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Attore porno arrestato per contrabbando: aveva 226 grammi di crystal meth nascosti nel retto

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L'attore pornografico Bruno Knight (all'anagrafe Phillip Gizzie) è stato arrestato all'aeroporto di Los Angeles dopo aver tentato di imbarcarsi su un volo della Virgin Atlantic diretto in Inghilterra trasportando 226 grammi di crystal meth all'interno del proprio retto.
I fatti risalgono al 16 giugno scorso, quando l'attore di origine britannica è stato fermato dai funzionari della dogana su segnalazione della Drug Enforcement Administration. Gli agenti riportano come i sospetti siano cresciuti durante l'interrogatorio dato che Knight continuava a «muoversi in maniera irregolare», appariva «sudato» e non aveva con sé alcun bagaglio per quel volo transatlantico.
Alla fine ha ceduto alla pressione, dapprima raccontando di aver passato qualche giorno a West Hollywood con alcuni amici e di aver assunto varie sostanze stupefacenti (metamfetamina, cocaina, marijuana e GHB), poi confessando di avere tre pacchetti di crystal meth all'interno del proprio corpo.
Ad un tratto Knight ha detto agli ufficiali che non riusciva più a controllare i suoi movimenti intestinali e, così come riferito dal rapporto della polizia, «ha espulso nei pantaloni due grossi contenitori fuoriusciti dal suo ano». Per recuperare il terzo è stato necessario un ricovero al Centinela Hospital di Inglewood, dove l'uomo è stato sottoposto ad un clistere.
Una volta arrestato, Knight ha rinunciato al diritto di un'udienza preliminare, un gesto che potrebbe indicare la volontà nel cercare un patteggiamento. La corte federale, infatti, potrebbe accusarlo della detenzione di oltre 50 grammi di metanfetamine finalizzata alla vendita, un crimine che negli Stati Uniti è punito con pene detentive che vanno dai dieci anni all'ergastolo.


Aggressione omofoba nei pressi del Padova Pride Village. La vittima è un 29enne

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Una gravissima aggressione omofoba si è verificata giovedì notte nei pressi del Padova Pride Village. La vittima è un ragazzo di 29 anni, originario di Firenze e trasferitosi a Padova lo scorso febbraio, aggredito e picchiato brutalmente a poca distanza dall'uscita del locale. Gli aggressori lo hanno abbandonato in una pozza di sangue, gridandogli frasi omofobe: «Fr*cio di m***, fin*cchio schifoso». Ripresosi dallo shock, è stato lui stesso a chiamare il 118: ha riportato la rottura del naso e si è resa necessaria l'applicazione di tre punti di sutura, per un totale di 20 giorni di prognosi.
«Sono uscito dal Pride Village attorno alle 2 al termine della serata -ha raccontato il giovane- e mi sono fermato davanti all'entrata a parlare con un amico. A un certo punto si sono avvicinati due ragazzi sui 25 anni. Volevano partecipare alla conversazione, ma siccome mi sembrava che avessero bevuto gli abbiamo gentilmente detto che preferivamo continuare a parlare tra noi e così questi si sono allontanati». Fumata una sigaretta, il ragazzo si è avviato a piedi verso casa ma «all'inizio del ponte ho rivisto i due ragazzi che si erano avvicinati, credevo fossero italiani e gli ho detto: "Scusate per prima ma io e il mio amico stavamo chiacchierando". Uno dei due mi ha risposto brutalmente che non accettava scuse. "Vogliamo i soldi" hanno aggiunto. Ho detto che non ne avevo e a quel punto ho continuato a camminare. Verso la fine del ponte ha iniziato a vibrare il cellulare che avevo in tasca. Ho abbassato la testa per prenderlo e rispondere. Neanche il tempo di rialzarla che dalle spalle mi è arrivato un calcio volante in pieno viso. Sono caduto a terra, ero pieno di sangue e non capivo la gravità della situazione. I due, che sentendoli parlare sono sicuro fossero dell'Est, sono fuggiti correndo a piedi e gridando insulti sulla questione della mia omosessualità».
Non appena si sarà ripreso, la vittima ha intenzione di sporgere denuncia: «Non possono passarla liscia. È stato un episodio troppo grave».

