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Il Family Research Council «non sa dire» se gli attivisti gay debbano essere uccisi

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Negli stati uniti si susseguono le cause intentate da persone gay che si sono viste rifiutare beni o servizi da parte di esercizi commerciali cristiani. Ed è così che, nel corso di una trasmissione radiofonica curata da Craig James per conto del Family Research Council, un ascoltatore ha telefonato in diretta per suggerire che le persone che hanno intentato quelle cause siano da condannare a morte.
In tutta risposta James ha affermato: «Non so dire se debbano essere uccisi, ma so che dobbiamo essere coraggiosi e avere una mano molto più ferma. Dio non ce lo dice, ma ci chiama a non essere timidi nel difendere le nostre convinzioni».
Ecco dunque che con una frequenza assai preoccupante il tema dello sterminio dei gay è stato nuovamente rispolverato dai gruppi estremisti di cristiani. I continui inviti che vari leader religiosi continuano a lanciare nel nome di Dio, uniti ad un assordante silenzio della Chiesa, iniziano a costituire una seria minaccia a fronte di un qualche invasato che potrebbe essere pronto a mettere in pratica quelle parole. Solo pochi giorni fa fu Scott Lively a sostenere che Dio abbia particolare indulgenza per chi compie genocidi ed omicidi nei confronti della comunità lgbt.
Allo stesso tempo è bene ricordare che questi fanatici non sono poi così lontani da noi: le azioni della Family Research Council sono spesso citate ed appoggiate anche dalle varie Sentinelle in piedi, dalla Provita Onlus, dai gruppi evangelici ed da altre realtà legati al movimento omofobo nostrano. Se poi si considera come il movimento anti-gay italiano sia particolarmente pigro nel produrre materiale originale e come preferisca attingere da un'ideologia creata all'estero (non a caso gran parte del materiale propagandistico  e la stessa identità dei vari gruppi non sono altro che la traduzione di un qualcosa nato altrove, ndr) vien da sé che prima o poi anche noi dovremo fare i conti con un estremismo che sempre più spesso si arroga il diritto di poter eliminare chiunque non si pieghi alla propria ideologia malata.


Scott Lively: «Dio preferisce gli omicidi di massa all'omosessualità»

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Il pastore Scott Lively è noto per la sua omofobia. Osannato dalla propaganda russa e responsabile di campagne d'odio internazionali (ad esempio è lui uno dei principali responsabili della legge anti-gay Ugandese, nonostante la sua versione avrebbe previsto la sistematica uccisione dei gay, ndr). Recentemente aveva anche tentato di candidarsi come possibile governatore del Massachusetts, ottenendo solo 19.378 voti su 2.158.326.
Forse infastidito dalla schiacciante sconfitta elettorale, è dal proprio sito che l'uomo è tornato a predicare un odio estremista nei confronti dei gay, sostenendo che l'omocidio o il genocidio siano preferibili all'omosessualità.
«Gli esseri umani tendono a misurare la gravità dei peccati in base al secondo comandamento -ha scritto- e quindi pensiamo di omicidio o al genocidio come i peccati peggiori. Ma dal punto di vista di Dio, i peccati peggiori sono la violazione del primo comandamento. La perversione sessuale, e soprattutto l'omosessualità, violano sia il primo e il secondo comandamento contemporaneamente. Ne consegue che l'omosessualità peggio di un omicidio di massa dal punto di vista di Dio? basta leggere per crederci. La giustificazione del genocidio dei Cananei compiuto dagli ebrei si trova in Levitico 18. Si tratta di una lista di peccati sessuali, tra cui incesto, bestialità e naturalmente l'omosessualità, per finire con il monito: "Non vi contaminate con nessuna di tali nefandezze; poiché con tutte queste cose si sono contaminate le nazioni che io sto per scacciare davanti a voi. Il paese ne è stato contaminato; per questo ho punito la sua iniquità e il paese ha vomitato i suoi abitanti". Dio stesso ha voluto un'omicidio di massa per punire la perversione sessuale. Gli uomini la considerano una reazione dura, ma chi siamo noi per giudicare Dio? Come rivelato nella Sua Parola, dal punto di vista di Dio l'omosessualità è peggio di un omicidio di massa».
La Glaad ha immediatamente bollato l'articolo come «alto livello di estremismo» che «ispira i fanatici a compiere atti folli». Allo stesso tempo, però, appare assordante il silenzio dei gruppi cattolici che mancano di condannare chiaramente simili esternazioni e continuano ad invitare l'uomo ai propri convegni.


La delirante protesta di un pastore del Mississippi

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Ormai siamo alla pura follia. Intenzionato a manifestare contro il riconoscimento dei matrimoni gay, il pastore battista Edward James si è recato dinnanzi al tribunale federale di Jackson, in Mississippi, dove in quel momento si stava discutendo il caso di una coppia formata dallo stesso sesso che rivendicava il proprio diritto al riconoscimento giuridico della propria unione.
Giunto lì, il pastore ha vestito il suo cavallo con un abito da sposa ed ha esibito un cartello con scritto: «Volete voi prendere questo cavallo come vostra legittima sposa? Questo potrebbe divenire possibile se la questione dei matrimoni gay sarà sollevata. Il matrimonio è solo fra uomo e donna, tutto il resto è perversione».
Ebbene sì. Siamo al punto in cui un uomo che ha comprato un abito da sposa per vestire il suo cavallo si permette di ergersi a giudice di ciò che sia morale e ciò che è da ritenersi perverso. Peccato che sia lui a pensare ad un possibile matrimonio con un animale e non certo chi chiede un riconoscimento che possa dare dignità e stabilità alla propria unione.
Imbarazzante è anche come il pastore James  si sia detto certo che la vista del suo cavallo avrebbe convinto il giudice «a riconsiderare la sua decisione» e far sì che il Mississippi tornare a riconoscere esclusivamente i matrimoni tra un uomo e una donna.


