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Gli ritirarono la patente perché gay. La Cassazione dispone un maxirisarcimento

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La vicenda risale al 2001, quando un ragazzo si vide negato il rinnovo della patente perché gay. Dichiaratosi omosessuale durante la visita per il servizio di leva, venne richiamato dalla motorizzazione civile per un nuovo esame di idoneità psico-fisica. L'esito fu assurdo: la patente gli venne ritirata a causa di quello che veniva bollato come «gravi patologie che potrebbero risultare di pregiudizio per la sicurezza della guida».
Il giovane portò in tribunale i ministeri dei trasporti e della difesa, chiedendo 500mila euro di risarcimento. In primo grado i giudici gli diedero ragione e stabilirono un risarcimento di 100mila euro, poi ridotto dalla corte d'appello a soli 20mila dato che «l'illegittima diffusione dei dati afferenti all'identità sessuale» era rimasta «circoscritta ad ambito assai ristretto».
Oggi, a quasi quattordici anni di distanza dai fatti, la Cassazione ha sentenziato che: «Non pare revocabile in dubbio che la parte lesa sia stata vittima di un vero e proprio (oltre che intollerabilmente reiterato) comportamento di omofobia». Poi, articolo 2 della Costituzione alla mano, i giudici hanno ricordato «il diritto costituzionalmente tutelato alla libera espressione della propria identità sessuale quale essenziale forma di realizzazione della propria personalità». La Corte d'appello dovrà ora fissare la cifra del maxi-risarcimento a beneficio del giovane.

«Una sentenza importantissima, che sottolinea la gravità dell'offesa omofobica riportandola al senso della nostra Carta costituzionale -ha dichiarato Flavio Romani, presidente nazionale di Arcigay- A chi voleva raccontare quella grave discriminazione come un incidente amministrativo oggi la Suprema Corte invia una risposta inequivocabile: la dignità delle persone è inviolabile ed è dovere della nostra Repubblica tutelarla. L'omofobia, di conseguenza, non ha cittadinanza nella nostra Costituzione e merita sanzioni esemplari. Rispetto a questo punto fermo il Parlamento italiano è del tutto latitante: lo dimostra non solo lo stallo sterile in cui giace il testo di legge contro l'omotransfobia ma anche il dibattito vergognoso che alla Camera dei deputati portó all'approvazione di quel testo. Un dibattito indimenticabile nella sua bassezza, nell'ostinato negazionismo, nell'evidente carico di omotrasfobia di cui era esso stesso testimonianza. Di questa sentenza, allora, è innanzitutto il Parlamento a dover fare tesoro, calendarizzando quanto prima il dibattito sulla legge contro l'omotransfobia in Senato e offrendoci perciò la prospettiva concreta dell'entrata in vigore di quella legge. Che non è un cavillo amministrativo, ci dice la Cassazione, ma l'indispensabile strumento di tutela della dignità di tantissimi italiani e italiane».


È lesbica, prete interrompe il funerale

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Siamo a Lakewood, in Colorado (Stati Uniti). Gli amici e i parenti di Vanessa Collier erano già lì, riuniti per dare l'ultimo saluto ad una loro compagna di viaggio che si era spenta a soli 33 anni. La bara era aperta e tutti aspettavano l'inizio della cerimonia quando, dopo 15 minuti dall'orario previsto per la funzione, il pastore Ray Chavez si è presentato dinnanzi a loro dicendo che la commemorazione non si sarebbe potuta iniziare.
Il motivo? Il religioso si era accorto che nel video preparato dai suoi familiari -peraltro nelle sue mani da giorni- erano incluse immagini che mostravano Vanessa mentre baciava ed abbracciava sua moglie, così come altre fotografie che la ritraevano in compagnia delle sue piccole.
A quel punto i familiari non hanno potuto fare altro che prendere letteralmente la bara e trasferirsi in un'altra agenzia funebre (fortunatamente dall'altra parte della strada) più disposta a concedere il rispetto dovuto alla memoria della ragazza.
«È stato umiliante, devastante» racconta un'amica della defunta. «Avevamo consegnato alla chiesa il video in cui Vanessa bacia e abbraccia sua moglie, una settimana prima della cerimonia. Il prete ha avuto la possibilità di fermare il funerale molto tempo prima» sottolineano altri amici.


Panti Bliss: «Ho 45 anni e non sopporterò ancora»

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La miglior risposta alla disinformazione è la controinformazione. Ed è per questo che non potrebbe esserci miglior risposta al convegno omofobo organizzato da Regione Lombardia che il discorso pronunciato al TEDx di Dublino da Panti Bliss.
La celebre drag queen irlandese ha preso spunto da un dettaglio apparentemente insignificante che tanto insignificante poi non è: due gay non possono tenersi mano nella mano con spontaneità perché il loro primo pensiero sarà irrimediabilmente quello di valutare i rischi che il gesto comporterà. Magari lo faranno, ma non sarà più lo stesso perché la naturalità e l'intimità del momento è già stato intaccato.
«È solo una piccola cosa -dice- ma ci sono un sacco di piccole cose che le persone lgbt devono sopportare e che alle altre persone sono risparmiate».
Da questa semplice considerazione avrà inizio un viaggio nel mondo dell'omofobia, un sentimento negato e spesso racchiuso dietro fantasiose scuse. Che si rivendichi di voler "difendere" la famiglia o che si prospetti la fine della società civile, i veri motivi sono spesso riconducibili ad un'immagine che è ben impressa nelle menti di chi non vuole accettare i gay.
L'intelligenza e la chiarezza dell'intervento è stato premiato da una standing ovation dell'intera sala, testimonianza di un monologo di una ventina di minuti che vale veramente la pena vedere e diffondere.

