La Cedu torna a condannare la Russia. Il divieto all'organizzazione dei Pride viola i diritti umani



Il divieto della Russia all'organizzazione dei Gay pride è una violazione dei diritti umani. Lo ha sentenziato la Corte europea dei diritti umani.
Il caso è stato portato all'attenzione dei giudici dall'attivista russo Nikolay Alexeyev, il quale ha dimostrato come le autorità abbiano sistematicamente negato il permesso di organizzare l'evento  in 51 occasioni. Le autorità si sono difese citando la legge del 2013 che proibisce la cosiddetta "propaganda degli orientamenti sessuali non tradizionali", incuranti di come i dinieghi contestati siano avvenuti tra il 2009 e il 2014.
La Corte europea dei diritti dell'uomo ha così sentenziato che «i richiedenti hanno subito ingiustificate discriminazioni sulla base dell'orientamento sessuale» e che «tale discriminazione risulta incompatibile con le norme della Convenzione, così come è loro stato negato un efficace ricorso interno in relazione alle loro denunce relative ad una violazione di la loro libertà di riunione». Per tali motivi, la Russia ha violato gli articoli 11 e 14 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, che proteggono la libertà di riunione e la libertà dalla discriminazione.
Già in precedenza, la Cedu ha sentenziato che la legge sulla cosiddetta "propaganda gay" del paese sia in violazione dei diritti umani, osservando come la norma «ha rafforzato lo stigma e il pregiudizio e incoraggiato l'omofobia».
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