Le immaginette pubblicate su Facebook da Di Maio non salvano la Pernigotti. A casa 250 lavoratori



Il 5 gennaio 2019, Luigi DiMaio ha annunciato che la Pernigotti sarebbe stata salvata e che non si sarebbero posti di lavoro. Il 5 febbraio 2019 si è presentato al Mise per firmare l’accordo tra sindacati e azienda per la fine della produzione nello stabilimento e per la messa in cassa integrazione di 100 dipendenti. Ulteriori 150 lavoratori interinali godranno della disoccupazione ma non avranno diritto ad alcun ammortizzatore sociale.
Eppure lui prometteva, forse più preoccupato di portarsi a casa una qualche fotografia da poter pubblicare su Facebook piuttosto che occuparsi dell'infondatezza della sua proposta di nazionalizzazione: i turchi non hanno mai avuto intenzione di cedere il marchio e nessun possibile acquirente era interessato ad acquistare lo stabilimento senza che vi fosse annesso anche il marchio Pernigotti.


Fatte le fotografie di rito, il ministro si era particolarmente concentrato sulla realizzazione di immaginette propagandistiche brandizzate da poter diramare sui social a scopo elettorale. Ha raccontato che lui avrebbe fatto, che lui avrebbe detto e che lui avrebbe risolto... eppure il suo aver trascorso tempo su Facebook non pare aver cambiato i piani dell'azienda. E non ebbe effetto neppure il suo minacciare di diffondere segreti aziendali quale mezzo di ritorsione contro chi non obbedisce ai suoi ordini, limitandosi anche in quel caso al confezionamento di una qualche immaginetta da poter pubblicare su Facebook a fini di mera propaganda elettorale, forse conscio di come la realizzazione di quella minaccia avrebbe potuto avere seri risvolti penali.


Non sappiamo se il ministro ignori che in Italia le leggi non possono essere retroattive, ma paiono propagandistiche anche le sue promesse su una fantomatica legge pentaleghista che avrebbe imposto l'italianità ai marchi commerciali, vietando agli imprenditori di poter preferire stati dove i governo investono più sullo sviluppo che sulla promessa di assistenzialismo. la legge non è stata fatta anche se non avrebbe mai potuto avere valore su vertenze già in corso, però Di Maio ha posato tutto tronfio in quello show in cui ha mostrato una carta del suo "reddito di cittadinanza" esibito sotto una teca di cristallo manco fosse un feticcio da collezione.
E tra gli show televisivi, si sono perse le tracce di quelle «azioni concrete» che aveva promesso ai 250 lavoratori, forse basate più sulla necessità di riprendere gli slogan presenti sulle immaginette propagandistiche diramate sui social che su una reale intenzione di intervento.


Ma se questa è l'attendibilità delle promesse da marinaio del signor Di Maio, davanti al suo promettere che «sui diritti civili non si torna indietro» (dato che di andare in avanti non se ne parla) c'è da temere che Matteo Salvini potrà sentirsi libero di proporre una qualche legge di stampo russo contro la fantomatica «propaganda omosessuale». Pare infatti già preannunciato che la sua ruspa verrà indirizzata contro ogni minoranza non appena avrà finito di discriminare e deportare gli stranieri e i senzatetto, cominciando dall'aver concesso un patrocinio del Consiglio dei ministri al convegno anti-gay organizzato dal leghista Simone Pillon, dal leghista lorenzo Fontana insieme ai forzanovisti di Provita Onlus e ai gandolfiniani della Manif Pour Tous.
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