Clicca qui per guardare il monologo con sottotitoli in italiano.


Rimini, il datore ricatta il cuoco gay: «Vai con una prostituta per dimostrarmi di non essere gay o ti licenzio»

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«Mi ha costretto ad andare con una prostituta per dimostrargli di non essere gay». È la gravissima accusa lanciata da un cuoco 40enne di Rimnini nei confronti del suo ex-datore di lavoro. La denuncia è stata depositata ai carabinieri il 9 gennaio scorso, due giorni dopo essere stato licenziato.
«Lavoravo in quel ristorante da quasi un mese -spiega l'uomo- e la sera del 20 dicembre, chiuso il locale, il titolare mi ha rivolto alcuni epiteti, come "ricchione", "omosessuale", "frocio". Poi mi ha detto: "Ci devi dare la prova che non sei omosessuale", invitandomi con insistenza ad andare a prendere una prostituta per strada».
L'uomo si è rifiutato e il datore ha minacciato: «È meglio per te, va a prendere una prostituta». Temendo di perdere il posto di lavoro, il cuoco ha preso la propria macchina e si è recato in una delle vie della prostituzione in città: «Qui ho incontrato Marta, una ragazza bionda, rumena. Le ho chiesto di venire con me, spiegandole un po' la questione e lei ha accettato». Tornato nel locale, «il titolare si è messo d'accordo con la ragazza su che cosa avrebbe dovuto fare, insomma ha preso a umiliarmi davanti a lei. Poi con lei ci siamo appartati in una stanza e la ragazza ha iniziato un rapporto orale» mentre il gestore del locale continuava a passare davanti alla porta della stanza urlando insulti omofobi al dipendente. «Il rapporto con Marta non è stato concluso perché mi sentivo a disagio, non provavo nessun piacere. Mi sentivo violentato. Allora mi sono rivestito e sono tornato nella sala dove si trovavano gli altri». La la ragazza è stata pagata dal titolare del locale e, a quel punto, i colleghi «si sono divertiti a chiedere alla ragazza se ero veramente ricchione. Ma lei rispondeva che ero apposto, normale. E loro dicevano: "Non è vero, è ricchione!". Poi ho riportato io stesso la ragazza a casa». «Dopo due settimane sono stato licenziato, ricevendo un assegno di 1.400 euro che si è rivelato scoperto. Ho lavorato 36 giorni, sempre in nero. È stata la goccia definitiva. Sono andato dai carabinieri denunciandolo per minacce e ingiurie».
Ad aggravare ulteriormente la gravitò del fatto è anche come la vittima sia un invalido civile psichico all'80% per disturbi dell'umore e bipolarismo.
Una volta saputa della denuncia, il ristoratore avrebbe mandato anche alcuni sms di minaccia: «Il titolare mi ha scritto che devo sparire da Rimini e che già che si è fatto cinque anni di galera non avrà paura di farne altri cinque».


Qui lavora un gay. L'inquietante messaggio affisso sulla porta di uno studio dentistico toscano

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«Si porta a conoscenza dei pazienti che qui lavora il Dott. [omissis]. Essendo questo professionista un omosessuale, si pregano i pazienti di prendere le dovute precauzioni (al fine di tutelare la propria salute)». È questo il contenuto di un foglio affisso da ignoti sulla porta di uno studio dentistico toscano. La firma è di un inesistente Organismo di tutela dei pazienti contro le malattie contratte in ambito odontoiatrico.
Il ritrovamento è stato effettuato lunedì 5 gennaio dal titolare dello studio, il quale ha avvertito solo ora il destinatario della missiva temendo che potesse rimanere colpito da un simile atto.
«Pur non avendolo mai detto pubblicamente, non ha mai fatto mistero del fatto di essere gay», racconta a Gay.it il compagno del dentista.
Lo stimato professionista è specialista in ortodonzia e pedodonzia (ossia lavora a contatto con i bambini) e non è difficile immaginare lo scopo diffamatorio ed offensivo di una simile missiva. Ora la questione è nelle mani del legale della coppia: «Secondo il nostro avvocato -ha dichiarato il compagno della vittima- si tratta di attentato alla persona, alla vita e all'aspetto professionale di una persona. Un fatto gravissimo: il responsabile pagherà per quello che ha fatto».

Via: Gay.it


Articolo shock di Imola Oggi: «Non è campato in aria dire che gli omosessuali sono pedofili»

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Imola Oggi è un sito online che non risulta una testata registrata così come il suo direttore, Armando Manocchia, non risulta iscritto all'ordine dei giornalisti. Si sa solo che l'uomo è stato consigliere comunale indipendente di Borgo Tossignano (un comune vicino ad Imola) ed un passato come capogruppo della Lega Nord, dal quale rassegnò le dimissioni nel 2010 dopo aver ricevuto una diffida ad «utilizzare il simbolo della Lega Nord ed altresì, dal parlare e/o agire per conto del Movimento». Questo perlomeno è quanto riportato da Giornalettismo in un articolo in cui si era occupato della pubblicazione di una lunga serie di notizie "ritoccate" in modo da alimentare odio nei confronti degli immigrati.