Via: Il Mattino di Padova


I comitati denunciano: «Insegnante licenziata perché sospettata di essere lesbica»

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La denuncia arriva dai Comitati Trentini che hanno sostenuto la lista L'Altra Europa con Tsipras, alle quali si è rivolta in cerca di aiuto una giovane insegnante che si non si è vista rinnovare il contratto perché sospettata di essere lesbica.
La ragazza aveva insegnato per cinque anni presso l'Istituto Comprensivo Sacro Cuore, ottenendo il rispetto di alunni e genitori. Ma allo scadere del suo contratto si è sentita dire che il rinnovo sarebbe stato vincolato ad una sua dichiarazione «di innocenza» o alla sua volontà di «trovare l'aiuto adeguato per risolvere il suo problema» con la propria sessualità. L'insegnante non ha accettato e non ha voluto dare spiegazioni della sua vita privata, motivo per cui si sarebbe inaspettatamente ritrovata senza lavoro.
«Ciò che desta preoccupazione e sdegno -afferma il comitato- è la violazione dell'articolo 3 della Costituzione, compiuta all'interno di una scuola paritaria, cioè una scuola che eroga un servizio pubblico, riuscendo ad ottenere congrui finanziamenti dalla Provincia Autonoma di Trento grazie alla garanzia di servizi agli studenti, che la scuola pubblica non può offrire a causa dei ripetuti e molteplici tagli ai fondi.
Quindi, denaro pubblico utilizzato per finanziare una scuola che discrimina i docenti sulla base delle proprie scelte di vita privata, ignorandone le competenze didattiche [...] Denaro pubblico utilizzato per sostenere una scuola che, alla pari delle altre scuole, svolge funzione educativa, con il compito di contribuire a formare futuri cittadini, consapevoli del proprio ruolo nella società, responsabili, autonomi e democratici».
L'episodio non lascia dubbi sul rischio di educazione alla discriminazione che corre chi è iscritto in quell'istituto».
Il comitato ha invitato il presidente della Provincia (che ha delega all'istruzione) ad intervenire e a porre pubbliche scuse alla docente discriminata. L'istituto si è limitato a dichiarare che il licenziamento era già stato deciso e pianificato con i sindacati da molto tempo.


Roma. Attacco omofobo alla sede di Dì Gay Project: «Morirete tutti, vi bruceremo, fr*ci»

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Mercoledì sera, poco prima delle 23, la sede di Dì Gay Project è stato letteralmente presa d'assalto da 10-12 ragazzi, di età compresa tra i 15 e i 40 anni, che hanno fatto irruzione durante le prove teatrali del Laboratorio di Maria Chiara Cucinotta, lanciando escrementi, cassette di legno, bastoni ed ortaggi. la matrice omofobica del gesto è stata sottolineata anche dalle loro frasi ingiuriose e minacce. «Morirete tutti, vi bruceremo, fr*ci», hanno urlato.
All'interno c'erano 13 persone, tra ragazzi e ragazze. «I ragazzi si sono spaventati molto -ha raccontato Maria Laura Annibali, presidente dell'associazione- ma nonostante questo, quando il gruppo di assalitori è fuggito, tre hanno iniziato a correre loro dietro, salvo poi perderne le tracce».
La Annibali ha anche sottolineato come «l'attacco a sfondo omofobo ha colpito un bersaglio eterogeneo perfettamente autointegrato, in quanto il nostro gruppo è composto da attori, anche eterosessuali, che lavorano per i diritti indipendentemente dall'orientamento sessuale, secondo lo spirito dell'Associazione DGP».
«Questo è il primo attacco alla nostra sede in tredici anni di attività -ha commentato Imma Battaglia, fondatrice e presidente onoraria dell'associazione- mi chiedo se questo raid faccia parte dell'ennesimo giro di violenze che ci sono in questa città e per le quali abbiamo chiesto un incontro urgente al sindaco. Forse questi omofobi sono venuti perché in Comune si è iniziato a discutere di unioni civili? O perché c'è stata la settimana rainbow? Quello che è certo, è che a Roma, ormai, c'è un allarme omofobia e bisogna intervenire».


