Silvana De Mari davanti ai giudici: «Alcuni gay diffondono la pedofilia. È possibile guarire dall'omosessualità»



Si è svolta la quarta udienza del processo a Silvana De Mari, la quale ha approfittato di quella visibilità mediatica per ripeterete tutti i suoi slogan omofobici. Ancor più dopo che la sua imputazione per diffamazione aggravata e continuata pare esserle valsa un posto come collaboratrice del quotidiano di Maurizio Belpietro.
Davanti ai giudici, la fondamentalista ha sostenuto che «non si può ingiuriare dicendo la verità» e che «la mia gravissima preoccupazione riguarda soprattutto la situazione sanitaria: i casi di Aids, gonorrea, sifilide sono in aumento. Se gli uomini continueranno ad avere rapporti con altri uomini assisteremo a una catastrofe mondiale».
La donna ha sostenuto che l'omosessualità sarebbe una «situazione da cui si può comunque uscire, è possibile guarire» o che il sesso anale tra persone omosessuali maschili «moltiplica per nove il rischio di contrarre malattie sessualmente trasmissibili, soprattutto per chi lo pratica in modo passivo». Immancabile è stato anche il tentativo di accomunare omosessualità e pedofilia: «La pedofilia è un orientamento sessuale caratterizzato dall'attrazione erotica verso i minori. Penso che alcune persone del movimento Lgbt stiano diffondendo la pedofilia. L'ultimo libro di Mario Mieli, a cui è dedicato un circolo, dice: Noi faremo l'amore con loro e, a mio parere, si tratta di apologia all'abuso su minore. Senza dimenticare che personaggi di spicco del mondo gay hanno rilasciato dichiarazioni ambigue sulla libertà sessuale del bambino».

Sinceramente c'è da domandarsi se la signora Silvana De Mari sia davvero all'oscuro del fatto che il sesso anale non è una diretta conseguenza dell'omosessualità, se davvero non riseca a comprendere il significato dei libri di Milei o se crede davvero che la pedofilia sia un orientamento sessuale come lei spergiura contro ogni evidenza scientifica.
Il processo riprenderà il prossimo 13 dicembre, sperando si possa presto arrivare ad una sentenza senza che il tribunale possa fare da cassa di risonanza alle sue continue ingiurie.
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