Il pusher scarcarato? Un'altra balla di Salvini



Qualche giorno fa, il ministro degli interni Matteo Salvini se n'era uscito con un tweet in cui sosteneva che dei giudici avessero scarcerato uno spacciatore straniero perché si sarebbe mantenuto con lo spaccio. Con i suoi soliti toni propagandistici, è cercando di far lava sul malcontento dei propri proselito che affermava:



La fonte della notizia era Il Giornale e Giorgia Meloni si era subito accodata per sostenere che «serve più destra a questa nostra nazione».
Peccato non si stesse parlando del «tribunale di Milano», così come sostiene il ministro, ma del tribunale del riesame di Milano. E c'è una bella differenza, dato che nel secondo caso si valuta solo la possibile detenzione cautelare. Inoltre il ministro e i giornali a lui vicini lascerebbero intendere che i giudici avrebbero considerato un'attenuante il fatto che l'imputato si mantenesse con lo spaccio di droga. Peccato sia avvenuto proprio il contrario: il tribunale del riesame ha accertato che, proprio per il fatto che l'imputato non avesse altri mezzi di sostentamento oltre allo spaccio di droga, le pastiglie di Ecstasy in suo possesso non potevano essere per uso personale ma destinate allo spaccio. Si tratta dunque di una considerazione che aggrava la posizione dell'imputato, non certo di un'attenuante come sostiene il ministro.
Sulla scarcerazione, il tribunale ha semplicemente applicato la legge riguardo a quella precisa fattispecie di reato, rilevando non ci fossero o meno le condizioni per tenere il sospettato in carcere.

Eppure Salvini racconta balle perché il suo populismo ha bisogno di screditare quei giudici che rivogliono i 49 milioni di euro che il suo partito ha rubato agli italiani, possibilmente approfittandone per promuovere mero razzismo a favore della sua incessante campagna elettorale. Il tutto aizzando i suoi seguaci contro chi applica la legge, forse fiero del reato penale da lui commesso con il sequestro e detenzione illegale dei migranti della Diciotti
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