospedale dopo essere stata assalita e presa a sassate da alcuni compagni di classe. La sua unica colpa era quella di essere lesbica.
I fatti risalgono a lunedì scorso, nella città di Caravaca de la Cruz, quando la ragazza stava tornando a casa da scuola in compagnia di un amico gay. Tre compagni di classe li hanno seguiti e ad un tratto hanno sferrato l'attacco. Dapprima li hanno assaliti verbalmente, apostrofandoli con parole come «checca», «frocio» e «pervertiti». Poi, dato che i due ragazzi avevano scelto di ignorarli, hanno iniziato ad aggredirli lanciandogli addosso delle pietre
«Una delle pietre ha colpito la ragazza alla testa -racconta Rubén López, un portavoce dell'associaizone gay FELGTB- Ha perso coscienza ed è caduta a terra. Hanno dovuto portarla d'urgenza in ospedale».
L'aggressione è stata placata solo dall'intervento di alcuni passanti: la ragazza ha subito gravi contusioni, mentre il ragazzo viene descritto come «impaurito, intimidito, umiliato e sopraffatto».


Pastore sosteneva di poter "curare" l'omosessualità. Arrestato per abusi su un 16enne

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Il pastore Rex Allen Murphy lavorava come insegnante presso la Polly Ann Church of God di Eubank, in Kentucky (Stati Uniti) e tra le sue competenze vantava anche la capacità di poter "guarire" l'omosessualità. Peccato che questa caratteristica fosse probabilmente un mero pretesto per identificare le sue vittime.
La polizia l'ha infatti arrestato con l'accusa di violenze sessuali nei confronti di un ragazzo di soli 16 anni. Gli abusi si protraevano da circa sei mesi ed il giovane ha subito almeno dieci violenze, una delle quali consumata all'interno della chiesa.
Per ottenere il suo silenzio, l'insegnante aveva raccontato al ragazzo di essere il discendente di un'antica famiglia di stregoni e che lo avrebbe ucciso con i suoi poteri se gli fosse sfuggita anche solo una parola.
Nonostante i reati siano stati confessati dall'accusato, la scuola continua a negare che le violenze possano essere state consumate all'interno della chiesa ed hanno cercato di liquidare le proprie responsabilità limitandosi ad affermare che l'uomo non è più parte del corpo docenti. Ma resta il fatto che il giovane è stato consegnato nelle mani dell'uomo grazie al pregiudizio di chi ancora reputa l'omosessualità «una malattia», al punto da essere disposti ad affidare i propri figli nelle mani del primo ciarlatano che asseconda i propri pregiudizi.


India: due ragazzi uccidono una transessuale in sedia a rotelle gettandola giù dal treno in corsa

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Mahadevi era una transessuale indiana di soli 22 anni. Era paralitica e costretta su una sedie a rotelle. Alle 13:30 di mercoledì era salita su un intercity, partito da Hubli alla volta di Bangalore, con l'intenzione di chiedere l'elemosina ai passeggeri. Due ragazzi l'hanno vista, l'hanno aggredita e l'hanno spinta giù dal treno in piena corsa. È morta sul colpo.
I passeggeri sono intervenuti ed hanno picchiato gli assassini. Poi hanno cercato di consegnarli alla polizia, anche se i due sono riusciti a dileguarsi prima dell'arrivo degli agenti.
La polizia ferroviaria ha dichiarato: «Ci è giunta notizia di un sui binari e abbiamo appurato il caso. Ora stiamo cercando di appurare se Mahadevi sia caduta dal treno o se sia stata spinta alla morte». I testimoni oculari interpellati New Indian Express, però, non hanno dubbi nel raccontare come i due ragazzi abbiano approfittato delle sue condizioni fisiche per compiere intenzionalmente quel'atto criminale.


Aggressione omofoba a Philadelphia: sospettati anche studenti cattolici e la figlia di un capo della polizia

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Negli Stati Uniti sta tenendo banco la vicenda di una coppia gay brutalmente aggredita nel centro di Philadelphia. L'11 settembre scorso, intorno alle 22:45, due uomini in compagnia di alcune donne si sono avvicinati alla coppia (di 27 e 28 anni) per chiedergli se fossero fidanzati. Quando una delle vittime ha risposto di «sì», il branco li ha attaccati con calci e pugni inflitti in faccia, in testa e al torace. Ricoverati in ospedale, uno dei due ragazzi è stato dimesso in nottata, l'altro è stato operato a causa delle fratture multiple riportate agli zigmi e alla mascella.
La polizia è riuscita a reperire un video in cui erano riconoscibili i volti dei presunti aggressori e, grazie ad un tam-tam lanciato su Twitter, si è ben presto riusciti a risalire alla loro identità. Ed è qui che il vaso di Pandora è stato aperto.
Gli aggressori si sono rivelati studenti della Archibishop Wood High School, una scuola cattolica della zona, ed anche l'assistente del coach della squadra di Basketball è risultato coinvolto nell'accaduto. Ma non solo. Tra le tre persone già arrestate dalla polizia (Philip Williams di 24 anni, Kevin Harrigan di 26 anni e Katherine Knott di 24) figura anche la figlia di un capo della polizia del luogo, già sotto inchuiesta per conto dell'ospedale per cui lavora in seguito ad presunta violazione del dovere di segretezza professionale.
I tre sono ora accusati di associazione a delinquere, aggressione aggravata, aggressione semplice e comportamento irresponsabile.


