Nell'Italia dei disoccupati si favorisce il licenziamento



Ci aveva già provato nel 2001, ma in quell'occasione il secondo governo Berlusconi fu costretto ad una retromarcia dopo che oltre tre milioni di persone scesero in piazza per manifestare contro l'ipotesi di una modifica dell'articolo 8 dei lavoratori, la quale prevedeva un indennizzo economico anziché il reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa.
Nel 2008 fu la volta di un'altra norma, introdotta attraverso un emendamento alla finanziaria, che colpì solo i lavori a tempo determinato, introducendo la possibilità per le aziende di liquidare con un indennizzo economico anziché un'assunzione a tempo indeterminato i lavoratori per i quali fossero state accertate dal giudice delle violazioni dei presupposti per il contratto o delle norme che lo regolano.
In occasione della nuova manovra economica (che sarà esaminato dall'Aula martedì, per poi passare alla Camera), la Commissione bilancio del Senato ha approvato un emendamento della maggioranza che pare ricalcare quella già proposta nel 2001. Sotto attacco è ancora una volta l'articolo 8 dello Statuto dei Lavoratori che (insieme ad altre norme che regolano mansioni, contratti a tempo determinato, orario di lavoro...) potrà essere scavalcato attraverso accordi aziendali e territoriali con i sindacati. Le uniche eccezioni che rimarranno tutelate sono i licenziamenti per motivi discriminatori, per matrimonio o per gravidanza. Unico limite alle norme approvate saranno la Costituzione e della norme europee sul lavoro.
Dal canto suo il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, ha cercato di rassicurare i lavoratori affermando: «Non ha senso parlare di libertà di licenziare o usare altre semplificazioni che non corrispondono, neppure lontanamente, alla oggettività della norma». Perché, spiega, le intese «possono solo preferire la sanzione del risarcimento a quella della reintegrazione per quelli cui non è stata riconosciuta la giusta causa». Peccato, però, che nelle sue stesse parole emerge il principio della norma del 2001, la stessa che ai tempi venne respinta grazie ad una fra le più partecipate manifestazioni della storia repubblicana.
A preoccupare, inoltre, il fatto che le deroghe allo statuto nazionale potranno essere approvate attraverso l'accordo con "associazioni dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale o territoriale": in molti temono che in piccole e medie imprese, laddove non siano presenti delle rappresentanze sindacali, possa non essere troppo complicato creare dei "sindacati di comodo" disposti ad accettare qualsivoglia proposta.
Durissime le reazioni di sindacati ed opposizione. Susanna Camusso, leader della Cgil, ha dichiarato: «Le modifiche della maggioranza di governo all'articolo 8 indicano la volontà di annullare il contratto collettivo nazionale di lavoro e di cancellare lo Statuto dei lavoratori, e non solo l'articolo 18, in violazione dell'articolo 39 della Costituzione e di tutti i principi di uguaglianza sul lavoro che la Costituzione stessa richiama». Antonio Di Pietro, invece, punta il dito sugli scopi della norma: «Questa norma sul lavoro non c'entra nulla con il pareggio di bilancio, quest'intervento non ha ritorni di tipo economico. È esplicito l'odio con cui questo governo si rivolge al mondo del lavoro pubblico e privato».
Contro la manovra è stato proclamato uno sciopero che si terrà domani (6 settembre).
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