Francia: condannati a 30 mesi di carcere gli aggressori di Wilfred de Bruijn

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Ricordate il caso di Wilfred de Bruijn? È il giovane francese che venne aggredito a Parigi nella notte fra il 6 e il 7 aprile 2013: la sua unica colpa era di camminare a braccetto con il proprio ragazzo. La brutalità dell'attacco fu tale da portare i presenti a temere che fosse morto. Era ricoperto di sangue, aveva molteplici fratture alle ossa del volto e alcuni denti mancanti. Nonostante il trauma psicologico subito lo avesse portato a chiedere al compagno di rimuovere tutti gli specchi di casa, trovò il coraggio di pubblicare una foto del suo viso martoriato su Facebook per denunciare tutta la violenza dell'omofobia che, in Francia come in Italia, viene negata proprio da chi la alimenta.
Nonostante gli indizi fossero pochi, la polizia è riuscita a risalire a quattro sospettati. Le prime conferme giunsero con le testimonianze di chi raccontò come si fossero vantati di aver picchiato un gay. Davanti al giudice, però, la difesa le ha provate un po' tutte: inizialmente si è negato ogni ricordo della serata a causa dell'alcool. «Dieci whisky e cola, quindici vodka e due canne», hanno dichiarato. Peccato che la dovizia di particolari abbia spinto l'accusa a chiedersi come potessero ricordare così bene ciò che avevano bevuto e non chi avevano incontrato. Da qui si è passati alla teoria della "memoria selettiva" sino all'ammissione dell'aggressione ma non il movente omofobico. «Non abbiamo nulla contro i gay. L'abbiamo picchiato, così...».
Alla fine la corte è giunta in questi giorni al verdetto finale, riconoscendo sia la colpa dell'aggressione, sia il movente omofobico del gesto.
Taieb K. e M. Abdelmalek, di 19 e 20 anni, sono stati condannati a 30 mesi di carcere e 15 di libertà vigilata. Al 21enne T. Kide è stata riconosciuta la mancata partecipazione al pestaggio, ma è stato condannato a sei mesi di condizionale per non aver impedito e denunciato il crimine. Un quarto imputato era minorenne ai tempi dei fatti ed il suo caso è in attesa di sentenza presso un tribunale minorile.


Londra: sette ragazzini aggrediscono una coppia gay

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Siamo a Whitechapel, nella zona est di Londra. Il 13 giugno scorso, il 23enne Walter Adrian stava tornando a casa da una festa in compagnia del suo compagno. In strada sono stati avvicinati da sette ragazzini che hanno iniziato ad insultarli. «Non ci stavamo neppure tenendo per bano, o baciano o altro -ha raccontato Adrian- ma tutto che dicevano si basava sull'assunto che fossimo gay».
Quando i due hanno cercato di andarsene, i ragazzini sono partiti all'attacco e li hanno stretti un un angolo prima di iniziare a picchiarli brutalmente. Adrian è rimasto privo di sensi con ematomi sul viso e sullo stomaco, il compagno ha riportato varie ferite e lesioni alla mascella.
La polizia ha immediatamente parlato di un'aggressione omofoba, mettendosi immediatamente sulle tracce dei responsabili. Le indagini hanno così ora portato al fermo di due ragazzini di 16 anni.
«Siamo terrorizzati che un fatto simile possa ripetersi -ha aggiunto Adrian- ma semplicemente non dovrebbe essere così». I due, infatti, hanno sottolineato di non essere particolarmente visibili e che è assurdo dover preoccuparsi dell'abbigliamento o dell'atteggiamento per timore di essere picchiati per strada.


Prete gay denuncia i suoi ricattatori. Trasferito

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L'omofobia della Chiesa è tornata a ritorcersi contro i suoi stessi ministri. Il rettore del santuario della Madonna della Bozzola di Garlasco, nella diocesi di Vigevano, è stato ricattato da alcuni malviventi che erano entrati in possesso di alcune registrazioni di telefonate erotiche e filmati intercorse con persone del suo stesso sesso. Per ottenere il silenzio, il sacerdote 70enne aveva versato 250 mila euro (probabilmente attinti dalle risorse delle santuario, particolarmente floride date le numerose offerte, donazioni ed introiti dalla vendita di santini e souvenir religiosi).
Questo è avvenuto quasi un anno fa, ma gli estorsori hanno deciso di rincarare la dose ed hanno chiesto altri 250mila euro. Il tutto attraverso un intermediario individuato in un sacerdote 35enne, promotore di giustizia del tribunale diocesano di Vigevano che ha assunto incarichi anche presso l'ufficio antiriciclaggio della Santa Sede.
Il prete di Garlasco ha deciso di non cedere nuovamente al ricatto e si è rivolti ai carabinieri. I militari dell'Arma hanno così organizzato un appuntamento-trappola che ha portato all'arresto dei due estorsori.
La diocesi ha commentato i fatti con un laconico comunicato stampa: «Il protrarsi e il moltiplicarsi di segnalazioni di episodi di moleste insistenze nella ricerca di denaro nei confronti di responsabili di comunità cristiane e di persone fragili hanno indotto la Curia di Vigevano a chiedere la collaborazione delle Forze dell'ordine». Il sacerdote coinvolto, però, è stato allontanato «per motivi di salute» e non gli è stato permesso neppure di celebrare i matrimoni programmati nel fine settimana.
Inutile a dirsi, quest'ultima mossa appare quasi come un'intimidazione volta a chiedere di mantenere il segreto a qualsiasi costo, prospettando ripercussioni per la propria carriera se si dovesse lasciar trapelare come l'omosessualità sia presenta anche all'interno di una realtà che la condanna incessantemente.