Colombia: 16enne gay spinto al suicidio dalla scuola cattolica che frequentava

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Sergio Urrego aveva solo 16 anni quando il mese scorso ha deciso di togliersi la vita. Ora la madre, Alba Reyes, ha deciso di raccontare alla stampa ciò che l'ha spinto a quel tragico gesto.
L'incubo ha avuto inizio nel maggio scorso. Un professore della scuola cattolica che frequentava, il collegio Castillo Campestre di Bogotà (Colombia), ha trovato sul suo cellulare una foto che lo ritraeva mentre si stava baciando con un compagno. Il telefono gli è stato confiscato ed entrambi i ragazzi sono stati mandati dallo psicologo.
La scuola ha poi costretto Sergio a rivelare ai suoi genitori di essere omosessuale. Lui avrebbe voluto ritirarsi, ma l'istituto si è rifiutato di rilasciargli i risultati accademici che gli avrebbero permesso di trasferirsi in un'altra scuola. Da lì in poi la sua vita scolastica è divenuta un vero e proprio inferno: è stato continuamente sospeso dalle lezioni, è stato più volte mandato dallo psicologo ed ha ricevuto varie accuse di molestie sessuali da parte dei professori.
Incapace di far fronte a quella situazione, Sergio ha affidato alla sua pagina Facebook l'ultimo saluto agli amici: «La mia sessualità non è il mio peccato, è il mio paradiso», ha scritto. Poi, la mattina del 4 agosto, si è lanciato nel vuoto dalla terrazza del centro commerciale Plaza Titán. È morto tre ore dopo in ospedale.
Il Ministro della Pubblica Istruzione, Gina Parody, ora ha annunciato che ci sarà un'inchiesta. In Colombia le scuole godono di un'ampia autonomia, ma il ministro ha precisato che «nessun istituto di istruzione può violare la Costituzione».
Il direttore del Liceo Normandia, dove Sergio frequentò le elementari, lo ricorda come «uno studente brillante, grande compagno e amico. Per il suo incredibile impegno è stato premiato con una borsa di studio all'eccellenza che glia avrebbe consentito di proseguire gli studi per o prossimi sei anni». Attraverso Facebook il 16enne si rivolse anche a lui in cerca di aiuto, chiedendo un suo intervento per riuscire a cambiare scuola. Il direttore racconta di aver tentato di aiutarlo, ma gran parte delle sue azioni si persero nel nulla a causa di continui intoppi burocratici nel cercare di far interessare il Ministero e gli organi di controllo al suo caso.


Adolescente gay brutalmente assassinato in Brasile. Si segue la pista omofoba

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Il corpo senza vita di João Antonio Donati, un ragazzo gay di soli 18 anni, è stato ritrovato mercoledì mattina in un campo di Inhumas, nella regione di Goiânia (in Brasile). Il volto era coperto di lividi, il collo era rotto e in bocca aveva un sacchetto di plastica, forse utilizzato proprio per commettere l'omicidio. La polizia sta ora seguendo la pista della matrice omofoba.
Secondo quanto riportato dal quotidiano Terra, le autorità brasiliane avrebbero smentito le prime indiscrezioni della stampa riguardo alla presunta rottura di entrambe le gambe del giovane. Nessuna smentita ufficiale è al momento giunta riguardo al ritrovamento sul luogo del delitto di un biglietto contenente un messaggio omofobo.
Fra i suoi ultimi messaggi pubblicati su Facebook si legge: «Determinazione, coraggio e fiducia in se stessi sono fattori decisivi per il successo. Non importa quali ostacoli e difficoltà incontreremo, se si avrò una determinazione incrollabile saremo in grado di superarli». Insomma, aveva sogni e progetti come tutti gli adolescenti... ma quai sogni sono stati spezzati da chi ha deciso di portargli la via solamente perché era gay.
Le associazioni lgbt brasiliane hanno organizzato manifestazioni in tutto il Paese per ricordare la giovane vittima. Sabato prossimo scenderanno nelle strade di San Paolo per chiedere una rapida approvazione del progetto di legge per la criminalizzazione dell'omofobia, attualmente in discussione presso il Congresso Nazionale a Brasilia. Sulla pagina Facebook dell'evento si legge: «Questa protesta è per te, João, e per tutti i tuoi familiari, amici e parenti che piangono una perdita prematura così tragica e cruenta. La criminalizzazione dell'omotransfobia è una risposta che dev'essere data a tutte le persone lgbt di San Paolo. Siamo in tanti e abbiamo dei diritti».
In Brasile le aggressioni e le violenze registrate nei confronti della comunità lgbt sono numerosissime (solamente la scorsa settimana una discoteca gay venne data alle fiamme, a gennaio un altro adolescente venne torturato e ucciso da una banda di skinhead). L'attuale ondata omofoba pare sia stata alimentata anche dalla propaganda anti-gay sostenuta da vari gruppi religiosi in occasione della legalizzazione dei matrimoni fra persone dello stesso anno, approvata lo scorso anno.