Proposta shock del Michigan: i medici cristiani potranno rifiutarsi di curare i pazienti gay

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Il movimento cristiano del Michigan è riuscita a far discutere una delle leggi più terribili e discriminatorie mai viste dai tempi del nazismo. Nel nome del diritto al credo religioso, il Religious Freedom Restoration Act legalizzerà la possibilità di discriminare e di poter rifiutare qualsiasi servizio o prestazione alle persone gay.
Se un gay non potrà rifiutarsi di fornire servizi ad un cristiano, questi potrà legalmente negargli tutto ciò che vorrà nel nome della sua presunta fede religiosa. Persino i medici saranno autorizzati a rifiutarsi di prestare le cure alle persone lgbt e, nei casi più gravi, un mancato intervento che dovesse contribuire alla loro morte non sarà perseguibile se effettuata in nome di Dio.
Per quanti non si troveranno a dover affidare la propria vita ad un qualche fanatico religioso, i problemi non si fermeranno: in ogni settore e in ogni area della propria quotidianità qualcuno potrà vantare il diritto all'odio e alla discriminazione nei loro confronti. Il farmacista potrebbe non vendergli i medicinali di cui ha bisogno o il potrebbe rifiutarsi di consegnargli le lettere. Insomma, un vero e proprio inferno.
La proposta di legge fortunatamente è ancora passata, anche se è già di per sé aberrante constatare come ci siano politici pronti a scrivere simili testi in evidente violazione dei più elementari diritti umani, così come appare preoccupante che una parte dei cattolici possano tacere nel vedere la propria religione utilizzata come arma per la legittimazione dell'odio e della violenza.

Via: Queerblog


Egitto: trasmissione televisiva fa arrestare 26 gay con l'accusa di voler diffondere l'Aids

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Sono almeno 26 le persone arrestate in un hammam del Cairocon l'accusa di aver compito «atti immorali» legati al loro presento orientamento sessuale.
La retata è stata organizzata dalla trasmissione televisiva "El Mestakhabi" che sostiene di aver «compiuto indagini» volte a scoprire «il segreto della diffusione dell Aids in Egitto» che li avrebbe condotti ad individuare un luogo di ritrovo per gay. Ed è così che hanno allertato la polizia religiosa attraverso un'infondata denuncia volta a sostenere che gli avventori del locale fossero «una potenziale fonte di Aids».
La retata e tutti gli areresti sono stati filmati dall'emittente, intenzionata a realizzare un "servizio giornalistico" che documentasse l'accaduto quasi fosse un reality. La conduttrice della trasmissione, Mona Iraqi, si dice soddisfatta dell'esito della sua azione e punta il dico contro quella che lei definisce una «perversione collettiva che si annida nel cuore della capitale insieme all'Aids». Ed è sempre la giornalista ad apparire in quasi tutte le immagini anticipate, immortalata mentre è intenta a filmare i volti degli arrestati con il suo smarphone.
Sul web c'è chi ha immediatamente parlato di «sciacallaggio mediatico» al punto che l'emittente Al Qahira wal Nas ha diffuso un comunicato volto a sostenere che la trasmissione volesse solo «fare luce sulle categorie più esposte all'Aids» e che la giornalista ha lavorato «nel massimo rispetto delle regole internazionali professionali, umane e scientifiche». Peccato che in tal senso non si capirebbe perché mai gli arrestati siano stati trascinati all'esterno mezzi nudi, senza che neppure gli venisse dato il tempo di rivestirsi: dato che in hammam non si entra certo in giacca e cravatta, vien da sé che la nudità dei presenti non fosse una prova documentale ma solo un'inutile mortificazione che appare finalizzata solo alla spettacolarizzazione delle riprese televisive.
L'episodio si inserisce in una serie di azioni recentemente intraprese dall'Egitto nei confronti dell'omosessualità maschile. Nonostante la legge non vieti i rapporti sessuali fra persone dello stesso sesso, la polizia è solita ricorrere ad un generico divieto alla «depravazione» imposta dalla maggioranza mussulmana. Molti osservatori, però, sostengono che il fine ultimo sia solo quello di mettere a tacere qualunque dissenso attraverso azioni volte a punire gay ed atei. In questo caso anche attraverso un'azione volta ad associare l'omosessualità con l'Aids con il fine di generare disinformazione ed odio da parte della popolazione.