Linciato perché gay. È successo nel Ghana

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Le leggi del Ghana puniscano l'omosessualità con tre anni di reclusione, ma evidentemente la paura generata dall'omofobia di stato è tale da spingere alcune persone a cercare di farsi "giustizia" da sé.
Ed è così che ancora una volta la cronaca ci porta il racconto di un uomo lapidato a morte dalla sua stessa comunità semplicemente perché gay.
Ora la polizia sta indagando sul crimine, ma gli inquirenti non hanno molte speranze di riuscire a trovare i responsabili data l'omertà che circonda questi crimini. Anzi, si sospetta che il gruppo di assassini responsabili della morte dell'uomo si sia messo sulle tracce di quello che presumono potesse essere il suo partner, probabilmente con l'unico scopo di togliergli la vita.
Paiono dunque questi gli effetti di una campagna anti-gay portata avanti negli anni dal Governo (pronto a prometterne «lo sradicamento») e dalla la chiesa pentecostale del Ghana (che con apposite pubblicazioni si è spinta a sostenere che «Dio è eterosessuale ed odia i gay.»).

Via: Gay.it


Milano: sotto sequestro i Magazzini Generali per i troppi partecipanti alla serata gay

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Il nucleo della polizia amministrativa di Milano ha posto sotto sequestro i "Magazzini Generali" di Milano. I controlli erano scattati nella notte di sabato, quando presso il locale era in corso la serata gay (in quell'occasione ad ingresso gratuito).
Gli agenti avrebbero «accertato nuovamente» il superamento del numero massimo di persone consentito all'interno dello stabile, fissato a 800 persone e risultato di 1.100 partecipanti (distribuiti sui 940mq del locale) nonché la presenza di transenne davanti alle uscite di emergenza e l'ostruzione degli scivoli per disabili. Ed è così che, nella giornata di domenica, ne è stato disposto il sequestro.


Scritte omofobe sul muro della Chiesa Valdese che ospiterà una veglia di preghiera contro l'omofobia

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In occasione della giornata mondiale contro l'omofobia e la transfobia, la Chiesa Valdese di Piazza Cavour a Roma aveva esposto una bandiera rainbow sulla facciata in previsione dell'incontro di preghiera organizzato sabato insieme alla Refo (Rete Evangelica Fede ed Omosessualità). Ed è proprio quel simbolo ad essere stato preso di mira durante un blitz notturno di alcuni militanti di estrema destra.
La facciata principale del tempio è stata imbrattata con della vernice nera, mentre su un muro laterale è stata tracciata una scritta omofoba firmata con una croce celtica. A chiamare le forze dell'ordine è stato il pastore della chiesa, accortosi dell'accaduto poco prima delle 9. Sul posto è intervenuta la polizia e i carabinieri.
«A seguito del gesto omofobo che ha imbrattato oggi la nostra bella facciata appena restaurata -si legge sito della Chiesa Evangelica Valdese- vogliamo solo dire che siamo addolorati. Ogni segno di ostilità è una barriera fra le persone. Dio ci ha amati per primo e ci ha accolti per grazia. Noi desideriamo che le persone vivano in pace e nel rispetto della dignità di tutti e tutte, senza odio e senza discriminazione. L'amore di Dio vince ogni timore e vincerà anche la paura delle diversità. Non bisogna arrendersi ma continuare nell'accoglienza fraterna di tutti e tutte secondo la parola del Signore. "Nell'amore non c'è paura; anzi, l'amore perfetto caccia via la paura, perché chi ha paura teme un castigo. Quindi chi ha paura non è perfetto nell'amore. Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo". I Giovanni 4,18-19».
«È un gravissimo attacco -ha commentato Fabrizio Marrazzo, portavoce di Gay Center- Alla Chiesa Valdese da sempre sensibile e attenta a questi temi va la nostra solidarietà. Quest'azione deve trovare una condanna unanime da parte di tutti, dalle istituzioni all'opinione pubblica. Ci sono gruppi omofobi spesso di estrema destra che pensano di intimidire e spaventare, ma non possono riuscirci, anche se questo episodio come altri sono un campanello d'allarme».