Immagini: [1] [2] [3] [4] [5] [6] [7] [8]


Londra: condannato a 14 anni il ragazzo cattolico che prese a martellate il coinquilino gay

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«L'ho fatto. L'ho ho colpito sulla testa con un martello mentre dormiva». È questa la telefonata ricevuto lo scorso marzo dalla polizia del Kent, nella quale in il 21enne Joseph Williams li informò di aver ucciso il proprio coinquilino.
Giunti sul posto, gli agenti trovarono Connor Huntley (18 anni) in una pozza di sangue, ancora coricato nel proprio letto e con un grosso martello conficcato nel cranio. Miracolosamente era ancora vivo. Il ragazzo è stato immediatamente portato in ospedale dove è stato curato per una frattura al cranio e una lesione cerebrale penetrante.
Williams ha affermato di essere affetto da una malattia mentale psicotica al momento dell'attacco, sostenendo di non avere alcuna intenzione di uccidere o danneggiare seriamente la sua vittima. La teoria, però, è stata smontata dagli psichiatri che lo avevano visitato due settimane prima ed immediatamente dopo l'arresto. La corte ha quindi avvalorato l'ipotesi che la sua azione si imputabile al suo background cattolico e all'astio che provava nei confronti dell'omosessualità del nuovo coinquilino. Le indagini hanno infatti appurato come Williams si fosse lasciato andare più volte a dichiarazioni anti-gay legate all'integralismo cattolico, così come lo stesso imputato ha più volte puntato il dito contro l'omosessualità della sua vittima durante il processo.
La giuria lo ha ora dichiarato colpevole di tentato omicidio. Il giudice Jeremy Donne lo ha così condannato a 14 anni di reclusione, molti dei quali dovranno essere passati presso un ospedale psichiatrico.
Le indagini hanno anche appurato come fossero stati inflitti almeno due colpi prima che il martello si incastrasse nel cranio. «Colpire ripetutamente nel sonno qualcuno dimostra chiaramente l'intenzione di uccidere», ha dichiarato il pubblico ministero.
La convivenza di Williams ed Huntley era stata decisa dal proprietario dell'appartamento. Solamente una settimana prima Huntley raccontò ad un vicino di casa che non era certo se sarebbe riuscito a convivere con un gay senza finire con il fargli del male.
La vittima era perfettamente in salute quando quella sera si coricò nel suo letto. Ora dovrà convivere per il resto della sua vita con cranio rientrato a causa dei colpi subiti, epilessia e problemi di movimento e deambulazione.


Minaccia a due gay di Desenzano del Garda: «Se non ve ne andate vi bruciamo il locale»

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«Fr*oci ascoltateci bene... che state rovinando i nostri figli... Se non andate via al più presto vi bruciamo il locale... non scherziamo». È questo il contenuto di un messaggio anonimo recapitato ad una coppia gay che gestisce un locale di Desenzano del Garda.
La lettera anonima è stata ritrovata all'ingresso del locale lunedì pomeriggio, poco prima dell'orario di apertura. I due ragazzi hanno già sporto denuncia per l'accaduto.
Ancora una volta pare si stia assistendo alle gesta di chi pretende di poter imporre la discriminazione con la forza, magari infastidito nell'osservare come esistano persone che non hanno motivo di impedire a due gay di lavorare o che non hanno intenzione di giudicarli  sulla base di ciò che fanno fra le coperte.
Su Facebook è partita una vera e propria gara di solidarietà, con centinai di like e di commenti con cui si è espressa la propria solidarietà alle vittime dopo la vergognosa minaccia.


Ed i parà intonano l'inno fascista...

