Avvenire sostiene che i gay non siano «né maschi né femmine». Saranno forse alieni?



Don Maurizio Patriciello (parroco di Calvano) è l'autore di un articolo pubblicato da Avvenire in cui il sacerdote si mette a parlare di omosessualità pur dimostrando di non saperne molto. Il tutto aggravato da come tutto ciò avvenga nel contesto di una sua difesa di un evangelico che va in giro a dire che l'omosessualità sia causata «da Satana» e che la su possa «curare» perché lui «sarebbe stato guarito da Gesù».
Tra le varie incongruenze e le opinabili opinioni del prelato, i problemi nascono quando il sacerdote si mette a dire che contro i gay esisterebbe lo «scoglio della Bibbia che afferma che Dio maschio e femmina li creò».
E quale sarebbe questo scoglio? Un gay è un uomo che ama un altro uomo, una lesbica è una donna che ama un'altra donna e una ragazza transessuale è donna al pari di come un ragazzo transessuale è uomo. Quindi dove sarebbe il problema sul fatto che esistano uomini e donne e che alcuni di loro siano eterosessuali e altri siano omosessuali? Il timore è che il sacerdote pensi che i gay non siano uomini o che debbano essere ritenuti «donne mancate» come nei peggiori pregiudizi della decade scorsa.

Un secondo punto che merita di essere sottolineato è il passaggio in cui don Patriciello afferma: «Lui dice di essere un ex gay e noi abbiamo il dovere di credergli».
Ma perché mai avremmo «il dovere» di credergli? Se uno va in TV a dire che la sua batteria di pentole è migliore delle altre, dovremmo sentirci obbligati a credergli o questa regola varrebbe solo per chi legittima i pregiudizi degli omofobi? In altri articoli Avvenire ha sostenuto che si dovesse poter mettere in discussione ciò che è stato sancito dall'Oms, come può ora avvenirci a dire che avremmo «il dovere» credere ad un tale che racconta di come sua madre non lo volesse gay e di come pregasse Dio davanti a lui perché sperava che la Madonna glielo rendesse uno sciupa-femmine come lei lo desiderava? Perché dicono di non credere all'auto-percezione delle persone transessuali ma dicono che avremmo «il dovere» credere a quel tizio?
Ma, soprattutto, a cosa dovremmo credere? I fatti dicono che Alessandro è andato alla convention di una setta religiosa giurando che Gesù lo avesse «guarito» dall'omosessualità sulla base del suo promettere che d'ora in poi cercherà di far sesso con delle donne. Ma quello non significa essere «ex-gay», significa essere un gay che fa sesso con donne. Quando lo stigma sociale era maggiore, praticamente tutti i gay andavano a letto con mogli che non amavano pur mettere a tacere le voci, ma non era quello a renderli etero.
Anche l'astinenza sessuale è contro natura, ma don Maurizio Patriciello ha deciso di non fare sesso premendo i voti e dunque dovrebbe sapere bene ci che si può auto-imporre dei comportamenti sessuali, ma non è quello che cambia la natura. Ogni singolo gay potrebbe potenzialmente fare sesso con una donna esattamente come ogni singolo eterosessuale potrebbe fare sesso con un uomo, ma non è certo quello che determina l'orientamento sessuale.
Se non è dunque chiaro che cosa venga difeso dal sacerdotessa, è limpido come il sole che sia doveroso mettere in dubbio quelle parole. È un atto dovuto dato che c'è il reale rischio che degli adolescenti siano resi vittima di violenze domestiche da parte di genitori omofobi che potrebbero illudersi che la violenza possa modificare la natura dei loro figli per renderli conformi ai loro desideri.
Lo dice lo stesso Patriciello: «Tra i giovani omosessuali il rischio suicidio è triplicato». Armare i loro aguzzini significherebbe rischiare di essere complici di quelle morti.

E non meno ironico è come Patriciello dica che le critiche ai rituali della chiesa evangelica frequentata da Alessandro non possano essere giudicate perché «sappiamo bene che ogni comunità, ogni religione, ogni ambiente ha il suo linguaggio e le modalità per esprimerlo». Eppure quando c'è un Gay Pride, ecco che ci vengono a dire che si sarebbe davanti ad «una carnevalata» o «una pagliacciata». Vomitano giudizi contro un linguaggio nato da un movimento di liberazione che è nato a Stonewall grazie ad una travestita che ha lanciato una bottiglia di birra contro un poliziotto che la derideva, ma se chiedono comprensione per il linguaggio degli evangelici, non paiono disposto ad avere pari rispetto verso il linguaggio di una comunità che tende a sfidare quegli stereotipi che hanno danneggiato e minacciato le loro esistenze.
Diventano tutti giudici nel parlare a bambara sulla base di pregiudizi che neppure corrispondono ad una verità che sarebbe verificabile anche solo partecipando ad una di quelle manifestazione che vengono insultate a priori sulla base di stereotipi. Ma se c'è di mezzo un santone, tutto cambia e la religione diventa una scusa sempre comoda per chiedere regole diverse.
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