Adinolfi si presenta dinnanzi al Papa con la prova del suo adulterio e una «famiglia» che «oggettivamente contrasta la legge di Dio»



Per anni Mario Adinoli ha cercato disperatamente di ottenere un endorsment da parte dei vescovi. Non c'è mai riuscito, finendo per collezionare solo figuracce come quella del prete pedofilo che lo applaudiva dalla seconda fila del suo convegno organizzato dal leghista Maroni. Probabilmente disperato dato l'oblio in cui è finito dopo che anche Gianfranco Amato l'ha abbandonato, ecco che il fondamentalista ha pensato bene di buttarsi sul Papa nella speranza di poterlo strumentalizzare a fini elettorali.
Ma c'è un problema e varie incongruenza. Se Adinolfi annuncia che il suo gesto sarebbe da intendercisi come la dichiarazione di sottomissione alle leggi pontificie, l'impressione è che si sia dimenticato che per la Chiesa Cattolico il matrimonio è uno ed indissolubile. In quanto divorziato, dunque, la donna che vediamo al suo fianco davanti al papa è da intendersi come una concubina dato che l'unica moglie riconosciuta da Dio sarebbe la prima. Questo, perlomeno, stando a quelle regole canoniche che lui pretende di usare come giustificazione alla sua richiesta di limitazione ai diritti civili altrui.
In altri tempi, il figlio portato in grembo dalla sua seconda moglie sarebbe stato ritenuto illegittimo, immeritevole di diritti civili e privo di qualunque diritto all'eredità. Se non verrà discriminato e non verrà reso vittima di violenze è solo perché qualcuno ha sconfitto i predecessori di Adinofli e le loro crociate contro le famiglie altrui.

Se sinceramente non dovrebbe importarci nulla di cosa facciano gli altri nel proprio letto, quella regola non può e non deve valere per un fondamentalista che basa il suo business proprio sull'uso della religione quale lasciapassare per l'odio. Nel momento stesso in cui lui cita Catechismo per sostenere che i gay non debbano potersi sposare, pare lecito e doveroso ricordargli che il catechismo definisce il divorzio un atto di adulterio che andrebbe considerato come una violazione del sesto comandamento.
Il comma 1650 aggiunge che la Chiesa «non può riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il primo matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la Legge di Dio. Perciò essi non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione. Per lo stesso motivo non possono esercitare certe responsabilità ecclesiali».
Viene anche aggiunto che «la riconciliazione mediante il sacramento della Penitenza non può essere accordata se non a coloro che si sono pentiti di aver violato il segno dell'Alleanza e della fedeltà a Cristo, e si sono impegnati a vivere in una completa continenza». Ma non si può presumere che lui pratichi astinenza e continenza dato che la sua seconda moglie rilascia interviste in cui afferma che «Io e lui ci diamo dentro». E il pancione che Adinolfi mostra tronfio è la prova che i due fanno sesso, contro quelle che lui spergiura siano le leggi di Dio.
Sempre stando alle regole che lui usa contro gli altri, bisognerebbe prendere atto che un sacerdote non potrà mai dargli l'assoluzione data la sua "famiglia" è intesa come un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio. Non male per il tizio che parla ossessivamente di come Dio avrebbe pensato la famiglia e di come lui non accetti che le famiglie gay possano farne parte dato che ama spergiurare che il dirsi opinabilmente "cattolico" lo costringano a chiedere la loro discriminazione. Peccato che Gesù non abbia mai condannato i gay mentre i Vangeli hanno condannato lui: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio» (Mc 10,11-12). Fosse una partita a scacchi, sarebbe scacco matto.
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