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La Nazione non ha avuto dubbi a definirla una «goliardata», ma il vedere i parà del 186° reggimento Folgore che intonano inno dal chiaro sapore fascista non ha esattamente l'area di un gioco, così come è difficile credere che le vittime del regime ridano nel vedere simili immagini.
Il caso è scattato a luglio, dopo la diffusione su YouTube di un video che si presume sia stato registrato 15 giugno. Nelle immagini si vede un anziano con il basco che dirige una trentina di ragazzi in uniforme che fieramente cantano l'inno fascista "Se non ci conoscete".
Da brividi è notare una simile fierezza e foga nel recitare frasi come «lo sai che il paraca ne ha fatta una grossa… si è pulito il cu*lo con la bandiera rossa… bombe a mano e carezze col pugnal», così come non passa inosservata la presenza di una lunga serie di saluti romani.
Lo Stato Maggiore dell'Esercito ha annunciato l'avvio di un'inchiesta e minaccia che qualche testa protrebbe saltare. Il maggiore Marco Amoriello, capo ufficio stampa della Folgore, l'ha etichettato come «un gesto stupido, che ci amareggia e ci mortifica, dando vita ad un'immagine che non ci appartiene e che col lavoro serio che portiamo avanti tutti i giorni, in Italia e all'estero, pensavamo cancellata. I primi ad essere danneggiati siamo noi, semplicemente perché non siamo quelli rappresentati in quel video. È in corso un'indagine interna per individuare i responsabili e capire se tra questi ci sono eventualmente appartenenti alla forza armata. Se ci fossero saranno presi i provvedimenti del caso».
Eppure è difficile non soffermarsi a riflettere sul rigurgito fascista che si sta sempre più insinuando nelle istituzioni, con tanto di quotidiani pronti ad assolvere i responsabili quasi si trattasse di divertenti reminiscenze di un'epoca passata.

Clicca qui per guardare il filmato.


Usa: genitori uccidono il figlio dopo mesi di tortura. Lo chiamavano «gay» in segno di disprezzo

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Los Angeles, Stati Uniti. Gabriel Fernandez aveva solo otto anni quando è stato ucciso dalla madre Pearl e dal suo compagno Isauro Aguirre, rispettivamente di 30 e 34 anni.
Negli ultimi otto mesi di vita il piccolo è stato sottoposto a torture inimmaginabili: in un sol giorno era stato coperto di spray al pepe, costretto a mangiare il proprio vomito e rinchiuso in un armadio con un calzino in bocca per soffocare le sue grida. Ma la ricostruzione delle torture subite non si ferma qui: i genitori lo chiamavano «gay», non gli permettevano di andare in bagno, lo costringevano a mangiare feci di gatto o spinaci andati a male e veniva picchiato con la fibbia della cintura o con spranghe di metallo. Un giorno la madre gli ha fece addirittura saltare i denti colpendolo sulla bocca con una mazza sulla bocca.
La scuola e i servizi sociali inviarono segnalazioni di presunti abusi, ma durante i controlli gli ispettori non trovarono nulla di strano e i suoi fratelli testimoniavano il falso sotto la minancia di ricevere un trattamento simile.
Il 22 maggio 2013 Gabriel non sistemò i suoi giocattoli e bastò questo a scatenare la furia di Pearl e Isauro. «Abbiamo sentito le urla. Poi un tonfo. Infine il silenzio» ha raccontato il fratello tredicenne. Alla polizia raccontarono che il bambino aveva sbattuto la testa, ma in ospedale i dottori rilevarono una frattura del cranio, varie costole rotte, bruciature di sigarette e lividi su tutto il corpo (anche sulle caviglie, segno che il bambino era stato legato). Gabriel morì due giorni dopo.
Quanto rilevato dai medici portò all'apertura di un'inchiesta che oggi rivela tutti quegli agghiaccianti retroscena. I genitori si sono dichiarati non colpevoli ma su di loro pende l'accusa di omicidio e tortura.

Via: Il Messaggero


Leader della Chiesa battista tenta di avere un rapporto sessuale con un cane. Arrestato