Indecente ed intollerabile, però, è anche un articolo firmato dal gruppo omofobo "nocristianofobia" con cui il presunto sito di informazione si occupa dell'arresto di un religioso che aveva distribuito materiale omofobo per le vie di Glasgow. Il 53enne Damon Jonah Kelly, infatti, è stato fermato dalla polizia per aver distribuito alcuni volantini intitolati «Natale, Cristo e Anticristo» in cui si affermava che «gli omosessuali sono come i vampiri, nella loro lussuria insaziabile depredano i giovani mentre cospirano per creare un numero sempre maggiore di loro simili, nel frattempo si occupano di abusare ani e adorare peni in festival di autentico satanismo». Ed ancora: «le lesbiche sono persone demoniache che si fanno beffa della femminilità, incarnata nella Vergine Maria», le transessuali «devono essere esorcizzate perché possedute dal demonio». «Gli homo-fascisti vogliono indottrinare e corrompere i bambini piccoli con la grande menzogna che la depravazione è diversità. Questo grida vendetta al cielo. Bisogna fermare l'avanzata dell'Anticristo, come se fossero abitanti dell'inferno». In altri volantini distribuiti a Cambridge si afferma che l'omosessualità è legata alla pedofilia e che l'Aids è una punizione divina all'omosessualità.


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Ha fatto licenziare 29 insegnanti perché gay. Ora l'attivista anti-gay russo è rimasto vittima del suo stesso bullismo

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Timur Isayev è un attivista anti-gay di San Pietroburgo che passa il suo tempo a scandagliare i social network alla ricerca di materiale che possa palesare l'omosessualità di insegnanti russi per poi confezionare dei dossier da inviare ai loro superiori. L'uomo si vanta di essere riuscito ad ottenere il licenziamento di ben 29 insegnanti grazie all'applicazione della legge sulla cosiddetta «propaganda gay».
La sua ultima vittima è un'insegnante che ha passato gli ultimi due anni a lavorare con i bambini autistici, disabili e con paralisi cerebrali. Attraverso un documento pubblicato su Vk.com (il principale social network russo) Isayev l'ha descritta come una lesbica «immorale» e con «disturbi psichiatrici». L'ha accusata di vivere con un'altra donna «malsana» ed ha sostenuto che il suo abbigliamento troppo mascolino e il suo tagli di capelli corti «può essere un cattivo esempio per il comportamento dei bambini». Su quelle basi ha sostenuto che il permetterle di continuare a lavorare sarebbe stata «una violazione della legge sulla propaganda gay della Russia». La donna è stata licenziata.
Poco chiare sono le dinamiche del provvedimento: il preside della scuola ha sostenuto di «non avere altra scelta» dato che l'ordine di licenziamento sarebbe giunta dal comune. I funzionari di San Pietroburgo, invece, sostengono di non essersi occupati del caso e che la decisione sarebbe stata presa in piena autonomia direttamente dalla scuola. Fatto sta che tutti si sono affrettati a far ricadere la responsabilità su qualcun altro, ma nessuno si è sentito nel dovere di criticare o mettere in discussione la decisione.
La buona notizia, però, è che Isayev pare sia rimasto vittima del suo stesso bullismo. In alcune delle lettere inviate alle scuole, infatti, l'uomo avrebbe usato il suo vero cognome, ossia Bulatov. Ciò avrebbe permesso alle autorità di poter appurare come la sua identità sia la stessa di un uomo che era stato multato di 100mila rubli e condannato a due anni di carcere dopo essersi impossessato indebitamente di alcuni fondi dell'azienda per cui lavorava. Ai tempi riuscì a fuggire prima dell'arresto ma ora dovrà rispondere di quei reati.
Allo stesso modo un altro rapporto lo vedrebbe come responsabili di alcuni crimini di strada tra cui anche alcuni furti. La settimana scorsa settimana l'uomo è stato trattenuto dalla polizia per 18 ore in relazione a quelle accuse.


Russia: 17enne picchiato a morte in classe nell'indifferenza di compagni e professore. Credevano fosse gay

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Putin, le destre europee e le associazioni cristiane lo ripetono ad ogni piè sospinto: in Russia non c'è alcun problema omofobia e la legge contro la cosiddetta «propaganda omosessuale sui minori» è scritta nell'interesse dei bambini. Peccato che alimentare una paura infondata, provvedere a diffondere disinformazione e alimentare uno stigma sociale difficilmente avrebbero potuto portare ad un epilogo privo di risvolti drammatici.
Sergei Casper aveva solo 17 anni, amava l'arte e tanto era bastato ai suoi compagni per ritenere fosse gay. Ed è così che i suoi compagni l'hanno aggredito e picchiato in bagno. Poi, una volta giunti in classe, hanno continuato ad infierire su di lui, nella piena indifferenza del professore che in quel momento si trovava lì, seduto dietro la sua cattedra.
Il ragazzo è stato legato, preso a calci e pugni e scaraventato su un banco. Quell'impatto gli ha procurato un grave trauma all'esofago che gli ha impedito di continuare a respirare. È morto lì, tra le risate dei compagni, prima che l'ambulanza raggiungesse la scuola.
«I bulli pensavano fosse divertente -racconta Alexander, un amico della vittima- e così hanno deciso di tornare a picchiarlo anche in classe . Nonostante l'insegnante fosse seduto alla sua cattedra, non ha fatto assolutamente nulla per aiutarlo».
L'accaduto è stato ripreso da una telecamera del circuito chiuso della scuola ed è poi stato diffuso dai media internazionali. La scuola ha deciso di espellere tutti gli studenti coinvolti nell'aggressione, pur affrettandosi a sostenere che da loro non ci sia alcun problema legato al bullismo. L'ennesima negazione dell'evidenza dinnanzi ad un giovane che è stato deliberatamente ucciso nell'indifferenza dei compagni e del professore.