Prete ortodosso adescava e ricattava sacerdoti gay

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L'omofobia della Chiesa può essere un business. È quanto deve aver pensato Diego Caggiano, un prete ortodosso 37enne originario di Tornimparte (AQ), ora rinviato a giudizio per estorsione aggravata e continuata in concorso nei confronti di alcuni preti gay.
Insieme ad un complice (che ha già scelto il patteggiamento, ottenendo una condanna a tre anni di reclusione convertiti nell'affidamento ai servizi sociali), l'uomo utilizzava Facebook per individuare le proprie vittime. Chiedeva l'amicizia a sacerdoti di ogni religione ed ordine e, una volta conquistatasi la loro fiducia, cercava di ottenere confidenze intime sulla loro sessualità o su quella dei loro colleghi. In quest'ultimo caso utilizzava la scusa di un presunto obbligo morale nel segnalare le «tonache peccatrici» alle competenti autorità ecclesiastiche.
Quando riusciva ad estorcere dettagli sull'omosessualità di un religioso, scattava il ricatto. Per mantenere il silenzio venivano inizialmente chieste piccole cifre, ma l'entità delle richiesta cresceva a dismisura nel corso del tempo.
Al momento gli investigatori hanno individuato un unico vaglia con cui un sacerdote avrebbe pagato i due ricattatori, mentre sono ancora in corso gli accertamenti nei confronti degli altri undici prelati ricattati (tutti in età compresa tra i 40 e i 50 anni).
Il prete ortodosso ed il suo complice avevamo anche fondato un gruppo Facebook chiamato "Grido di verità". Nastoti dietro un presunto «Osservatorio di abusi da parte di sacerdoti», i due aguzzini avevano l'occasione di raccogliere denunce e testimonianze in grado di fornirgli i nomi di altri religiosi da poter ricattare in cambio del loro silenzio.


Finisce in carcere l'ex medico militare che torturò otre 900 soldati gay sudafricani

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Aubrey Levin è un ex psichiatra dell'esercito sudafricano dell'apartheid che tra il 1970 e il 1980 ha tentato di "curare" l'omosessualità costringendo numerosi soldati gay bianchi ad operazioni di riassegnazione di genere, castrazione chimica, scosse elettriche e un'altra serie pratiche mediche tutt'altro che etiche.
Il numero pazienti non è noto, ma alcuni ex chirurghi militari stimano che tra il 1971 e il 1989 siano stati più di 900 i soldati costretti ad operazioni chirurgiche di "riassegnazione sessuale" come parte di un programma top-secret volto a sradicare l'omosessualità dall'esercito.
Con la fine dell'apartheid, però, l'esercito ha riconosciuto la barbaria di quegli esperimenti e nel 1990 Levin ha deciso di lasciare il Sudafrica alla volta del Canada, dove ha potuto tranquillamente riprendere ad esercitare la professione medica.
Nel marzo 2010, però, il Collegio dei Medici e dei Chirurghi di Alberta ha revocato la sua licenza in seguito alle denunce di un paziente maschio che l'aveva segretamente filmato mentre il medico gli ha rivolto alcune avances sessuali. Altri 20 ex pazienti avallarono le accuse si molestie e dieci hanno testimoniato contro di lui al processo che ne è seguito.
Solamente la scorsa settimana si è concluso il processo di appello ed il medico -ormai 74enne- è stato condannato a cinque anni di carcere. Levin continua a sostenere di non aver fatto nulla di male sia in Sudafrica che in Canada, mentre la pena sembra assai ben poca cosa rispetto al male generato.


Uk: ex-veterinario condannato a 10 anni per aver ucciso un uomo durante una sessione sadomaso