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La Chiesa battista statunitense sostiene che l'omosessualità sia «incompatibile con l'insegnamento biblico» e ha spesso fatto leva sulla sua condanna morale per tentare di osteggiare qualsiasi provvedimento a farover della comunità lgbt. Ma, come spesso accade, chi si arroga di giudicare gli altri è spesso capace di fare cose realmente abominevoli.
Jerald L Hill ha 55 anni, è sposato e sino a due giorni fa era il direttore del Windermere Baptist Conference Centre nel Missouri, una struttura pensata per offrire «un ambiente cristiano per individui, gruppi e famiglie che vogliono avvicinarsi a Dio». Ora è stato arrestato per aver cercato di avere rapporti sessuali con un cane.
Le indagini sono state avviate la scorsa settimana, non appena la polizia si è imbattuta in alcuni messaggi pubblicati su Internet in cui un uomo si diceva alla ricerca di animali con cui avere rapporti sessuali. Un agente dell'ufficio dello sceriffo di Boone ha risposto all'annuncio fingendosi interessato, motivo per cui Hill ha viaggiato sino in Columbia pur di raggiungere il proprio scopo. Una volta giunto all'appuntamento e verificata la sua intenzione di andare sino in fondo, è stato arrestato (salvo poi essere rilasciato dietro il pagamento di una cauzione da mille dollari).
La notizia è presto divenuta di dominio pubblico, motivo per cui il Windermere Baptist Conference Centre si è detto «costretto» a sollevarlo dal suo ruolo di CEO. L'atteggiamento tenuto nei suoi confronti, però, appare molto cordiale, con tanto di parole di «gratitudine e riconoscenza per il lavoro svolto» e la garanzia che per lui ci sarà sempre un posto nella comunità cristiana locale. Riguardo ai fatti, il centro ha ritenuto di liquidare la questione sostenendo che si tratti solo di «un fatto personale». Evidentemente l'accaduto non dev'essere parso degno di una condanna morale simile a quella che viene riservata a milioni di gay (con la differenza che quest'ultimi non vanno in giro a cercare di stuprare degli animali indifesi).


Honduras: una troupe televisiva riprende il pestaggio di una transessuale

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Fa riflettere come in alcuni Paesi i diritti lgbt siano calpestati nella più totale indifferenza. Una troupe televisiva dell'Honduras ha ripreso, senza intervenire, un violento pestaggio ai danni una transessuale. La immagini giungono dalla città di San Pedro Sula, nel nord-ovest del paese, e mostrano due uomini che prendono a calci e pugni la donna. Uno di loro appare un membro della polizia militare, l'altro indossa abiti civili ed è il responsabile di quello che appare come un tentativo di strangolarla in mezzo alla strada.
Secondo il quotidiano locale La Prensa, la vittima è una transessuale che lavora prostituendosi per le strade della città. Sarebbe stata aggredita dopo aver rotto il finestrino dell'alto di un cliente che non la voleva pagare.
Un portavoce delle forze armate, Antonio Sanchez, ha negato qualsiasi coinvolgimento da parte di militari e ha sostenuto che la presenza di uomini in uniforme non sia un dettaglio da prendere in considerazione dato che il filmato è a suo dire «fuorviante» e «manipolato».
Al momento nessuno è riuscito a risalire all'identità della vittima o dei suoi aggressori, anche se le premesse lasciano immaginare che  a nessuna della autorità civile interessi realmente appurare la reale dinamica dei fatti.

Clicca qui per guardare il filmato dell'aggressione (attenzione: il filmato contiene immagini forti che potrebbero urtare la sensibilità)


Docente cagliaritana attacca uno studente gay: «commette un peccato mortale e deve farsi curare»

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Una docente dell'istituto tecnico Martini di Cagliari è stata condannata per diffamazione a causa di alcune esternazioni omofobe rivolte ad un suo alunno. Parlando con quattro ragazze della stessa scuola, l'insegnante ha sostenuto che il ragazzo presentava «manifestazioni di peccato mortale e divino, contrarie a precisi dettati morali e religiosi» e che in quanto gay «andrebbe curato da uno psichiatra».
Il giudice di pace Maria Grazia Argiolas l'ha condannata ad una multa di 700 euro e al risarcimento delle spese processuali.
Questo è quanto raccolta L'Unione Sarda anche se a far riflettere sono i soprattutto i commenti lasciati dai lettori. C'è chi esprime «tutta la propria stima» nei confronti dell'insegnante per aver «dichiarato quello che la Chiesa Cattolica dice da duemila anni», chi non sostiene che «non si può negare» come «moltissimi gay siano stati indirizzati [a diventare tali] a seguito di violenze in età in cui la sessualità non era ancora ben definita».
C'è addirittura chi chiama in causa fantomatiche «potenti lobby gay» (che si specifica pure sia formata da «personaggi del jet set internazionale») impegnata nel nascondere come «questo disturbo è causato da violenze fisiche e/o psichiche subite nell'infanzia» pur di far passare «il messaggio che sia normale rivolgere la propria sessualità verso lo stesso sesso».
Il quadro che ne esce è deleterio, con un'ignoranza e una disinformazione sbandierata ai quattro venti. Mentre i cattolici continuano ad impegnarsi perché nelle scuole non si possano colmare simili lacune culturali, appaiono sempre più palpabili gli effetti dell'incitamento all'odio lanciato da gruppi che godono di appoggi religiosi e politici. Perché appare incredibile che nel 2014 ci siano persone ancora pronte a credere e promuovere l'idea che l'omosessualità possa essere una "malattia" o che le cause siano riconducibili a traumi infantili.
Preoccupante è anche constatare come come dei docenti nel pieno svolgimento dei propri incarichi didattici possano istigare degli studenti all'odio sulla base delle proprie credenze religiose, attraverso tesi disconosciute scientificamente e da relegare al mero pregiudizio.