La squadra di hockey dell'università di Nottingham si spoglia contro l'omofobia

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È in continuo aumento il numero delle squadre sportive che decidono di alzare la voce contro l'omofobia nello sport. Anche i ragazzi della squadra di hockey dell'Università di Nottingham (in Inghilterra) hanno deciso di dare il proprio contributo attraverso un video realizzato in collaborazione con il sindacato studentesco e con il progetto Voice Your Rights.
«Ci mettiamo nudi per uno scopo -dicono- per combattere l'omofobia nello sport».
L'abitudine di partecipare senza veli a simili iniziative pare sia stata lanciata dai canottieri dell'università di Warwick, annualmente protagonisti dell'ormai celebre calendario finalizzato alla raccolta di fondi per la lotta all'omofobia. E se qualcuno non ha mancato di etichettare quell'iniziativa come puro esibizionismo o goliardia, è difficile non riflettere su come lo spogliarsi per un pubblico del proprio sesso presupponga una piena accettazione delle diversità e una serenità sul fatto che gli apprezzamenti ricevuto dal pubblico gay non siano altro che un complimento. Insomma, è il primo passo per chiedere di lottare contro l'omofobia dopo aver dato l'esempio in prima persona.

Immagini: [1] [2] [3] [4] [5] [6] [7] [8] [9] [10] [11] [12] [13] [14] [15] - Video: [1]


Il Family Research Council «non sa dire» se gli attivisti gay debbano essere uccisi

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Negli stati uniti si susseguono le cause intentate da persone gay che si sono viste rifiutare beni o servizi da parte di esercizi commerciali cristiani. Ed è così che, nel corso di una trasmissione radiofonica curata da Craig James per conto del Family Research Council, un ascoltatore ha telefonato in diretta per suggerire che le persone che hanno intentato quelle cause siano da condannare a morte.
In tutta risposta James ha affermato: «Non so dire se debbano essere uccisi, ma so che dobbiamo essere coraggiosi e avere una mano molto più ferma. Dio non ce lo dice, ma ci chiama a non essere timidi nel difendere le nostre convinzioni».
Ecco dunque che con una frequenza assai preoccupante il tema dello sterminio dei gay è stato nuovamente rispolverato dai gruppi estremisti di cristiani. I continui inviti che vari leader religiosi continuano a lanciare nel nome di Dio, uniti ad un assordante silenzio della Chiesa, iniziano a costituire una seria minaccia a fronte di un qualche invasato che potrebbe essere pronto a mettere in pratica quelle parole. Solo pochi giorni fa fu Scott Lively a sostenere che Dio abbia particolare indulgenza per chi compie genocidi ed omicidi nei confronti della comunità lgbt.
Allo stesso tempo è bene ricordare che questi fanatici non sono poi così lontani da noi: le azioni della Family Research Council sono spesso citate ed appoggiate anche dalle varie Sentinelle in piedi, dalla Provita Onlus, dai gruppi evangelici ed da altre realtà legati al movimento omofobo nostrano. Se poi si considera come il movimento anti-gay italiano sia particolarmente pigro nel produrre materiale originale e come preferisca attingere da un'ideologia creata all'estero (non a caso gran parte del materiale propagandistico  e la stessa identità dei vari gruppi non sono altro che la traduzione di un qualcosa nato altrove, ndr) vien da sé che prima o poi anche noi dovremo fare i conti con un estremismo che sempre più spesso si arroga il diritto di poter eliminare chiunque non si pieghi alla propria ideologia malata.


Scott Lively: «Dio preferisce gli omicidi di massa all'omosessualità»