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Era il 2 marzo dello scorso anno quando una sessione di sesso sadomaso è degenerata in un brutale assassinio. L'Alta Corte di Newcastle (Inghilterra) ha così ora condannato a dieci anni di carcere l'ex veterinario governativo Kirk Thompson (46 anni), ritenendolo responsabile dell'omicidio di David Koch (43 anni).
I due si erano conosciuti su Internet ed avevano assunto un alto quantitativo di crystal meth (una droga derivata dalla metanfetamina) prima di iniziare una sessione di sesso estremo.
Le indagini hanno appurato come l'ex veterinario abbia utilizzato i suoi strumenti chirurgici per praticare numerosi tagli. Gravi lesioni interne sarebbero poi state provocate anche attraverso l'inserimento forzato e violento di uno spazzolino elettrico, di una barra di metello e di alcuni frutti. Persino una volta uccisa la propria vittima, il veterinario non si è fermato ed ha continuato a torturare il suo corpo, spingendosi sino a praticare alcune amputazioni.
Fra le prove depositate alla corte vi era anche un messaggio che lo stesso Thompson ha pubblicato su Internet durante quella sessione: «Sto tagliando, facendo sanguinare e perforando un ragazzo fatto di crystal -si è vantato- Sto avendo una nottata estrema, non credo neppure io a quello che sto facendo».
Sempre quella notte Thompson ha invitato a casa anche un'altro uomo conosciuto su internet, facendo sesso con uli mentre il corpo di Koch giaceva esanime in salotto. Gli inquirenti ipotizzano che un forte quantitativo di droghe sia stato fornito ad entrambi da Thompson nel tentativo di ridurli in uno stato debilitante che gli avrebbe permesso di poter infierire sui loro corpo, anche se si pensa che nel secondo caso gli effetti siano stati diversi da quelli aspettati e che il secondo uomo sia stato molto fortunato a riuscire ad uscire vivo da quella casa.
Il giudice ha sentenziato che l'ex veterinario ha «goduto nell'infliggere dolore agli altri» e che per quel motivo è da ritenersi un pericolo per l'intera comunità. Dal canto suo la difesa non ha portato alcuna giustificazione se non il voler sostenere un sentimento di rimorso per l'accaduto. Una tesi che lo stesso giudice ha voluto respingere: «L'emozione era tutto per te -ha dichiarato- e non ti importava di David Koch o di quanti dovranno convivere con le conseguenze della sua morte». Gli inquirenti hanno anche sottolineato come non vi sia stato alcun pregiudizio verso il sadomasochismo, una pratica sessuale lecita fra persone consenzienti ma certamente ben altra cosa rispetto al delitto commesso.
Kirk Thompson era affetto da HIV e pare che abbia perso il suo lavoro proprio a causa di forti problemi psicologici che sarebbero derivati nell'aver appreso il suo stato sierologico.


Sud Africa: 21enne gay torturato e ucciso mentre alcuni coetanei osservavano in silenzio

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«Venite a vedere come si uccide un fr*cio». È questo l'invito con cui un uomo ha condotto sei ragazzi, tutti di età compresa fra i 14 ai 16 anni, ad assistere ad un brutale assassinio a sfondo omofobico.
Siamo in Sud Africa ed i fatti risalgono al week-end. I ragazzi che si trovavano in un locale hanno deciso di accogliere l'invito dell'uomo e sono stati condotti nei presso di una diga. Ad attenderli c'era la vittima, David Olyn, un ragazzo gay di 21 anni (in foto) che era stato legato ed abbandonato lì. La sua faccia già grondava di sangue e vi erano tracce di bruciature.
I ragazzi sono rimasti fermi ad osservare l'uomo che ha iniziato a compire sulla testa il ragazzo con un mattone, saltando sulla sua faccia gridando: «Vaffan**lo». Ad ogni colpo il giovane emetteva gemiti di dolore, ma i sei sono rimasti fermi ad osservare la scena.
Terminata la tortura, tutti sono tornati a casa come se nulla fosse e solamente il giorno successivo i ragazzi sono andati a verificare se il 21enne era ancora vivo. Era ormai morto. Ma anche questo non li ha spinti a dire nulla dell'accaduto. Solo successivamente hanno raccontato qualcosa ad una donna e da qui è partita la denuncia.
Le autorità hanno fermato il presunto assassino (sarà condotto davanti ai giudici il prossimo 3 aprile) mentre è in giornalista sudafricano a raccontare un'agghiacciante retroscena: il reporter ha cercato di contattare i ragazzi che avevano assistito alla scena, convinto che magari avessero bisogno di aiuto, ma pare li abbia trovati che giocavano tranquillamente a calcio, quasi come se neppure si fossero resi conto della gravità di ciò a cui avevano assistito e della loro omertà.


