Ottant'anni fa entrava in vigore la prima legge razziale d'Italia



Esattamente ottant'anni fa, il 5 settembre 1938, venne pubblicato il Regio Decreto Legge 1340. Si trattava della prima legge razziale voluta da Benito Mussolini, nella quale si ordinava l’esclusione delle persone ebree dalle scuole. Nei mesi successivi seguirono altri decreti che miravano a sottrarre diritti politici e civili a precisi gruppi sociali.
Utilizzando un gergo oggi tristemente tornato di uso comune tra l'integralismo e le destre, la norma sosteneva di voler garantire «la difesa della razza nella scuola fascista». Un po' come quando la lobby di Massimo Gandolfini sostiene che per «difendere» i bambini sia necessario discriminare quelli a lui sgraditi.
Con effetto immediato si esclusero delle scuole tutti gli studenti e gli insegnanti «di razza ebraica» definendoli come «colui che è nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche se egli professi religione diversa da quella ebraica». Mussolini sostenevano che gli ebrei «non appartengono alla razza italiana» al pari di quanto oggi i leghisti dicono di chi ha origini straniere.
Quello stesso giorno vennero firmati altri due decreti: il primo per la trasformazione dell’Ufficio centrale demografico in Direzione generale per la demografia e la razza, il secondo per l’istituzione, presso il ministero dell’Interno, di un Consiglio superiore per la demografia e la razza.
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