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Il pastore Scott Lively è noto per la sua omofobia. Osannato dalla propaganda russa e responsabile di campagne d'odio internazionali (ad esempio è lui uno dei principali responsabili della legge anti-gay Ugandese, nonostante la sua versione avrebbe previsto la sistematica uccisione dei gay, ndr). Recentemente aveva anche tentato di candidarsi come possibile governatore del Massachusetts, ottenendo solo 19.378 voti su 2.158.326.
Forse infastidito dalla schiacciante sconfitta elettorale, è dal proprio sito che l'uomo è tornato a predicare un odio estremista nei confronti dei gay, sostenendo che l'omocidio o il genocidio siano preferibili all'omosessualità.
«Gli esseri umani tendono a misurare la gravità dei peccati in base al secondo comandamento -ha scritto- e quindi pensiamo di omicidio o al genocidio come i peccati peggiori. Ma dal punto di vista di Dio, i peccati peggiori sono la violazione del primo comandamento. La perversione sessuale, e soprattutto l'omosessualità, violano sia il primo e il secondo comandamento contemporaneamente. Ne consegue che l'omosessualità peggio di un omicidio di massa dal punto di vista di Dio? basta leggere per crederci. La giustificazione del genocidio dei Cananei compiuto dagli ebrei si trova in Levitico 18. Si tratta di una lista di peccati sessuali, tra cui incesto, bestialità e naturalmente l'omosessualità, per finire con il monito: "Non vi contaminate con nessuna di tali nefandezze; poiché con tutte queste cose si sono contaminate le nazioni che io sto per scacciare davanti a voi. Il paese ne è stato contaminato; per questo ho punito la sua iniquità e il paese ha vomitato i suoi abitanti". Dio stesso ha voluto un'omicidio di massa per punire la perversione sessuale. Gli uomini la considerano una reazione dura, ma chi siamo noi per giudicare Dio? Come rivelato nella Sua Parola, dal punto di vista di Dio l'omosessualità è peggio di un omicidio di massa».
La Glaad ha immediatamente bollato l'articolo come «alto livello di estremismo» che «ispira i fanatici a compiere atti folli». Allo stesso tempo, però, appare assordante il silenzio dei gruppi cattolici che mancano di condannare chiaramente simili esternazioni e continuano ad invitare l'uomo ai propri convegni.


La delirante protesta di un pastore del Mississippi

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Ormai siamo alla pura follia. Intenzionato a manifestare contro il riconoscimento dei matrimoni gay, il pastore battista Edward James si è recato dinnanzi al tribunale federale di Jackson, in Mississippi, dove in quel momento si stava discutendo il caso di una coppia formata dallo stesso sesso che rivendicava il proprio diritto al riconoscimento giuridico della propria unione.
Giunto lì, il pastore ha vestito il suo cavallo con un abito da sposa ed ha esibito un cartello con scritto: «Volete voi prendere questo cavallo come vostra legittima sposa? Questo potrebbe divenire possibile se la questione dei matrimoni gay sarà sollevata. Il matrimonio è solo fra uomo e donna, tutto il resto è perversione».
Ebbene sì. Siamo al punto in cui un uomo che ha comprato un abito da sposa per vestire il suo cavallo si permette di ergersi a giudice di ciò che sia morale e ciò che è da ritenersi perverso. Peccato che sia lui a pensare ad un possibile matrimonio con un animale e non certo chi chiede un riconoscimento che possa dare dignità e stabilità alla propria unione.
Imbarazzante è anche come il pastore James  si sia detto certo che la vista del suo cavallo avrebbe convinto il giudice «a riconsiderare la sua decisione» e far sì che il Mississippi tornare a riconoscere esclusivamente i matrimoni tra un uomo e una donna.


Proposta shock del Michigan: i medici cristiani potranno rifiutarsi di curare i pazienti gay

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Il movimento cristiano del Michigan è riuscita a far discutere una delle leggi più terribili e discriminatorie mai viste dai tempi del nazismo. Nel nome del diritto al credo religioso, il Religious Freedom Restoration Act legalizzerà la possibilità di discriminare e di poter rifiutare qualsiasi servizio o prestazione alle persone gay.
Se un gay non potrà rifiutarsi di fornire servizi ad un cristiano, questi potrà legalmente negargli tutto ciò che vorrà nel nome della sua presunta fede religiosa. Persino i medici saranno autorizzati a rifiutarsi di prestare le cure alle persone lgbt e, nei casi più gravi, un mancato intervento che dovesse contribuire alla loro morte non sarà perseguibile se effettuata in nome di Dio.
Per quanti non si troveranno a dover affidare la propria vita ad un qualche fanatico religioso, i problemi non si fermeranno: in ogni settore e in ogni area della propria quotidianità qualcuno potrà vantare il diritto all'odio e alla discriminazione nei loro confronti. Il farmacista potrebbe non vendergli i medicinali di cui ha bisogno o il potrebbe rifiutarsi di consegnargli le lettere. Insomma, un vero e proprio inferno.
La proposta di legge fortunatamente è ancora passata, anche se è già di per sé aberrante constatare come ci siano politici pronti a scrivere simili testi in evidente violazione dei più elementari diritti umani, così come appare preoccupante che una parte dei cattolici possano tacere nel vedere la propria religione utilizzata come arma per la legittimazione dell'odio e della violenza.