Madre accusata di aver ucciso il figlio di 4 anni perché convinta che fosse gay

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Jessica Dutro vive nell'Oregon ed è ora sotto processo per il brutale assassinio del figlio Zachary. Il giudice ha ritenuto ammissibile come prova un messaggio pubblicato su Facebook, nel quale la donna affermava che il piccolo doveva essere punito perché era gay. «Parla come loro e si muove come loro», ha ribadito in un altro messaggio. Zachary aveva solo 4 anni.
L'accusa sostiene che l'omicidio sia stato dettato proprio dal timore della donna che il figlio potesse essere gay, così come il suo odio verso gli omosessuali l'avrebbe portata a picchiare e torturare ripetutamente il piccolo (tutti i suoi figli erano vittime di maltrattamenti, ma pare che Zachary fosse la vittima preferita data la convinzione che fosse gay).
Tra affermazioni e ritrattazioni, non è ancora chiaro quanto accaduto in quel giorno del 2012. I medici hanno trovato Zachary in condizioni disperate: aveva un trauma all'addome e l'intestino risultava strappato. Inoltre il ritardo con cui era stato portato in una struttura sanitaria (ben due giorni dopo l'aggressione) ha vanificato ogni sforzo per tentare di salvare quella giovane vita: due giorni dopo il piccolo è morto.
Il compagno della donna, Brian Canady, è stato condannato per omicidio di primo grado all'inizio del mese proprio in relazione al caso e sconterà 12 anni e mezzo di carcere dopo aver patteggiato la pena in cambio di una testimonianza contro la donna. In un primo momento si era assunto l'intera colpa, sostenendo di aver ucciso il bambino prendendolo a calci nello stomaco, ma quella testimonianza non era compatibile con la versione fornita agli inquirenti da un altro figlio che ha raccontato di aver visto entrambi i genitori picchiare il fratellino.


Uk: ragazzo fa coming out e la madre lo prende a pugni in faccia davanti alla polizia

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Il coming out in famiglia è causa di apprensione per molti gay, dato che la paura di un rifiuto è sempre dietro l'angolo. Nel caso di Scott, però, la vicenda è finita così male da sfociare nel tragicomico.
Siamo a Perth, una città della Scozia, ed una normale festa in famiglia è stata l'occasione in cui il giovane ha deciso di fare coming out e di rivelare ai parenti di avere una relazione con un altro uomo. La madre, Emma Green, 37enne e madre di dieci figli, non l'ha certo presa bene ed i toni si sono subito scaldati sino a spingere i presenti a chiamare la polizia.
Quando gli agenti si sono presentati nell'abitazione, davanti al loro occhi si è palesata una donna che strillava in faccia al ragazzo: «Tu non vali niente. Prendi solo c**zi su per il c**o. Non sei altro che un lurido fr***o». Ed è così che la signora Green è stata dichiarata in arresto, ma proprio in quel momento si è divincolata dalla presa degli agenti ed ha sferrato un pugno in faccia al ragazzo.
Contro di lei non ci sarà alcun processo dato che i familiari si sono rifiutati di testimoniare, ma ciò non ha impedito al giudice di condannarla ad una multa di duecento sterline e a un risarcimento al figlio di cento sterline. L'avvocato della donna, infatti, ha sostenuto che quanto accaduto sia stato solo «un incidente», pur ammettendo che  quelle azioni siano state dettate solo dal pregiudizio nei confronti degli omosessuali.


Derubato e picchiato per sfregio: «Ci dava fastidio fosse gay e l'abbiamo punito»

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«Si siamo stati noi ad aggredire quel giovane, eravamo ubriachi. Ci dava fastidio il fatto che fosse gay e l'abbiamo voluto punire». È con queste parole che tre ventenni incensurati hanno confessato di aver picchiato e derubato un trentenne gay per puro sfregio.
Nonostante le indagini siano riusciti ad incastrare i responsabili solo ora, i fatti risalgono alla notte di Capodanno. La vittima ha conosciuto i tre giovani in un noto locale Roma e fra i quattro pareva essere nato un certo feeling. Hanno iniziato a simpatizzare, hanno parlato dei i loro interessi ed hanno appurato di avere gusti musicali... a fine serata il trentenne li ha invitati casa sua ed i tre hanno accettato l'invito. Ma è quando si sono rivotati soli che è iniziato l'incubo: «Ad un certo punto -ha raccontato l'uomo- quei giovani mi hanno apostrofato chiamandomi "brutto frocio". A quel punto ho avuto paura».
Tolta la maschera da bravi ragazzi, infatti, i tre ventenni sono diventati violenti ed hanno iniziato a picchiarlo. Poi, per puro sfregio, gli hanno intimato: «Sporco gay dacci il telefonino e le chiavi della macchina».
All'alba l'uomo ha denunciato l'accaduto alle forze dell'ordine, particolarmente interessate al fatto che i tre ragazzi fossero tutti di un'altezza fuori dalla media. Ed è così che, incoraggiati anche dal ritrovamento di un'impronta rivenuta all'interno dell'appartamento, hanno iniziato ad indagare nel mondo dei giocatori di basket. Ed è proprio grazie ad alcune foto di giocatori romani che la vittima ha riconosciuto i suoi aguzzini, permettendo alle forze dell'ordine di riuscire ad ottenere la loro piena confessione.