Immagini: [1] [2] [3]


Usa: il dodicenne che sognava di fare il cheerleader si suicida a causa del bullismo

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Ronin Shimizu era un dodicenne californiano che aveva una passione: voleva essere cheerleader. La scelta non dovrebbe stupire nessuno dato che da anni ormai decine di gruppi di cheerleader vantano la presenza di ragazzi, spesso utili a dar vita ad acrobazie rese possibili dalla maggior forza fisica. Ma alla Folsom Middle School Ronin era l'unico maschio ad avere quella passione. E tanto era bastato per renderlo vittima di bullismo omofobico da parte dei compagni di classe.
In più occasioni i suoi genitori avevano segnalato il problema ai dirigenti scolastici, ma evidentemente poco o nulla è stato fatto per risolvere il problema o per domandarsi chi avesse inculcato ai bambini l'idea che le cheerleader dovessero necessariamente essere femmine. «La gente lo chiamava gay perché era una cheerleader», raccontano i compagni.
Alla fine Shimizu non ce l'ha fatta e si si è suicidato.
La notizia è subito rimbalzata sulle pagine di cronaca nazionali e i compagni si sono affrettati ad affermare: «Mi si è spezzato il cuore», «Essere cheerleader era un suo diritto», «Lo chiamavano femminuccia, ma lui è sempre andato fiero delle sue passioni», «Sembrava che a lui non importasse delle offese». Ma forse è in quest'ultima frase che è racchiuso il nodo della questione: si osservava in silenzio la situazione e ci si aspettava che fosse lui a dover reagire alle violenze dei suoi carnefici. Eppure spesso l'indifferenza è ancor più dolorosa della violenza stessa...


Mentre la TV russa propaganda l'omofobia attraverso immagini false, per Putin: «La Russia non è omofoba»

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Pare che le televisioni russe siano particolarmente attive nel manipolare le informazioni riguardo a quella chiamano «Eurosodom» od «Gayropa», ossia «la piaga gay» in Europa occidentale. Domenica scorsa, però, l'emittente statale Rossija 1 si è spinto ben al di là di una semplice menzogna.
Nel corso della trasmissione "Special corrispondent" si è parlato di una presunta educazione sessuale forzata che verrebbe impartita ai bambini norwegesi.
«In prima elementare i bambini devono sapere già tutto sul sesso -afferma il commentatore- I testi usati nelle scuole shoccano persino alcuni genitori». Le immagini mostrano persino una direttrice scolastica pronta ad affermare: «L'educazione gender costituisce più della metà di quei programmi. Una persona o un bambino possono scegliere il proprio sesso».
L'occasione è stata colta dal reporter per una lunga digressione sulla caduta dei valori del matrimonio in Europa e sul fatto che abbia scelto di seguire gli Stati Uniti. Ma poi appare l'incredibile: le immagini mostrano un padre che vuole fare una sorpresa al figlio e riempe la sua stanza di poster con uomini nudi. Ed il cronista non manca di chiedere: «È così che deve essere decorata la stanza dei bimbi?».
Peccato che quel video sia un falso. L'originale è creato dalla società US Fathead ed è stato pubblicato su YouTube più di due anni fa. E la gioia manifesta dal bambino non è certo per dei poster pornografici, ma per un'enorme gigantografia di un'auto appesa alla sua parete.
La Fathead ha già annunciato l'intenzione di voler seguire le vie legali contro la manipolazione del suo video, definendo «criminale» le falsificazioni di cui è stato oggetto.
Va ricordato che il direttore di Rossija 1 è Dmitriy Kiselyov, un ex conduttore che ha fatto carriera dopo essere andato in video a sostenere che le leggi anti-gay russe non fossero sufficientemente dure e che i cuori dei gay dovrebbero essere bruciati perché inadatti ad essere donati. Ora Kiseljow è a capo di Rosija Sewodnja, dirige l'emittente propagandistica internazionale RT (l'ex Russia Today) e dirige l'agenzia stampa Sputnik. A causa della sua propaganda a favore del governo russo, lo scorso marzo Kiseljow è stato sanzionato dalla comunità europea.

Praticamente nelle stesse ore Vladimir Putin si è recato dinnanzi al Consiglio per i diritti dell'Uomo per sostenere che in Russia non esista omofobia: «La nostra scelta strategica riguarda la famiglia tradizionale, per una nazione sana -ha dichiarato- Questo non dovrebbe apparire come se avessimo chissà quale intenzione di perseguitare le persone con un certo e non tradizionale orientamento sessuale. La società che non può proteggere i suoi figli non ha futuro. La Russia non è omofoba. Questa etichetta c'è stata appiccicata da altri Paesi che hanno ancora attive responsabilità penali nei confronti dei gay. Non non abbiamo leggi di questo tipo. Gli Stati Uniti sono più omofobi di noi».

Clicca qui per guardare il video trasmesso dalla TV russa e quello originale.


L'omofobo medio e il suo: «Io ho tanti amici gay»

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Io ho tanti amici gay. È questa l'affermazione più abusata dagli omofobi. Quasi come in un copione già scritto, capita troppo spesso che quell'asserzione sia utilizzata per auto-assolversi da qualsiasi accusa di omofobia prima di lanciarsi in proclami traboccanti d'odio.
Alfano, Berlusconi, la Binetti, le Sentinelle in piedi... tutti hanno dichiarato ripetutamente di essere circondati da amici gay che la pensano come loro e che appoggiano incondizionatamente il loro pensiero. Certo che dinnanzi a così tanti amici gay (spesso si ha l'impressione che ne parlino quasi come se ne avessero molti di più degli stessi gay, ndr) viene automatico pensare che in realtà quelle persone non esistano affatto e siano solo creatire mitologiche al pari della fatina dei denti.
Ma ad addentrarsi nella questione, e a spiegare con arguzia i motivi per cui quelle parole sono un controsenso in termini, è stata la youtubber Nicole Manfredini. Classe 1991, si definisce «una giovane donna con l’hobby dell’umorismo, una studentessa con l'hobby dell'ansia, una lesbica con l'hobby dei diritti, una futura e-migrata con l'hobby dell'empatia per chi im-migra, una femminista con l'hobby della criticità e un sacco di altre cose».
A seguire trovate il video che pare chiarire qualunque dubbio sul fatto che i vari Alfano si prendano in giro nel sostenere di avere amici gay. Perché, se fossero davvero amici, come minimo bisognerebbe volere il meglio per loro e non lottare per impedire che possano avere delle tutele legali.