Via: Queerblog


Egitto: trasmissione televisiva fa arrestare 26 gay con l'accusa di voler diffondere l'Aids

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Sono almeno 26 le persone arrestate in un hammam del Cairocon l'accusa di aver compito «atti immorali» legati al loro presento orientamento sessuale.
La retata è stata organizzata dalla trasmissione televisiva "El Mestakhabi" che sostiene di aver «compiuto indagini» volte a scoprire «il segreto della diffusione dell Aids in Egitto» che li avrebbe condotti ad individuare un luogo di ritrovo per gay. Ed è così che hanno allertato la polizia religiosa attraverso un'infondata denuncia volta a sostenere che gli avventori del locale fossero «una potenziale fonte di Aids».
La retata e tutti gli areresti sono stati filmati dall'emittente, intenzionata a realizzare un "servizio giornalistico" che documentasse l'accaduto quasi fosse un reality. La conduttrice della trasmissione, Mona Iraqi, si dice soddisfatta dell'esito della sua azione e punta il dico contro quella che lei definisce una «perversione collettiva che si annida nel cuore della capitale insieme all'Aids». Ed è sempre la giornalista ad apparire in quasi tutte le immagini anticipate, immortalata mentre è intenta a filmare i volti degli arrestati con il suo smarphone.
Sul web c'è chi ha immediatamente parlato di «sciacallaggio mediatico» al punto che l'emittente Al Qahira wal Nas ha diffuso un comunicato volto a sostenere che la trasmissione volesse solo «fare luce sulle categorie più esposte all'Aids» e che la giornalista ha lavorato «nel massimo rispetto delle regole internazionali professionali, umane e scientifiche». Peccato che in tal senso non si capirebbe perché mai gli arrestati siano stati trascinati all'esterno mezzi nudi, senza che neppure gli venisse dato il tempo di rivestirsi: dato che in hammam non si entra certo in giacca e cravatta, vien da sé che la nudità dei presenti non fosse una prova documentale ma solo un'inutile mortificazione che appare finalizzata solo alla spettacolarizzazione delle riprese televisive.
L'episodio si inserisce in una serie di azioni recentemente intraprese dall'Egitto nei confronti dell'omosessualità maschile. Nonostante la legge non vieti i rapporti sessuali fra persone dello stesso sesso, la polizia è solita ricorrere ad un generico divieto alla «depravazione» imposta dalla maggioranza mussulmana. Molti osservatori, però, sostengono che il fine ultimo sia solo quello di mettere a tacere qualunque dissenso attraverso azioni volte a punire gay ed atei. In questo caso anche attraverso un'azione volta ad associare l'omosessualità con l'Aids con il fine di generare disinformazione ed odio da parte della popolazione.

Immagini: [1] [2] [3]


Usa: il dodicenne che sognava di fare il cheerleader si suicida a causa del bullismo

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Ronin Shimizu era un dodicenne californiano che aveva una passione: voleva essere cheerleader. La scelta non dovrebbe stupire nessuno dato che da anni ormai decine di gruppi di cheerleader vantano la presenza di ragazzi, spesso utili a dar vita ad acrobazie rese possibili dalla maggior forza fisica. Ma alla Folsom Middle School Ronin era l'unico maschio ad avere quella passione. E tanto era bastato per renderlo vittima di bullismo omofobico da parte dei compagni di classe.
In più occasioni i suoi genitori avevano segnalato il problema ai dirigenti scolastici, ma evidentemente poco o nulla è stato fatto per risolvere il problema o per domandarsi chi avesse inculcato ai bambini l'idea che le cheerleader dovessero necessariamente essere femmine. «La gente lo chiamava gay perché era una cheerleader», raccontano i compagni.
Alla fine Shimizu non ce l'ha fatta e si si è suicidato.
La notizia è subito rimbalzata sulle pagine di cronaca nazionali e i compagni si sono affrettati ad affermare: «Mi si è spezzato il cuore», «Essere cheerleader era un suo diritto», «Lo chiamavano femminuccia, ma lui è sempre andato fiero delle sue passioni», «Sembrava che a lui non importasse delle offese». Ma forse è in quest'ultima frase che è racchiuso il nodo della questione: si osservava in silenzio la situazione e ci si aspettava che fosse lui a dover reagire alle violenze dei suoi carnefici. Eppure spesso l'indifferenza è ancor più dolorosa della violenza stessa...


Mentre la TV russa propaganda l'omofobia attraverso immagini false, per Putin: «La Russia non è omofoba»

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Pare che le televisioni russe siano particolarmente attive nel manipolare le informazioni riguardo a quella chiamano «Eurosodom» od «Gayropa», ossia «la piaga gay» in Europa occidentale. Domenica scorsa, però, l'emittente statale Rossija 1 si è spinto ben al di là di una semplice menzogna.
Nel corso della trasmissione "Special corrispondent" si è parlato di una presunta educazione sessuale forzata che verrebbe impartita ai bambini norwegesi.
«In prima elementare i bambini devono sapere già tutto sul sesso -afferma il commentatore- I testi usati nelle scuole shoccano persino alcuni genitori». Le immagini mostrano persino una direttrice scolastica pronta ad affermare: «L'educazione gender costituisce più della metà di quei programmi. Una persona o un bambino possono scegliere il proprio sesso».
L'occasione è stata colta dal reporter per una lunga digressione sulla caduta dei valori del matrimonio in Europa e sul fatto che abbia scelto di seguire gli Stati Uniti. Ma poi appare l'incredibile: le immagini mostrano un padre che vuole fare una sorpresa al figlio e riempe la sua stanza di poster con uomini nudi. Ed il cronista non manca di chiedere: «È così che deve essere decorata la stanza dei bimbi?».
Peccato che quel video sia un falso. L'originale è creato dalla società US Fathead ed è stato pubblicato su YouTube più di due anni fa. E la gioia manifesta dal bambino non è certo per dei poster pornografici, ma per un'enorme gigantografia di un'auto appesa alla sua parete.
La Fathead ha già annunciato l'intenzione di voler seguire le vie legali contro la manipolazione del suo video, definendo «criminale» le falsificazioni di cui è stato oggetto.
Va ricordato che il direttore di Rossija 1 è Dmitriy Kiselyov, un ex conduttore che ha fatto carriera dopo essere andato in video a sostenere che le leggi anti-gay russe non fossero sufficientemente dure e che i cuori dei gay dovrebbero essere bruciati perché inadatti ad essere donati. Ora Kiseljow è a capo di Rosija Sewodnja, dirige l'emittente propagandistica internazionale RT (l'ex Russia Today) e dirige l'agenzia stampa Sputnik. A causa della sua propaganda a favore del governo russo, lo scorso marzo Kiseljow è stato sanzionato dalla comunità europea.

