Che cos'è quella Convenzione di Istanbul che non piace ai fondamentalisti cattolici?



È sconcertante osservare come Teresa Moro, a nome dell'associazione integralista Provita Onlus, possa sostenere che la Convenzione di Istanbul sia «il passepartout dell'ideologia gender».
Se ormai l'organizzazione fonfondafondamentalista per cui lavora è solita abusare della parola «gender» per legittimare qualunque pretesa venga avanzata dai loro finanziatori, c'è da temere che molti dei loro proseliti non si siano neppure resi conto di quali aberranti rivendicazioni vengono avanzate nel loro nome.

La Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul) è una convenzione del Consiglio d'Europa approvata il 7 aprile 2011 ed aperta alla firma l'11 maggio 2011 a Istanbul (Turchia). Il trattato si propone di prevenire la violenza, favorire la protezione delle vittime ed impedire l'impunità dei colpevoli.
Il documento caratterizza la violenza contro le donne come una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione (Art. 3 lett. a). Sancusce che i paesi dovrebbero esercitare la dovuta diligenza nel prevenire la violenza, proteggere le vittime e perseguire i colpevoli (art. 5). I reati previsti dalla Convenzione sono: la violenza psicologica (articolo 33); gli atti persecutori - stalking (art.34); la violenza fisica (art.35), la violenza sessuale, compreso lo stupro (Art.36); il matrimonio forzato (art. 37); le mutilazioni genitali femminili (Art.38), l'aborto forzato e la sterilizzazione forzata (Art.39); le molestie sessuali (articolo 40). La convenzione prevede anche un articolo che mira i crimini commessi in nome del cosiddetto "onore" (art. 42).

È dunque una posizione a sostegno dello stupro e della violenza quella avanzata da Provita, certa che tutto ciò possa essere tollerato in virtù di come il fondamentalismo cattolico non tolleri la definizione di «genere» contenuta nell'articolo 3. In quella sede il genere è definito come «ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini».
Nello stesso articolo è indicato anche che «L'espressione “violenza nei confronti delle donne” intende designare una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica che nella vita privata».

In altre parole, il fatto che Adinolfi dica che il ruolo sociale della donna preveda la sottomissione al maschio non è ritenuto un motivo valido per picchiare le donne che non si inchinano davanti al suo pene. Così come non si potrà picchiare una donna che non prepara le cena al maschio nonostante ci siano schiere di sedicenti "cristiani" che invocano Paolo di Tarso quale "argomentazione" al loro sostenere che quello debba essere inteso come un dovere delle donne. Il maschio gioca a calcetto, la donna lava, stira, pulisce e si occupa dei figli in attesa di farsi bella per compiacere sessualmente l'uomo al ritorno dalla partita.
Forse Provita dovrebbe quantomeno avere la decenza di dire chiaramente che loro vogliono gli stereotipi di genere perché non tollerano l'idea che al maschio non vanga riconosciuto il "diritto" alla sopraffazione della donna. E se a scrivere simili sciocchezze è proprio una donna, c'è quasi da rammaricarsi del fatto che possa non essere tra le innumerevoli vittime della violenza generata dagli stereotipi che lei sta promuovendo (al solito, gli altri possono anche morire perché c'è chi ha paura del cambiamento ed è pronto a sacrificare la vita altrui in "difesa" del suo status quo).

Preoccupante è come tali rivendicazioni siano trasversali all'interno delle lobby integraliste, con un Filippo Savarese che qualche settimana fa appariva allineato a loro nel suo sostenere che il "vero femminicidio" sarebbe stato il mancato obbligo per le donne di essere madri dato che quello è il ruolo sociale che lui vorrebbe fosse imposto loro. Ed ancora, qualche tempo fa, il caporedattore di Provita Onlus (nonché figlio del leader di Forza Nuova) registò un video tragicomico in cui se ne stava comodamente seduto in poltrona a leggere il giornale mentre la donna portava la spesa, curava i bambini e preparava la cena per poi rivolgersi al maschio non appena si era davanti ad una decisione da prendere.

Se i diritti delle donne sono la loro fantomatica «ideologia gender», viva il gender. Ma se la parola «gender» non viene codificata solo perché l'integralismo intende sfruttarla per avanzate nell'ombra delle rivendicazioni assai gravi. Sono davvero disposti ad essere complici di stupri e massacri solo perché sostengono che uomo e donna debbano avere ruoli distinti dettati dal volere di Massimo Gandolfini? Almeno abbiano la decenza di dirlo chiaramente, oppure ci spieghino perchè reputano sia auspicabile la mancata ratifica di un documento «sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica» senza ricorrere a termini senza significato coniati dalle lobby integraliste.
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