Clicca qui per guardare il video.


Il gazzettino e l'editoriale che rivendica il diritto all'odio verso i gay

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Su varie pagine omofobe di Facebook sta tutt'ora circolando un articolo pubblicato il 4 ottobre 2013 su Il Gazzettino da Massimo Fini. Se la trattazione degli argomenti appare banale e scontata, in quel testo fa riflettere come traspaia un omobobo pronto a fare outing che pare ci dica come la fantomatica «difesa della famiglia tradizionale» non sia altro che una scusa per poter rivendicare un presunto diritto all'odio.
Certo, l'articolo non manca di sostenere che gli omosessuali sono una «minoranza estremamente intollerante» o che i matrimoni gay ci porteranno in futuro «ad assistere a matrimoni collettivi», ma  lamenta anche come «discriminati da sempre, oggi [i gay] non lo sono più, occupano posizioni di potere in ogni settore e di alcuni, come quello della moda, hanno il monopolio».
Insomma, è chiaro che si chiede a gran voce che i gay siano discriminati e ci lamenta che le loro capacità possano permettere di fare carriera senza che l'orientamento sessuale rappresenti un ostacolo (per decenza eviteremo di commentare l'affermazione stereotipata dello stilista gay, ndr). E per argomentare tale tesi, l'uomo si affida persino alle parole della Chiesa Cattolica. Nell'articolo leggiamo:

Mi pare che Fulvio Scaglione di Famiglia Cristiana abbia centrato il punto: «La legge sull'omofobia è diventata, nella pratica e nella mente di molti, una legge contro l'eterofilia. C'è un industriale che a quanto pare non può fare pubblicità come vuole e per chi vuole». L'intolleranza degli omosessuali nei confronti di chiunque non li condivida si aggancia infatti anche alla recente legge sull'omofobia che si inserisce nella più ampia legge Mancino che punisce l'istigazione all'odio razziale, l'antisemitismo, la xenofobia. L'omofobia viene definita «come condotta basata sul pregiudizio e l'avversione nei confronti delle persone omosessuali, analoghe al razzismo, alla xenofobia, all'antisemitismo e al sessismo che si manifestano nella sfera pubblica e privata in forme diverse quali discorsi intrisi di odio». L'odio, come l'amore, la gelosia, l'invidia (motore quest'ultima, sia detto per incidens, del consumismo e quindi alla base del sistema liberista) è un sentimento e quindi, come tale, incomprimibile.

Ecco dunque che siamo alla rivendicazione del diritto all'odio. Considerando come il riferimento sia al ddl Scalfarotto, è bene notare come la rivendicazione non riguardi un sentimento personale (così come l'autore sostiene in un altro passaggio del suo articolo) ma veri e propri reati. Non a caso la norma punta il dito contro chi «incita a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali, religiosi o motivati dall'identità sessuale della vittima» o chi «incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali, religiosi o motivati dall'identità sessuale della vittima».
Non c'è che dire: quando il messaggio d'amore dei Vangeli viene citato per rivendicare il diritto all'odio verso il prossimo, non c'è dubbio che il punto di non ritorno sia stato superato.


Un pastore dell'Arizona: «Potremmo debellare l'Aids entro Natale se lapidassimo a morte tutti i gay»

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È dal pulpito della sua chiesa in Arizona che il pastore cristiano Steven Anderson ha dichiarato: «Ho scoperto la cura per l'Aids».
Se l'annuncio avrà lasciato sbigottiti i fedeli della Word Baptist Church di Tempe, lo stupore viene a spegnersi nell'apprendere che quel proclamo non era altro che una scusa per alimentare il solito odio nei confronti della comunità lgbt, peraltro in occasione della Giornata mondiale per la lotta all'Aids. Anderson ha infatti aggiunto: «Potremmo avere un mondo senza Aids entro Natale se seguiamo il Levitico 20:13 e condanneremo a morte per lapidazione i gay. Questo, amico mio, è la cura per l'Aids. È scritta proprio lì nella Bibbia... e lì fuori fuori spendendo miliardi di dollari in ricerca e sperimentazione. Se si sterminassero gli omosessuali come Dio raccomanda, non si avrebbe alcuna diffusione dell'Aids».
Parole simili si commentano da sé anche se è difficile non restare sbigottiti dinnanzi ad una libertà religiosa che rende lecita l'istigazione all'omicidio o la diffusione di informazioni false al solo fine di colpire un gruppo (sostenere che l'Aids sia un problema che riguarda solo i gay non è solo una negazione dell'evidenza, ma anche un'istigazione verso comportamenti a rischio). Incommentabile è poi il sostenere che Dio possa «raccomandare» l'uccisione di qualcuno, ennesima dimostrazione di come le citazioni bibliche siano troppo spesso utilizzate a proprio uso e consumo attraverso la scelta di alcuni brani e l'omissione di veri e propri precetti.
La chiesa gestita dal pastore Anderson è da tempo indicata come un gruppo d'odio dal Southern Poverty Law Center ed Anderson pare vantarsene: «Io predico l'odio verso gli omosessuali -ha dichiarato in passato- e se odiare gli omosessuali rende la nostra chiesa un gruppo di odio, allora è ciò che siamo».