Verona: batterista 19enne insultato e picchiato all'esterno di un locale perché gay

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Un grave episodio di omofobia si è consumato a Bussolengo (VR) nella notte fra sabato e domenica scorsa. La vittima è Andrea, un ragazzo di 19 anni che aveva appena finito di esibirsi con la sua band all'interno di un locale. Una volta uscito, si è trovato accolto da risatine e sberleffi rivolte al suo orientamento sessuale. La sua reazione infastidita è bastata come pretesto perché il branco passasse all'attacco.
«Al di fuori del locale a Bussolengo dove ci siamo esibiti -raccontano su Facebook i compagni della band- un gruppo di circa dieci ragazzi ha cominciato a provocare il nostro batterista con frasi volte ad attaccare il suo orientamento sessuale. Dopo vari insulti da entrambe le parti, uno di loro lo ha fatto cadere per terra e un altro gli ha calciato ripetutamente la testa con forza facendolo svenire. Prima dell'arrivo dell'ambulanza e dei carabinieri sono tutti magicamente spariti, anche i due che hanno detto "noi abbiamo le palle, e restiamo qui"».
Portato al pronto soccorso di Bussolengo, i medici gli hanno diagnosticato un colpo di frusta con una prognosi di 15 giorni. I carabinieri, invece, sono già al lavoro per cercare di individuare i responsabili dell'aggressione attraverso le immagini delle telecamera di videosorveglianza installate nella zona.
«Non si può continuare così, le cose vanno cambiate -hanno aggiunto i membri della band- Va eliminato questo tumore dell'umanità, gli omofobi non sono persone ma animali che quando si ritrovano in branco cercano di distruggere (moralmente o fisicamente) l'oggetto delle loro ansie: il gay (o il bisex, la lesbica, il trans). Andrea non si è fatto abbattere, avete solo alimentato la sua volontà di combattere queste ingiustizie, ed ora è più determinato che mai».


Attore porno arrestato per contrabbando: aveva 226 grammi di crystal meth nascosti nel retto

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L'attore pornografico Bruno Knight (all'anagrafe Phillip Gizzie) è stato arrestato all'aeroporto di Los Angeles dopo aver tentato di imbarcarsi su un volo della Virgin Atlantic diretto in Inghilterra trasportando 226 grammi di crystal meth all'interno del proprio retto.
I fatti risalgono al 16 giugno scorso, quando l'attore di origine britannica è stato fermato dai funzionari della dogana su segnalazione della Drug Enforcement Administration. Gli agenti riportano come i sospetti siano cresciuti durante l'interrogatorio dato che Knight continuava a «muoversi in maniera irregolare», appariva «sudato» e non aveva con sé alcun bagaglio per quel volo transatlantico.
Alla fine ha ceduto alla pressione, dapprima raccontando di aver passato qualche giorno a West Hollywood con alcuni amici e di aver assunto varie sostanze stupefacenti (metamfetamina, cocaina, marijuana e GHB), poi confessando di avere tre pacchetti di crystal meth all'interno del proprio corpo.
Ad un tratto Knight ha detto agli ufficiali che non riusciva più a controllare i suoi movimenti intestinali e, così come riferito dal rapporto della polizia, «ha espulso nei pantaloni due grossi contenitori fuoriusciti dal suo ano». Per recuperare il terzo è stato necessario un ricovero al Centinela Hospital di Inglewood, dove l'uomo è stato sottoposto ad un clistere.
Una volta arrestato, Knight ha rinunciato al diritto di un'udienza preliminare, un gesto che potrebbe indicare la volontà nel cercare un patteggiamento. La corte federale, infatti, potrebbe accusarlo della detenzione di oltre 50 grammi di metanfetamine finalizzata alla vendita, un crimine che negli Stati Uniti è punito con pene detentive che vanno dai dieci anni all'ergastolo.