Praticamente nelle stesse ore Vladimir Putin si è recato dinnanzi al Consiglio per i diritti dell'Uomo per sostenere che in Russia non esista omofobia: «La nostra scelta strategica riguarda la famiglia tradizionale, per una nazione sana -ha dichiarato- Questo non dovrebbe apparire come se avessimo chissà quale intenzione di perseguitare le persone con un certo e non tradizionale orientamento sessuale. La società che non può proteggere i suoi figli non ha futuro. La Russia non è omofoba. Questa etichetta c'è stata appiccicata da altri Paesi che hanno ancora attive responsabilità penali nei confronti dei gay. Non non abbiamo leggi di questo tipo. Gli Stati Uniti sono più omofobi di noi».

Clicca qui per guardare il video trasmesso dalla TV russa e quello originale.


L'omofobo medio e il suo: «Io ho tanti amici gay»

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Io ho tanti amici gay. È questa l'affermazione più abusata dagli omofobi. Quasi come in un copione già scritto, capita troppo spesso che quell'asserzione sia utilizzata per auto-assolversi da qualsiasi accusa di omofobia prima di lanciarsi in proclami traboccanti d'odio.
Alfano, Berlusconi, la Binetti, le Sentinelle in piedi... tutti hanno dichiarato ripetutamente di essere circondati da amici gay che la pensano come loro e che appoggiano incondizionatamente il loro pensiero. Certo che dinnanzi a così tanti amici gay (spesso si ha l'impressione che ne parlino quasi come se ne avessero molti di più degli stessi gay, ndr) viene automatico pensare che in realtà quelle persone non esistano affatto e siano solo creatire mitologiche al pari della fatina dei denti.
Ma ad addentrarsi nella questione, e a spiegare con arguzia i motivi per cui quelle parole sono un controsenso in termini, è stata la youtubber Nicole Manfredini. Classe 1991, si definisce «una giovane donna con l’hobby dell’umorismo, una studentessa con l'hobby dell'ansia, una lesbica con l'hobby dei diritti, una futura e-migrata con l'hobby dell'empatia per chi im-migra, una femminista con l'hobby della criticità e un sacco di altre cose».
A seguire trovate il video che pare chiarire qualunque dubbio sul fatto che i vari Alfano si prendano in giro nel sostenere di avere amici gay. Perché, se fossero davvero amici, come minimo bisognerebbe volere il meglio per loro e non lottare per impedire che possano avere delle tutele legali.

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Il gazzettino e l'editoriale che rivendica il diritto all'odio verso i gay

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Su varie pagine omofobe di Facebook sta tutt'ora circolando un articolo pubblicato il 4 ottobre 2013 su Il Gazzettino da Massimo Fini. Se la trattazione degli argomenti appare banale e scontata, in quel testo fa riflettere come traspaia un omobobo pronto a fare outing che pare ci dica come la fantomatica «difesa della famiglia tradizionale» non sia altro che una scusa per poter rivendicare un presunto diritto all'odio.
Certo, l'articolo non manca di sostenere che gli omosessuali sono una «minoranza estremamente intollerante» o che i matrimoni gay ci porteranno in futuro «ad assistere a matrimoni collettivi», ma  lamenta anche come «discriminati da sempre, oggi [i gay] non lo sono più, occupano posizioni di potere in ogni settore e di alcuni, come quello della moda, hanno il monopolio».
Insomma, è chiaro che si chiede a gran voce che i gay siano discriminati e ci lamenta che le loro capacità possano permettere di fare carriera senza che l'orientamento sessuale rappresenti un ostacolo (per decenza eviteremo di commentare l'affermazione stereotipata dello stilista gay, ndr). E per argomentare tale tesi, l'uomo si affida persino alle parole della Chiesa Cattolica. Nell'articolo leggiamo:

Mi pare che Fulvio Scaglione di Famiglia Cristiana abbia centrato il punto: «La legge sull'omofobia è diventata, nella pratica e nella mente di molti, una legge contro l'eterofilia. C'è un industriale che a quanto pare non può fare pubblicità come vuole e per chi vuole». L'intolleranza degli omosessuali nei confronti di chiunque non li condivida si aggancia infatti anche alla recente legge sull'omofobia che si inserisce nella più ampia legge Mancino che punisce l'istigazione all'odio razziale, l'antisemitismo, la xenofobia. L'omofobia viene definita «come condotta basata sul pregiudizio e l'avversione nei confronti delle persone omosessuali, analoghe al razzismo, alla xenofobia, all'antisemitismo e al sessismo che si manifestano nella sfera pubblica e privata in forme diverse quali discorsi intrisi di odio». L'odio, come l'amore, la gelosia, l'invidia (motore quest'ultima, sia detto per incidens, del consumismo e quindi alla base del sistema liberista) è un sentimento e quindi, come tale, incomprimibile.