Deputata lettone: «Ringrazio i nazisti per lo sterminio dei gay, hanno fatto migliorare il tasso di natività»

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«L'unica linea di governo che c'è stata in precedenza è appunto quella dei gay, che ha causato uno shock nelle nascite delle nostre aree rurali. Grazie a Dio! I tedeschi a suo tempo hanno fucilato i gay: da allora il tasso di natività sta migliorando». È questa la frase shock pubblicata su Twitter da Inga Priede, deputata lettone del partito di governo.
Il suo intervento era intenzionato a colpire la compagna di partito Ilse Vinkele, ex ministro del Welfaree promotrice della legge per riconoscimento dei matrimoni tra le persone dello stesso sesso e per la parità dei diritti delle minoranze sessuali. Peccato che in questo caso si sia andati ben oltre i consueti proclami di chi vuole cavalcare l'omofobico in cambio di voti, al punto che la stessa Vinkele si dice ora intenzionata a denunciarla per istigazione all'odio.
Vien da sé che non sia lecito plaudire agli stermini, così come è folle sostenere che possano esserci relazioni fra il tasso di natalità e i diritti dei gay (perlomeno ammesso che non si parta dal presupposto che tutti siano gay e che la gente si finga eterosessuale solo per paura di essere uccisa, ndr)
Dal canto suo Inga Priede ha dapprima cercato di porre rimedio al suo gesto cancellando il suo commento. Poi, messa alle strette dal clamore mediatico suscitato, è stata costretta dai vertici del suo partito presentare scuse pubbliche e a rassegnare le dimissioni.
Va ricordato anche che l'attuale ministro degli esteri lettone (nonché suo compagno di partito) è l'unico politico gay dichiarato di tutta l'aria dell'ex Unione Sovietica ed il suo coming out ha raccolto la piena solidarietà dei vertici governativi degli altri Paesi baltici. In un Paese che sta lottando per garantire pari dignità sociale nonostante l'influenza della vicina Russia, le parole della Priede avrebbero rischiato di invalidare ogni sforzo sulla base dei pregiudizi di una donna così accecata dall'odio da aver perso la cognizione della realtà.


Napoli: due ragazzi aggrediti per un bacio gay

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È capitato ancora una volta. Siamo a Napoli, in piazza Dante, dove verso le 22 di lunedì sera due ragazzi sono stati aggrediti ed insultati per la "colpa" di essersi scambiati un bacio.
Stando al racconto dei testimoni, la loro effusione avrebbe scatenato l'ira di un passate che, dopo averli insultati pesantemente, non ha esitato a prendere a pugni uno di loro. Poi, prima dell'arrivo dei soccorsi, si è dileguato. La vittima è dovuta ricorrere alle cure ospedaliere e gli sono stati applicati due punti di sutura al labbro.
«Sono sconvolto per questo atto omofobo avvenuto a ridosso della giornata contro il femminicidio -ha commentato Pino De Stasio, consigliere della II Municipalità con delega alle pari opportunità- ci conferma che a Napoli bisogna fare ancora tanti passi avanti e bisogna ancora lottare per una cultura che contempli i diritti lgbt».
Interessante è notare anche come l'aggressore abbia anche detto alle sue vittime di voler chiamare i carabinieri per farli arrestare a causa del loro bacio. Appare difficile sostenere che le varie campagne discriminatorie lanciate dai giornali cattolici o le discutibili azioni di Alfano (più interessato ad impedire l'amore fra due uomini che contrastare la criminalità) non c'entrino nulla con il clima d'odio che si sta respirando, soprattutto dopo aver osservato come un violento possa pensare di poter chiedere il supporto della forza pubblica per colpire le proprie vittime.


Gasparri vuole boicottare la Barilla: l'azienda non discrimina i lavoratori gay

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In uno stato civile un vicepresidente del Sanato non si sognerebbe mai di lanciare il boicottaggio di un'azienda, soprattutto accusandola di garantire troppi diritti ai propri dipendenti. Ma qui siamo in Italia ed abbiamo Maurizio Gasparri, motivo per cui la decenza e la civiltà non esistono.
Armato della sua ostentata omofobbia, l'esponente del Pdl ha twittato: «Patetico epilogo per Guido Barilla passato dalla difesa della famiglia alla subalternità a lobby gay. Non compriamo più Barilla».
Il tutto ha avuto inizio nel settembre del 2013, quando Guido Barilla venne criticato per aver pronunciato alcune parole contro il riconoscimento delle famiglie gay. Immediatamente Forza Nuova, Casa Pound, Eugenia Roccella si schierano a sostegno dell'azienda e si stracciarono le vesti nei confronti di chi aveva anche solo osato pronunciare la parola «boicottaggio». Ma dato che il mondo va in una direzione diversa da quella dell'Italia, la Barilla si scusò e si impegnò ad approfondire il tema. Il risultato è che ora, soprattutto negli Stati Uniti, l'azienda è all'avanguardia nella tutela dei diritti gay: prevede una copertura sanitaria ai dipendenti transgender e alle loro famiglie, finanzia le associazioni per i diritti dei gay ed è stata promossa dai voti della Human Right Campaign.
Se è facile immaginare lo smarrimento di Maurizio Gasparri dinnanzi ad una promessa mantenuta, ora l'esponente del Pdl ha pensato bene di cambiare idea riguardo al boicottaggio e quello che ai tempi venne descritto come un'indecente violenza ora è la sua proposta per lamentare l'assenza di discriminazioni verso i lavoratori lgbt.