Aggressione omofoba nei pressi del Padova Pride Village. La vittima è un 29enne

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Una gravissima aggressione omofoba si è verificata giovedì notte nei pressi del Padova Pride Village. La vittima è un ragazzo di 29 anni, originario di Firenze e trasferitosi a Padova lo scorso febbraio, aggredito e picchiato brutalmente a poca distanza dall'uscita del locale. Gli aggressori lo hanno abbandonato in una pozza di sangue, gridandogli frasi omofobe: «Fr*cio di m***, fin*cchio schifoso». Ripresosi dallo shock, è stato lui stesso a chiamare il 118: ha riportato la rottura del naso e si è resa necessaria l'applicazione di tre punti di sutura, per un totale di 20 giorni di prognosi.
«Sono uscito dal Pride Village attorno alle 2 al termine della serata -ha raccontato il giovane- e mi sono fermato davanti all'entrata a parlare con un amico. A un certo punto si sono avvicinati due ragazzi sui 25 anni. Volevano partecipare alla conversazione, ma siccome mi sembrava che avessero bevuto gli abbiamo gentilmente detto che preferivamo continuare a parlare tra noi e così questi si sono allontanati». Fumata una sigaretta, il ragazzo si è avviato a piedi verso casa ma «all'inizio del ponte ho rivisto i due ragazzi che si erano avvicinati, credevo fossero italiani e gli ho detto: "Scusate per prima ma io e il mio amico stavamo chiacchierando". Uno dei due mi ha risposto brutalmente che non accettava scuse. "Vogliamo i soldi" hanno aggiunto. Ho detto che non ne avevo e a quel punto ho continuato a camminare. Verso la fine del ponte ha iniziato a vibrare il cellulare che avevo in tasca. Ho abbassato la testa per prenderlo e rispondere. Neanche il tempo di rialzarla che dalle spalle mi è arrivato un calcio volante in pieno viso. Sono caduto a terra, ero pieno di sangue e non capivo la gravità della situazione. I due, che sentendoli parlare sono sicuro fossero dell'Est, sono fuggiti correndo a piedi e gridando insulti sulla questione della mia omosessualità».
Non appena si sarà ripreso, la vittima ha intenzione di sporgere denuncia: «Non possono passarla liscia. È stato un episodio troppo grave».

Via: Il Mattino di Padova


I comitati denunciano: «Insegnante licenziata perché sospettata di essere lesbica»

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La denuncia arriva dai Comitati Trentini che hanno sostenuto la lista L'Altra Europa con Tsipras, alle quali si è rivolta in cerca di aiuto una giovane insegnante che si non si è vista rinnovare il contratto perché sospettata di essere lesbica.
La ragazza aveva insegnato per cinque anni presso l'Istituto Comprensivo Sacro Cuore, ottenendo il rispetto di alunni e genitori. Ma allo scadere del suo contratto si è sentita dire che il rinnovo sarebbe stato vincolato ad una sua dichiarazione «di innocenza» o alla sua volontà di «trovare l'aiuto adeguato per risolvere il suo problema» con la propria sessualità. L'insegnante non ha accettato e non ha voluto dare spiegazioni della sua vita privata, motivo per cui si sarebbe inaspettatamente ritrovata senza lavoro.
«Ciò che desta preoccupazione e sdegno -afferma il comitato- è la violazione dell'articolo 3 della Costituzione, compiuta all'interno di una scuola paritaria, cioè una scuola che eroga un servizio pubblico, riuscendo ad ottenere congrui finanziamenti dalla Provincia Autonoma di Trento grazie alla garanzia di servizi agli studenti, che la scuola pubblica non può offrire a causa dei ripetuti e molteplici tagli ai fondi.
Quindi, denaro pubblico utilizzato per finanziare una scuola che discrimina i docenti sulla base delle proprie scelte di vita privata, ignorandone le competenze didattiche [...] Denaro pubblico utilizzato per sostenere una scuola che, alla pari delle altre scuole, svolge funzione educativa, con il compito di contribuire a formare futuri cittadini, consapevoli del proprio ruolo nella società, responsabili, autonomi e democratici».
L'episodio non lascia dubbi sul rischio di educazione alla discriminazione che corre chi è iscritto in quell'istituto».
Il comitato ha invitato il presidente della Provincia (che ha delega all'istruzione) ad intervenire e a porre pubbliche scuse alla docente discriminata. L'istituto si è limitato a dichiarare che il licenziamento era già stato deciso e pianificato con i sindacati da molto tempo.


Roma. Attacco omofobo alla sede di Dì Gay Project: «Morirete tutti, vi bruceremo, fr*ci»