Brasile. Uccide il figlio di 8 anni perché effeminato

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Portava i capelli lunghi, aiutava nelle faccende domestiche e si cimentava nella danza del ventre. Ma per il padre questi non erano atteggiamenti maschili, ed è per questo che l'ha picchiato a morte. La terribile storia giunge da un quartiere povero alla periferia ovest di Rio de Janeiro, in Brasile.
Alex aveva solo 8 anni e quando è stato portato in ospedale con un'emorragia interna e il fegato perforato. Il piccolo non ce l'ha fatta e la sua giovane vita si è spenta al pronto soccorso. In un primo momento persino la madre ha provato a coprire il comportamento brutale del marito, raccontando ai medici che il bambino era caduto per le scale. Quella tesi, però, non ha convinto l'Istituto di medicina legale che -oltre a riscontrare segni di malnutrizione- ha trovato quei segni incompatibili con le circostanze raccontate.
A quel punto Andrè Moraes Soeiro, 34 anni, ha raccontato alla polizia che era solito picchiare il figlio perché era «molto disobbediente», ma la testimonianza dei vicini di casa ha permesso di appurare una realtà diversa: a scatenare la furia omicida dell'uomo, infatti, sarebbe stato l'atteggiamento troppo effeminato di Alex. «Ti insegno io come cammina un uomo» sono le parole che l'uomo avrebbe pronunciato prima di picchiarlo a morte.


Milano: ex-marito non paga gli alimenti perché il figlio è gay e «allora può andare a battere»

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«Mio padre mi discrimina perché sono gay. Non versa l'assegno mensile a mia madre perché non vuole aiutarmi negli studi». È questa la testimonianza choc resa da un ragazzo di vent'anni davanti al tribunale di Milano. Il giovane ha spiegato anche che «in realtà mio padre non mi ha mai accettato» e che «quando a 18 anni gli ho detto che sono gay, mi ha risposto: "Sei un fr*cio? Allora puoi andare a battere..."».
Secondo il racconto, l'orientamento sessuale del figlio sarebbe stato uno dei motivi che ha spinto l'uomo a non versare più gli alimenti all'ex moglie, nell'evidente tentativo di impedire la disponibilità economica necessaria al pagamento dei suoi studi presso l'Università Bocconi. «Papà mi ha sempre ripetuto che devo arrangiarmi», ha raccontato il ragazzo.
Il pericolo di un suo ritiro dal corso di studi è stato scampato solo grazie all'intervento di un'anziana amica di famiglia, generosa sino al punto di pagargli la retta e i libri, ma per la vittima non dev'essere stata facile accettare che il padre abbia tentato di distruggergli la vita solo perché gay. Ed è così che è stato proprio lui a sporgere denuncia e l'unico della sua famiglia a costituirsi parte civile, mentre la madre e il fratello pare preferissero rinunciare a chiedere l'adempimento di quegli obblighi pur di non veder rese pubbliche le loro vicende di famiglia.


Usa: Prete cattolico si rifiuta di dare l'estrema unzione ad un 63enne gay in crisi cardiaca

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La crociata contro l'omosessualità di alcuni cattolici continua a mietere vittime. Questa volta a finire nel loro mirino è stato Ronald Plishka, un uomo di 63 anni di Washington (Stati Uniti). Ricoverato d'urgenza per un attacco cardiaco, le sue condizioni disperate lo avevano spinto a chiedere che il cappellano gli impartisse l'estrema unzione. Ed è così che padre Brian Coelho si è recato al suo capezzale ma, dopo aver appreso nel corso della confessione che l'uomo era omosessuale, si è rifiutato di imparatigli il sacramento.
«Ha detto che l'unica cosa che poteva fare era fermarsi a pregare assieme a me -ha spiegato l'uomo- A quel punto mi sono arrabbiato e l'ho cacciato dalla mia camera. E pensare che gli avevo anche detto che mi piaceva molto il Papa per il suo atteggiamento nei confronti dei gay e per aver detto: Chi sono io per giudicare?».
A quel punto la direzione dell'ospedale ha inviato un altro sacerdote, questa volta non più cattolico ma metodista, che ha somministrato senza problemi il sacramento richiesto. Il 63enne è poi riuscito superare la crisi cardiaca, avendo l'occasione di denunciare quanto accaduto in quei concitati momenti.