Secondo l'ufficio scolastico del Piemonte, un insegnante può dare del malato ad un gay

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Dire ad uno studente gay che la sua omosessualità è una malattia che può essere curata non è omofobia e non offende nessuno.
È quanto sostiene l'indagine condotta dal del preside Stefano Fava e dell'Ufficio Scolastico Regionale del Piemonte in merito alla lezione di una insegnante di religione dell'Istituto superiore Pininfarina di Moncalieri che, dinnanzi agli alunni, definì l'omosessualità «una malattia da cui si può guarire».
Stando ai risultati dell'indagine, l'insegnante «ha svolto la propria funzione educativa nel rispetto dei diritti e della dignità degli studenti» e «non ha abusato del proprio ruolo né ha avuto comportamenti offensivi».
Se una tesi simile appare già inammissibile, inaccettabile è il passaggio del documento in cui si sostiene che «le diverse posizioni emerse durante la conversazione rispecchiano il dibattito corrente nella società italiana circa il tema in discussione». Considerato come l'insegnante sia corsa da Avvenire a sostenere che «sinceramente non mi è sembrato che il resto degli studenti li seguisse con molta attenzione»... viene dunque da chiedersi di quale dibattito si stia parlando. Non si può sostenere che gli alunni abbiano contribuito con diverse teorie se è l'insegnante stessa a dire che nessuno la ascoltava mentre spiegava all'alunno gay che poteva "guarire" dalla sua omosessualità!
Comunque è così. Mentre l'Onu si preoccupa per la pericolosità delle dannosissime terapie riparatevi, l'ufficio Scolastico Regionale del Piemonte sostiene che sia necessario insegnare ai ragazzi anche teorie dannose e screditate scientificamente in modo da alimentare e il pregiudizio perché i vari Giuristi e le varie Sentinelle vanno in giro a predicare quelle falsità. La prossima mossa sarà sostenere che nelle scuole debba essere insegnata la teoria della razza nazista perché c'è ancora chi ne parla?


Tempi e la bufala della testimonianza dinnanzi ai giudici che in realtà non è mai stata fatta

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In uno stato civile, il ministro degli interni non perderebbe tempo a cercare di impedire la trascrizione dei documenti esteri, ma si preoccuperebbe di capire perché un giornale finanziato con soldi pubblici non perda occasione per pubblicare notizie di dubbia provenienza al solo fine di alimentare odio e violenza nei confronti di una parte della cittadinanza.
Il giornale in questione, ovviamente, è il solito Tempi che in virtù della sua vicinanza a Comunione e Liberazione pare si sente nel diritto di riscrivere il diritto americano e di dare voce a chiunque possa alimentare discriminazione. Nell'ennesimo articolo in cui si cerca di spiegare perché sia necessario impedire i matrimoni gay, la rivista ha dato ampio spazio ad una donna che si fa chiamare B.N. Klein e che dicono abbia reso la sua testimonianza davanti alla Corte d'appello del Texas per sostenere che «Nella comunità lgbt i bambini sono usati per provare che le famiglie gay sono come le altre. Conosco la loro violenza. Sono stata una loro vittima. Non sono loro le vittime. Per favore, usate buon senso e mantenete in Texas la definizione di matrimonio tra uomo e donna».
L'articolo prosegue nel sostenere che i gay usano i figli come arredi, li obbligano a far sesso, ostentano la loro omosessualità dinnanzi a loro, sono arroganti, disprezzano gli altri... e, giusto per rincarare la dose, il giornale cattolico non ha mancato di corredare il tutto con immagini di bambini in lacrime, quasi piangessero perché hanno due padri o due madri.
È bene precisare che la notizia è falsa. La Corte d'Appello del 5° Circuito ascolterà le argomentazioni nel caso De Leon v. Perry il 5 di gennaio 2015, non ci sarà nessun processo quindi nessuna testimonianza, la data 15 settembre è la data in cui è stata depositata la memoria della signora Klein, non di quando ha fatto testimonianza (e non la farà mai!). Inoltre la sua memoria non verrà nemmeno presa in considerazione: non c'è nessuna discussione del caso in oggetto, si parla solamente di lei, quindi i giudici non avranno nessun interesse a leggere qualcosa che non riguarda il caso. Quindi perché mai Tempi ha ritenuto di far credere che quella sia una testimonianza reale deposta dinnanzi a dei giudici?
E che dire di B.N. Klein, la super testimone che la rivista cattolica ritiene così attendibile da presentare le sue parole come oro colto? Innanzi tutto sarebbe bene notare come la donna sia in realtà una professoressa amica di Robert Oscar Lopez, un professore della State University Northridge noto per la sua lotta ai diritti della comunità gay e pronto a sostenere che sia lecito utilizzare qualunque metodo per fermare «un nemico privo di scrupoli e spietato come la lobby gay». La donna appare anche come una prolifica commentatrice che passa le proprie giornate a scrivere commenti su internet, in particolar modo attraverso una strenua opposizione opposizione al diritto di esistenza delle persone transgender.
Tra volgarità, imprecazioni, disprezzo per gli uomini ed insulti, appare chiaro che la donna sia mossa da un'odio al limite del patologico e si è spinta sino a sostenere che preferirebbe lavorare nel mondo accademico con dei serial killer piuttosto che con i suoi colleghi maschi. In altre circostanze non si è trattenuta dal paragonare un padre biologico gay ad uno stupratore pronto ad avere un figlio attraverso la maternità surrogata, paragonando quest'ultima all'Olocausto.
Riguardo al racconto a cui Tempi ha dedicato così ampio spazio, sarebbe bene sottolineare come sia stata la donna stessa a negarne la valenza nel 2013 attraverso commenti in cui sosteneva di non voler entrare nel merito della questione dei matrimoni dato che il problema non sono le famiglie gay ma gli uomini. In quell'occasione sostenne che due gay «sono la stessa mer*da» di qualunque altro uomo, tirando poi in ballo il caso di un pedofilo eterosessuali di 60 anni. Detto questo, perché mai dovremmo negare i diritti di milioni di persone sulla base della testimonianza di una donna che appare aver bisogno di urgente aiuto per risolvere i suoi problemi con l'altro sesso?


