Alessandro Benigni: «Io accosto l'omosessualità alla pedofilia»



La condanna per diffamazione aggravata che è stata sentenziata nei confronti della fondamentalista Silvana De Mari dovrebbe portarci a domandarci perché persista una tacita impunità nei confronti di chi promuove ed ha promosso le sue stesse bufale diffamatorie. Basta scorrere le sue memorie difensive per constatare come il suo ossessivo ricorso ai testi firmati dai teorici del «gender» sia dimostrazione di come il fondamentalismo abbia creato una realtà alternativa basata sull'ossessiva ripetizione di bugie che vengono oggi considerate una verità rilevata dai loro adepti. Eppure non si ha notizia di una condanna verso quel Marco Tosatti che accostò ripetutamente l'omosessualità alla pedofilia o di quell'Alessandro Begnini che fece lo stesso dopo aver persino organizzato comizi omofobi in tandem con la pregiudicata che Maurizio Belpieto ha voluto come scribacchina del suo quotidiano.

Facendo un salto indietro nel tempo di quattro anni, è davanti a chi chiedeva di non accostare l'omosessualità alla pedofilia che Alessandro Begnini invitava a farlo. Noto come autore di un blog integralista che strabocca di odio omofobico e di alcune paginette propagandistiche che confezionavano immaginette populiste da diffondere sui social network contro la dignità di un intero gruppo sociale, è su Facebook che scriveva:



Stando alla sua teoria, Massimo Gandolfini dovrebbe essere il re dei pedofili dato che ha aggirato l'infecondità della sua unione matrimoniale adottando manciate di figli, peraltro pretendendo pure di poter scegliere il loro orientamento sessuale dato che lui ostenta odio verso chi non dimostra ostentato apprezzamento sessuale per i genitali del sesso opposto. E se Begnigni dice che il desiderio di paternità è pedofilia, perché mai i capi della sua lobby non dovrebbero essere esclusi dalle sue accuse?
Ma, soprattutto, è lecito che un Paese civili abbia lasciato che il fondamentalismo anti-gay operasse indisturbato per anni per portarci in una situazione in cui un gay deve aver paura a camminare per strada o in cui bisognerebbe investire tutti i soldi del proprio stipendio per denunciare chi diffama un intero gruppo sociale sulla base della propria convenienza? Dov'è lo stato nel difendere il diritto costituzionale alla pari dignità davanti alla diffamazione promossa da gruppi organizzati che vengono finanziati con centinaia di migliaia id euro da Mosca e dall'Azerbaijan?
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