Ecco dunque che siamo alla rivendicazione del diritto all'odio. Considerando come il riferimento sia al ddl Scalfarotto, è bene notare come la rivendicazione non riguardi un sentimento personale (così come l'autore sostiene in un altro passaggio del suo articolo) ma veri e propri reati. Non a caso la norma punta il dito contro chi «incita a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali, religiosi o motivati dall'identità sessuale della vittima» o chi «incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali, religiosi o motivati dall'identità sessuale della vittima».
Non c'è che dire: quando il messaggio d'amore dei Vangeli viene citato per rivendicare il diritto all'odio verso il prossimo, non c'è dubbio che il punto di non ritorno sia stato superato.


Un pastore dell'Arizona: «Potremmo debellare l'Aids entro Natale se lapidassimo a morte tutti i gay»

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È dal pulpito della sua chiesa in Arizona che il pastore cristiano Steven Anderson ha dichiarato: «Ho scoperto la cura per l'Aids».
Se l'annuncio avrà lasciato sbigottiti i fedeli della Word Baptist Church di Tempe, lo stupore viene a spegnersi nell'apprendere che quel proclamo non era altro che una scusa per alimentare il solito odio nei confronti della comunità lgbt, peraltro in occasione della Giornata mondiale per la lotta all'Aids. Anderson ha infatti aggiunto: «Potremmo avere un mondo senza Aids entro Natale se seguiamo il Levitico 20:13 e condanneremo a morte per lapidazione i gay. Questo, amico mio, è la cura per l'Aids. È scritta proprio lì nella Bibbia... e lì fuori fuori spendendo miliardi di dollari in ricerca e sperimentazione. Se si sterminassero gli omosessuali come Dio raccomanda, non si avrebbe alcuna diffusione dell'Aids».
Parole simili si commentano da sé anche se è difficile non restare sbigottiti dinnanzi ad una libertà religiosa che rende lecita l'istigazione all'omicidio o la diffusione di informazioni false al solo fine di colpire un gruppo (sostenere che l'Aids sia un problema che riguarda solo i gay non è solo una negazione dell'evidenza, ma anche un'istigazione verso comportamenti a rischio). Incommentabile è poi il sostenere che Dio possa «raccomandare» l'uccisione di qualcuno, ennesima dimostrazione di come le citazioni bibliche siano troppo spesso utilizzate a proprio uso e consumo attraverso la scelta di alcuni brani e l'omissione di veri e propri precetti.
La chiesa gestita dal pastore Anderson è da tempo indicata come un gruppo d'odio dal Southern Poverty Law Center ed Anderson pare vantarsene: «Io predico l'odio verso gli omosessuali -ha dichiarato in passato- e se odiare gli omosessuali rende la nostra chiesa un gruppo di odio, allora è ciò che siamo».


Deputata lettone: «Ringrazio i nazisti per lo sterminio dei gay, hanno fatto migliorare il tasso di natività»

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«L'unica linea di governo che c'è stata in precedenza è appunto quella dei gay, che ha causato uno shock nelle nascite delle nostre aree rurali. Grazie a Dio! I tedeschi a suo tempo hanno fucilato i gay: da allora il tasso di natività sta migliorando». È questa la frase shock pubblicata su Twitter da Inga Priede, deputata lettone del partito di governo.
Il suo intervento era intenzionato a colpire la compagna di partito Ilse Vinkele, ex ministro del Welfaree promotrice della legge per riconoscimento dei matrimoni tra le persone dello stesso sesso e per la parità dei diritti delle minoranze sessuali. Peccato che in questo caso si sia andati ben oltre i consueti proclami di chi vuole cavalcare l'omofobico in cambio di voti, al punto che la stessa Vinkele si dice ora intenzionata a denunciarla per istigazione all'odio.
Vien da sé che non sia lecito plaudire agli stermini, così come è folle sostenere che possano esserci relazioni fra il tasso di natalità e i diritti dei gay (perlomeno ammesso che non si parta dal presupposto che tutti siano gay e che la gente si finga eterosessuale solo per paura di essere uccisa, ndr)
Dal canto suo Inga Priede ha dapprima cercato di porre rimedio al suo gesto cancellando il suo commento. Poi, messa alle strette dal clamore mediatico suscitato, è stata costretta dai vertici del suo partito presentare scuse pubbliche e a rassegnare le dimissioni.
Va ricordato anche che l'attuale ministro degli esteri lettone (nonché suo compagno di partito) è l'unico politico gay dichiarato di tutta l'aria dell'ex Unione Sovietica ed il suo coming out ha raccolto la piena solidarietà dei vertici governativi degli altri Paesi baltici. In un Paese che sta lottando per garantire pari dignità sociale nonostante l'influenza della vicina Russia, le parole della Priede avrebbero rischiato di invalidare ogni sforzo sulla base dei pregiudizi di una donna così accecata dall'odio da aver perso la cognizione della realtà.