Forza Italia non doveva aprire ai gay? Per ora si limita ad sponsorizzare i comizi dei Giuristi per la vita

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L'impressione è una sola: Silvio Berlusconi e la Pascale ci hanno solo preso in giro. Tra cene eleganti in compagnia di Luxuria e l'apertura di un dipartimento dei diritti civili, Forza Italia si era detta pronta a riconoscere la necessità di lavorare per garantire piena dignità alla comunità gay.
Eppure è proprio Forza Italia a sponsorizzare un intervento del presidente dei Giuristi per la vita a Desio, in provincia di Milano. Vien da sé che chiamare un personaggio noto per la sua omofobia e sostenere un incontro in cui si dirà che l'inclusione dei reati omofobi fra quelli che prevedono aggravanti (da decenni in vigore in tutela di cristiani ed immigrati) sia una norma liberticida è la negazione di quella tesi.
Nell'occasione l'avvocato Amato presenterà anche il suo nuovo libro, una bella occasione per poter ottenere un guadagno economico dall'odio verso il prossimo.
Qualora Forza Italia non prenderà le distanze dall'iniziativa, allora verrà da sé che tutte le parole pronunciate da Berlusconi non potranno che essere catalogate come mera propaganda elettorale. Perché non si può aprire ai gay se offer supporto a chi lavora instancabilmente per impedire che i gay possano vivere. Sarebbe come dirsi contrari al nazismo per poi dichiararsi fan di Hitler.
Dal canto loro i Giuristi per la vita commentano: «Noi andiamo dove ci chiamano per informare e dire la verità! Pronti anche ad andare ad un convegno organizzato da Sel o dai Radicali. Siamo stati a convegni della Lega, Fratelli d'Italia, NCD e Nuova Destra di Alemanno, persino Forza Nuova... senza alcun timore». Vien da sé che Sel e Radicali probabilmente non chiameranno mai un gruppo che definisce «verità» la sua propaganda, così com'è triste vedere che Forza Italia abbia scelto di ricalcare i passi del Ncd e di Forza Nuova ricollocandosi in un'area di estrema destra.


Il coro gay di Manchester risponde così all'omofobia...

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Il 1° novembre scorso due ragazzi di Manchester, Jean-Claude Manseau e Jake Heaton, sono stati picchiati da quindici persone perché stavano cantando una canzone tratta dal musical "Wicked". L'odio omofobo e la superiorità numerica non ha lasciato scampo alle due vittime, una delle quali è stata lasciata a terra in stato di incoscienza.
È così che i membri del Manchester Lesbian & Gay Chorus hanno deciso di rispondere a quell'aggressione e sono saliti a bordo dello stesso tram sul quale quel giorno stavano viaggiando i due giovani. Coinvolgendo anche gli altri passeggeri, hanno iniziato a cantare bradi tratti da West Side Story e da altri musical, il tutto distribuendo cupcake arcobaleno contenuti in una scatola con scritto "Dolci non odio".
«È stato fantastico -ha commentato Cllr Kevin Peel- c'erano circa trecento persone e c'era un'atmosfera molto positiva, si respirava la determinazione nell'assicurasi che fatti simili non devono più accadere e si è inviato un messaggio alle persone che hanno atteggiamenti negativi. C'erano un sacco di persone pronte ad alzarsi e mostrare il proprio sostegno alla sfida contro l'omofobia».

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Umbria: insegnante picchia uno studente dopo aver detto che «essere gay è una brutta malattia»

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Mentre il sottosegretario all'istruzione è impegnato ad impedire l'educazione alla diversità, per la terza volta in poche settimane è dal mondo della scuola che ci giunge il racconto di un gravissimo atto di omofoba perpetrato da un insegnante.
Questa volta i fatti si sono svolti in Umbria, dove un ragazzo ha raccontato di essere stato insultato e picchiato da un docente perché gay. I fatti sarebbero già stati confermati anche dalla testimonianza di tre compagni di classe.
Durante la lezione il professore avrebbe iniziato a passeggiare per l'aula prima di fermarsi ed esordire con un «essere gay è una brutta malattia» guardando fisso lo studente. Poi avrebbe ripetuto la frase, questa volta premurandosi di chiamare lo studente per nome e cognome.
A quel punto il ragazzo gli ha chiesto se stesse parlando di lui ed il professore avrebbe replicato: «Certo che dico a te, è brutto essere gay. Tu ne sai qualcosa». In tutta risposta il ragazzo avrebbe detto: «Sicuramente, da quando conosco lei» e quelle parole avrebbero scatenato la furia del docente. Dapprima avrebbe sferrato due calci alle gambe del giovane, poi lo avrebbe colpito con due pugni alla spalla e lo avrebbe preso con forza per il collo.
Il ragazzo ha esitato un po' prima di raccontare il tutto ai genitori ma, una volta fatto, questi lo hanno portato in ospedale (dove è stato riscontrato un grosso ematoma alla coscia, giudicato guaribile in cinque giorni) ed hanno sporto alla polizia. Il preside dell'istituto ha chiesto di poter svolgere un'indagine interna prima di rilasciare commenti, pur avendo già provveduto a spostare il ragazzo in una sezione in cui non potrà incontrare il professore.