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Mercoledì sera, poco prima delle 23, la sede di Dì Gay Project è stato letteralmente presa d'assalto da 10-12 ragazzi, di età compresa tra i 15 e i 40 anni, che hanno fatto irruzione durante le prove teatrali del Laboratorio di Maria Chiara Cucinotta, lanciando escrementi, cassette di legno, bastoni ed ortaggi. la matrice omofobica del gesto è stata sottolineata anche dalle loro frasi ingiuriose e minacce. «Morirete tutti, vi bruceremo, fr*ci», hanno urlato.
All'interno c'erano 13 persone, tra ragazzi e ragazze. «I ragazzi si sono spaventati molto -ha raccontato Maria Laura Annibali, presidente dell'associazione- ma nonostante questo, quando il gruppo di assalitori è fuggito, tre hanno iniziato a correre loro dietro, salvo poi perderne le tracce».
La Annibali ha anche sottolineato come «l'attacco a sfondo omofobo ha colpito un bersaglio eterogeneo perfettamente autointegrato, in quanto il nostro gruppo è composto da attori, anche eterosessuali, che lavorano per i diritti indipendentemente dall'orientamento sessuale, secondo lo spirito dell'Associazione DGP».
«Questo è il primo attacco alla nostra sede in tredici anni di attività -ha commentato Imma Battaglia, fondatrice e presidente onoraria dell'associazione- mi chiedo se questo raid faccia parte dell'ennesimo giro di violenze che ci sono in questa città e per le quali abbiamo chiesto un incontro urgente al sindaco. Forse questi omofobi sono venuti perché in Comune si è iniziato a discutere di unioni civili? O perché c'è stata la settimana rainbow? Quello che è certo, è che a Roma, ormai, c'è un allarme omofobia e bisogna intervenire».


Francia: condannati a 30 mesi di carcere gli aggressori di Wilfred de Bruijn

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Ricordate il caso di Wilfred de Bruijn? È il giovane francese che venne aggredito a Parigi nella notte fra il 6 e il 7 aprile 2013: la sua unica colpa era di camminare a braccetto con il proprio ragazzo. La brutalità dell'attacco fu tale da portare i presenti a temere che fosse morto. Era ricoperto di sangue, aveva molteplici fratture alle ossa del volto e alcuni denti mancanti. Nonostante il trauma psicologico subito lo avesse portato a chiedere al compagno di rimuovere tutti gli specchi di casa, trovò il coraggio di pubblicare una foto del suo viso martoriato su Facebook per denunciare tutta la violenza dell'omofobia che, in Francia come in Italia, viene negata proprio da chi la alimenta.
Nonostante gli indizi fossero pochi, la polizia è riuscita a risalire a quattro sospettati. Le prime conferme giunsero con le testimonianze di chi raccontò come si fossero vantati di aver picchiato un gay. Davanti al giudice, però, la difesa le ha provate un po' tutte: inizialmente si è negato ogni ricordo della serata a causa dell'alcool. «Dieci whisky e cola, quindici vodka e due canne», hanno dichiarato. Peccato che la dovizia di particolari abbia spinto l'accusa a chiedersi come potessero ricordare così bene ciò che avevano bevuto e non chi avevano incontrato. Da qui si è passati alla teoria della "memoria selettiva" sino all'ammissione dell'aggressione ma non il movente omofobico. «Non abbiamo nulla contro i gay. L'abbiamo picchiato, così...».
Alla fine la corte è giunta in questi giorni al verdetto finale, riconoscendo sia la colpa dell'aggressione, sia il movente omofobico del gesto.
Taieb K. e M. Abdelmalek, di 19 e 20 anni, sono stati condannati a 30 mesi di carcere e 15 di libertà vigilata. Al 21enne T. Kide è stata riconosciuta la mancata partecipazione al pestaggio, ma è stato condannato a sei mesi di condizionale per non aver impedito e denunciato il crimine. Un quarto imputato era minorenne ai tempi dei fatti ed il suo caso è in attesa di sentenza presso un tribunale minorile.


Londra: sette ragazzini aggrediscono una coppia gay

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Siamo a Whitechapel, nella zona est di Londra. Il 13 giugno scorso, il 23enne Walter Adrian stava tornando a casa da una festa in compagnia del suo compagno. In strada sono stati avvicinati da sette ragazzini che hanno iniziato ad insultarli. «Non ci stavamo neppure tenendo per bano, o baciano o altro -ha raccontato Adrian- ma tutto che dicevano si basava sull'assunto che fossimo gay».
Quando i due hanno cercato di andarsene, i ragazzini sono partiti all'attacco e li hanno stretti un un angolo prima di iniziare a picchiarli brutalmente. Adrian è rimasto privo di sensi con ematomi sul viso e sullo stomaco, il compagno ha riportato varie ferite e lesioni alla mascella.
La polizia ha immediatamente parlato di un'aggressione omofoba, mettendosi immediatamente sulle tracce dei responsabili. Le indagini hanno così ora portato al fermo di due ragazzini di 16 anni.
«Siamo terrorizzati che un fatto simile possa ripetersi -ha aggiunto Adrian- ma semplicemente non dovrebbe essere così». I due, infatti, hanno sottolineato di non essere particolarmente visibili e che è assurdo dover preoccuparsi dell'abbigliamento o dell'atteggiamento per timore di essere picchiati per strada.