Il nuovo spot anti-omofobia di Buenos Aires

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In Argentina l'omofobia è un problema reale e tangibile, ma è difficile non notare come ci sia volontà nel cercare di cambiare le cose. Le nozze gay sono legali, le coppie gay possono partecipare ai mondiali di tango e la Costituzione tutela identità di genere ed orientamento sessuale.
Di contro c'è la propaganda lanciata dai gruppi evangelici, spesso pronti a ricorrere a biechi stereotipi pur di alimentare la discriminazione. Ed è forse per sfatare alcuni di quel falsi miti che in una nuova compagna pubblicitaria si sottolinea come l'omosessualità sia parte di una persona e non possa essere appresa o trasmessa. Nel video, realizzato dal sottosegretariato per i diritti umani e il pluralismo culturale di Buenos Aires, si affrontano tanti altri temi per spiegare l'assurdità del voler ridurre la sessualità umana a due soli stereotipi, ancor più quando si utilizza quel pretesto come forma di odio verso gli altri. Il tutto per sottolineare come lo stato esiga la piena uguaglianza di ogni cittadino, tutti diversi fra loro ma uguali dinanzi alla legge.

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Il sottosegretario all'Istruzione torna a condannare la lotta all'omofobia

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Gabriele Toccafondi, sottosegretario di stato al ministero dell'Istruzione, è un politico tristemente noto per il suo impegno nel tentare di fermare qualsiasi iniziativa di contrasto all'omofobia all'interno delle scuole italiane.
Già nel bloccare la distribuzione agli insegnanti degli opuscoli redatti dall'Unar, l'esponente del Ncd si era affrettato a sostenere che la lotta all'omofobia lede la libertà all'educazione dei genitori (un'affermazione pericolosa che porterebbe a ritenere che un genitore abbia il diritti di far vestire da nazista il figlio o che dei ragazzi possano presentarsi a scuola con gli abiti del Ku Klux Klan). Ora, forse annoiato dall'essere tornato nell'assoluto anonimato, è ora tornato a far sentire la propria voce attraverso una lettera inviata al quotidiano Il Tempo, ovviamente approfittandone per scagliarsi contro alcune giornaliste che avevano osato sostenere alcune iniziative pro-gay lanciate nelle scuole romane.

«Gentile direttore -scrive il sottosegretario- ho letto gli articoli delle vostre giornaliste Fiorino e Poggi sulle letture di fiabe improntate all'ideologia gender fatte in un asilo nido di Roma. Lo dico senza mezzi termini, non è possibile che in certe scuole venga continuamente bypassato il ruolo educativo dei genitori. E non è possibile che i Comuni, cui spetta la gestione degli asili, utilizzino le scuole per le loro battaglie ideologiche. La lotta a ogni forma di discriminazione è giusta e da promuovere, ma non deve essere usata per proporre una visione ideologica della realtà. Ogni tipo di materiale e di progetto educativo su temi sensibili che entra nelle scuole, deve essere assolutamente deciso dai docenti insieme alle famiglie. La nostra Costituzione è chiara e stabilisce che i primi responsabili dell'educazione dei figli sono i genitori, basterebbe leggerla e non interpretarla. È inaccettabile che le scuole non li coinvolgano su argomenti così delicati. Ricordo a tutti il comma 1 dell'articolo 30: "È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli". Il patto educativo è sempre un patto a due tra scuola, insegnanti e famiglia, genitori».

Insomma, la sua visione della scuola è un luogo in cui non dev'essere insegnato il rispetto verso ogni diversità attraverso l'informazione, ma un luogo dove indottrinare i bambini sulle convinzioni decise da alcuni dei loro genitori. Vien da sé, infatti, che il riferimento alle famiglie non riguarda davvero tuttii genitori, ma solo quelli che lo votano ed che aderiscono alle varie associazioni cattoliche che si sono erte a rappresentanza della famiglia (di certo non basta chiamarsi forum delle famiglie per rappresentare davvero tutte le famiglie, ndr). Ma quel che è più grave è come, ancora una volta, la politica sia in prima linea nel difendere l'oscurantismo ed imporre uno status quo basato su pregiudizi inaccettabili. Il tutto sulla spella di una parte della popolazione, considerata sacrificabile nel nome di presunte ideologie religiose.
Imbarazzante è anche assistere all'uso di termini inappropriati e basati su ideologie fasciste nelle bocca di un rappresentante dello stato, così come viene la pelle d'oca nell'osservare lo slogan elettorale scelto dal sottosegretario: «al servizio di tutti, servo di nessuno». Non male per un servo del Vaticano che intende escludere parte della cittadinanza dai diritti previsti dall'articolo 3 della Costituzione (curiosamente l'unico che l'uomo ha accuratamente evitato di citare).